Viva il paternalismo...

24 maggio 2007 alberto bisin
...che gli operai, lo sappiamo tutti, sono ignoranti e si fanno fregare e destra e a manca. I fondamenti ideologici e concettuali della nuova sinistra e il TFR.

A me fa pena continuare a parlare male della sinistra. Fa molto male perché.... beh insomma, è ovvio, perché, come tanti altri cresciuti (leggi: "che hanno fatto il liceo") in Italia alla fine degli anni '70 inizio '80, non ho mai considerato la destra degna di considerazione. Non posso dire che i leader della sinistra in Italia erano amici miei, perché la gerontocrazia politica non permette ai miei coetanei di fare i leader di un accidente, ma insomma abbiamo letto gli stessi libri e loro attentavano alle "nostre" (leggi: "della nostra età") ragazze.

Però di idee nuove a sinistra non ce n'è. E devo dire che questa non è solo cosa italiana. È così dappertutto, anche in Francia e negli Stati Uniti (il più nuovo è Obama; a me anche piace; è nuovo come persona e come stile, ma quanto a idee...). Siamo ancora al controllo pseudo-socialista di tutto ciò che si muove:

  • Prodi pensa a fare politica industriale, come era di moda l'ultima volta che lui ha letto un libro (azzardo, scommetto: era negli anni '60 e il libro era S. Vacca', Aspetti del finanziamento delle imprese industriali: emissioni mobiliari private ed altre acquisizioni finanziarie, Ed. Giuffre' 1963).
  • Sego minaccia il tetto agli affitti e poi rilancia suggerendo che l'allocazione degli appartamenti privati in affitto potrebbe essere fatta "sulla base del bisogno" (ne parla anche Gilles Saint-Paul).

Questa non è ideologia: nel caso di Prodi è ignoranza abissale, mentre nel caso di Sego deve essere pura stupidità (perché lei con della gente intelligente ci ha parlato, visto che il mese scorso a Parigi mezza PSE - Paris School of Economics; il nome fa ridere ma è pieno di gente seria - aveva appuntamenti con lei).

Vabbé una ideuccia semi-nuova nella sinistra c'è: si chiama paternalismo; e cioè: il popolo è bue, non ci si può fidare delle scelte del popolo bue, e quindi sarà meglio che facciamo paternalisticamente
"noi". Naturalmente cosa si intende per "noi" dipende: "noi" potrebbero essere un piccolo gruppo di economisti di Harvard e
Berkeley, o i filosofi di Platone; in pratica, nella vulgata italiana "noi" e' chiunque abbia un pezzo di
carta (inclusa la carta elettronica) per scrivere e/o una sedia dove
sedere.

Sì nuova, direte voi,... ma il paternalismo e' idea vecchia come il mondo.
Vero, ma recentemente ha avuto nuova giustificazione intellettuale in una subdisciplina dell'economia, economia comportamentale. (In realta', la giustificazione sta in una versione apocrifa e superficiale dell'economia comportamentale - ma qui andremmo troppo lontano; ho aggiunto una appendice per i "nerds" e i "geeks", parole amerikane che significano qualcosa
tipo "secchioni", quelli che voglio andare a fondo di tutto - e se questo fosse il primo articolo giornalistico con una appendice saremmo felici per l'innovazione).

Nel contesto della ricerca sulla previdenza sociale la nuova giustificazione per il paternalismo fa piu' o meno cosi'. Supponiamo che gli agenti economici siano irrazionali. Supponiamo che lo siano nel senso esatto che l'economia comportamentale sostiene di avere documentato attraverso esperimenti: e cioe' gli agenti economici consumano in modo irrazionale, per esempio si comprano la Porsche ma poi si pentono perche' devono far la fame quando sono vecchi. Questo comportamento e' irrazionale perche' fa investire poco e spendere troppo (poco e troppo rispetto a quello che i consumatori desidererebbero fare prima o dopo essersi comprati la nuova Porsche o equivalente). Beh, non sarebbe cosa buona allora forzare gli agenti a investire una quantita' "sufficiente" (decisa dal politico paternalista) e a investirli in un fondo dal quale non possa essere disinvestita se non alla pensione (o per malattia grave, o simili)? Sembra ragionevole.

In realta' un agente di questo tipo, uno che prima di essersi comprato la Porsche voleva risparmiare per la propria pensione (o per comprare casa ai figli), puo' benissimo scegliere lui stesso un investimento che non gli permetta di disinvestire per comprarsi la Porsche. Se ci fosse domanda per questo tipo di investimento le banche sarebbero felici di offrirlo (le banche, non dovendo affrontare il rischio di liquidita', potrebbero offrire rendimenti relativamente alti su un investimento del genere). Notiamo pero' che fondi di investimento di questo tipo non esistono, segno che la domanda per questi fondi in realta' non c'e'. Ne deduciamo allora che la gente si compra la Porsche perche' vuole comprarsi la Porsche, ed e' contenta di consumare meno quando sara' piu' vecchia a causa di questo acquisto; e cioe' non per l'irrazionale preferenza per il presente di cui parlano gli economisti comportamentali. E vuol dire anche che quello che la gente racconta ai giornalisti, che la Porsche era cosi' bella e luccicante, che in effetti e' tutta colpa del consumismo, delle multinazionali, e della pubblicita' e delle donne stupide cui piacciono i cinquantenni in Porsche - che a noi non piacciono quel tipo di donne (ma si sa, la carne e' debole e la moglie invecchia.....), sono un po' fandonie.

Insomma, nessun bisogno di forzarli a risparmiare, i nostri agenti irrazionali. Sceglieranno loro gli investimenti che li forzano a farlo. In questo modo si evita di forzare al risparmio chi non ha intenzione di farlo, che sara' pur libero di fare quello che gli pare. (Beh, i politici di sinistra, almeno quelli nostrani, non sarebbero affatto d'accordo su questo; ma qui non siamo nel campo dell'economia comportamentale, ma in quello della scienza cognitiva - gente con Quoziente di Intelligenza inferiore a 80 quando parla dice stupidaggini). Per il paternalista rimane solo la decisione di cosa fare di fondi eventualmente accantonati da un agente che pero' non decide esplicitamente come investirli (questo avviene perche'e talvolta e' l'impresa o lo stato ad accantonare fondi per l'agente).

Ci sono altre due ragioni in verita' a favore del risparmio forzato. La prima e' che agenti razionalissimi potrebbero scegliere di non risparmiare per poi richiedere sostentamento pubblico; per ridurre il problema basterebbe pero' garantire un sostentamento pubblico minimo. La seconda e' che gli agenti economici potrebbero essere cosi' poco razionali da avere preferenze per il presente senza nemmeno accorgersene - e quindi senza investire in fondi che non permettano disinvestimento prima della pensione. Ma dopo un paio di Porsche, chi non se ne accorge? Quanti sono realmente cosi' stupidi? E poi anche nei paesi i cui sistemi pensionistici sono di gran lunga meno generosi del nostro io non vedo in giro tanta gente che muore di fame alla pensione. Qualcuno c'e', senz'altro, ma anche qui basterebbe garantire un minimo sostentamento pubblico.

E quindi veniamo a noi; alla pensione e al TFR. Tutta la discussione in Italia sulla pensione e sul TFR appare prendere per ovvio e scontato che il risparmio vada forzato almeno in parte e che limiti e vincoli agli investimenti possibili siano cosa buona e giusta. Ad esempio, si veda questo articolo su LaVoce.info di Bruno Mangiatordi. L'autore lamenta il fatto che il TFR possa essere disinvestito. Ne lamenta cosi', come fosse ovvio che non si possa lasciarlo disinvestire; le giustificazioni comportamentali devono apparire cosi' ovvie all'autore da nemmeno citarle. (A onor del vero l'autore ha altri articoli su LaVoce.info in cui si spende sulla necessita' di dare informazioni agli investitori sulla previdenza; cosa, questa si', veramente buona e giusta).

Piu' in generale, Andrea ha ben commentato e discusso in questo sito la nuova legislazione barocca (lui dice bizantina, fa lo stesso) e audacemente paternalistica che vincola gli investimenti previdenziali (cito liberamente dal suo articolo): la restrizione a fondi
"aperti" e fondi
"negoziali" (c.d. "chiusi", gestiti da sindacati e altri rentiers) e non a fondi gestiti da grosse
compagnie di gestione, come Vanguard o TIAA-Cref negli Stati Uniti, che lo fanno di mestiere nel mondo civile; il vincolo di irrevocabilita' della scelta di conferire
il TFR ai fondi (a differenza della scelta di non conferirli, di lasciarli in impresa).

La chicca naturalmente e' la versione italiana dell'unica forma di paternalismo davvero giustificata dall'economia comportamentale, e cioe' la decisione paternalistica nei confronti di chi non decide. Nel nostro caso e' la regola del
silenzio-assenso: in caso di silenzio, si passa nella maggior parte dei casi alla previdenza integrativa, ai fondi. E, come ancora a ben documentato da Andrea, una volta che i soldi sono nei fondi, generalmente si ricevono contributi dall'azienda solo se a gestirli i fondi sono i sindacati.

Insomma, paternalismo allo stato puro. E non solo, ma il pater e' il sindacato!

Come non bastassero questi vincoli, poi il legislatore ha deciso di tassare in modo diverso le due scelte - in modo assolutamente irrazionale (nulla in contrario sull'irrazionalita' del legislatore, del nostro in particolare; loro si' altro che gli agenti economici).

Insomma, come fare politica economica della previdenza sociale? Ecco la ricetta usata dal legislatore in Italia. Prendere un operaio metalmeccanico (ma ogni altro tipo di operaio fa lo stesso). Costringere il metalmeccanico a risparmiare che e' ignorante e irrazionale e altrimenti chissa' quante stupidaggini si comprerebbe; e poi tassarlo fino all'osso il nostro metalmeccanico che dobbiamo pur finanziare il baraccone della spesa per poterlo assicurare contro i vari accadimenti della vita a cui non pensa, in quanto metalmeccanico ignorante e irrazionale; e fare in modo che non se li possa investire dove vuole lui i soldi che risparmia, che tanto e' metalmeccanico ignorante e irrazionale, e nulla sa di investimenti; e infine assicurarsi che non abbia opzione di disinvestirli i suoi soldi, il metalmeccanico ignorante e irrazionale, che senno' siamo daccapo con le stupidaggini che si compra. E se questo metalmeccanico, confuso da tanta scelta, decidesse di non scegliere, beh allora metterlo nelle mani dei sindacati che sono buoni; gia' gli proteggono il posto di lavoro, gli possono proteggere anche la pensione. Il fatto che poi con la pensione il nostro metalmeccanico non possa esaudire il sogno di un bell'appartamentino a Cesenatico (e' li' che i metalmeccanici vogliono andare, oh no; che a Capalbio, dove vanno i sindacalisti, non si divertirebbero per nulla) perche' deve comprare la casa e deve fare la spesa a suo figlio che il lavoro non lo trova e se lo trova e' senza pensione perche' i sindacati hanno succhiato tutto il succhiabile per darlo al padre (il nostro metalmeccanico), beh questo raccomandarsi che i sindacati non glielo dicano (non c'e' problema, mica sono irrazionali loro, i sindacati, col c.. che glielo dicono), che lui tanto e' metalmeccanico ignorante e irrazionale e non lo capirebbe.

Pero' l'altro giorno NFA ha avuto un hit da qualcuno a Sesto San Giovanni (per i non milanesi/giovani/ignoranti-di-storia-sindacale: Sesto era la patria dei metalmeccanici, di quelli in tuta dei tempi d'oro; li' ci stava la Breda, la Falk, .. Sesto era nota come Stalingrado d'Italia, quando io andavo a scuola); costui e' approdato al nostro sito da una ricerca su Google di "TFR metalmeccanico". Insomma, un metalmeccanico, forse l'ultimo rimasto a Sesto... Ci piace pensare che stesse cercando informazioni e suggerimenti su cosa fare del TFR. Purtroppo, di suggerimenti non ne avra' trovati, ne' qui ne' altrove. L'unico suggerimento che mi sentirei di dargli, investi nei fondi americani in cui si trova la mia pensione, Vanguard, ma sarebbe inutile perche' i sindacati e il governo hanno pensato bene di non dargliela quella possibilita' che lui e' ignorante e irrazionale.

La vita e' strana. Il metalmeccanico di Sesto ha fatto battaglie su battaglie
contro padroni e governi, ha sognato la rivoluzione comunista e poi
semplicemente un governo socialista, o almeno un po' di sinistra. Chi
glielo va a spiegare al metalmeccanico (ignorante e irrazionale) che la
rivoluzione e' potere investire la propria pensione nei fondi Vanguard?

Questa si' che sarebbe una idea nuova per la sinistra.

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Appendice per nerds e geeks sull'economia comportamentale

Provo a spiegare cose' l'economia comportamentale
e cosa implica in termini di paternalismo, per poi discutere delle
applicazioni in Italia (ma non solo, purtroppo, non solo). L'economia comportamentale e'
una sotto-disciplina delle teoria delle decisioni in economia, che e'
recentemente assurta ai fasti dell'accademia. Relativamente pochi
economisti la praticano (alcuni teorici, pochissimi economisti
applicati, di quelli che vanno a guardarsi i dati), ma stanno
crescendo. Intendiamoci, uno puo' discuterne, anche sprezzantemente
come tendo a fare io, ma e' una cosa seria: gli economisti comportamentali (behavioral economists
diciamo in queste lande desolate) sono riconosciuti come tali dal
mercato accademico (stanno in ottime universita') e hanno avuto la
forza e la capacita' di imporre la loro visione del mondo alla
disciplina tutta, non nel senso che l'abbiano convinta la disciplina,
ma nel senso che e' difficile/impossibile oggi essere un economista
professionale senza avere una opinione sull'argomento.

Cosa c'e' di nuovo nell'economia comportamentale? Alla base di tutto
sta il rifiuto, in varie forme piu' o meno radicali, del postulato di
razionalita' che sta a fondamento dell'economia teorica e applicata
classica. Purtroppo, nell'economia comportamentale, nessuna generale
teoria delle decisioni prende il posto del postulato di razionalita';
ma forse e' ancora troppo presto per chiedere una teoria generale in
sostituzione di quella vecchia; dopo tutto l'economia comportamentale
e' giovane ed inesperta (alcuni tentativi ci sono, per scelte
inter-temporali e scelte in condizioni di incertezza).

Io non ne sono
un gran fautore, per varie ragioni. Soprattutto perche', a mio avviso,
uno dei piu' chiari risultati dello sviluppo in accademia della
economia comportamentale e' stata la riduzione degli standards di cosa
costituisca "spiegazione economica": ci si adatta a spiegazioni
teoriche del tipo "gli agenti economici si comportano cosi' perche'
sono irrazionali esattamente nel particolare modo che cosi' li fa
comportare" (al limite, si tende verso un diverso modello
comportamentale per ogni comportamento, cioe' verso la tautologia) e ci
si adatta ad analisi empiriche che sembrano piu' liste di aneddoti che
seri studi statistici. Detto questo, e' possibile, anzi probabile, che
alla fine l'economia come disciplina esca arricchita da questa corsa
all'analisi di emozioni, di limiti cognitivi, di componenti irrazionali
nelle scelte. Una grossa quantita' di esperimenti in laboratorio (nei
laboratori di economia si fanno decisioni, al massimo si giocano
giochi; non si disseziona nessuno, anche se ultimamente gli si infila
il cervello in un grande magnete per misurare dove corre l'ossigeno a
seconda di cosa scelgono - anche questo e' economia comportamentale)
cerca di testare varie forme di deviazioni dalla razionalita' in
supporto all'economia comportamentale. Molti di questi esperimenti sono
fatti male (ci ho lavorato un po' su questo punto), e molti dei
pronunciamenti degli economisti comportamentali a proposito sono
ridicole esagerazioni (e' naturale, in un certo senso, ad essere
onesti: questi hanno tutta la disciplina contro, o urlano o nessuno li
ascolta). Ma qualcosa c'e' nei dati. Quanto rimarra' quanto la polvere
sara' caduta e gli urli cessati non e' ancora chiaro. Io personalmente
credo che qualcosa rimarra'. Non molto, ma qualcosa si'.

Ma l'economia comportamentale non piace solamente agli economisti che
ci hanno costruito sopra una carriera. Piace tanto, ma proprio tanto
anche:

  1. ai peggiori tra i sociologi e gli altri scienziati sociali
    che si sentono vendicati nel non aver mai accettato il paradigma di
    scelte razionali; non hanno capito che fra l'economia comportamentale e
    le "teorie" verbali piene di paroloni e classificazioni e vuote di
    significato in cui si dilettano c'e' il mare; non hanno capito che
    d'ora in poi hanno addirittura perso il piccolo monopolio su cui
    sedevano, quello del rifiuto del paradigma di scelte razionali: non
    hanno capito che questa e' la loro fine;
  2. ai giornalisti che
    non hanno mai capito nulla di economia (non per colpa loro, ma perche'
    e' difficile) e che non lo hanno mai accettato: "la fisica e' un
    casino, lo sanno tutti, anche il latino e il greco, ma l'economia no,
    l'economia e la finanza devono capirla anche i cretini; che ci vuole,
    domanda-e-offerta, compra-quando-sale-e-vendi-quando-scende (o
    viceversa?)"; questi giornalisti scrivono articoli agiografici sugli
    economisti comportamentali ormai settimanalmente; saro' anche
    semplicemente invidioso, ma a me pare che questo sia un problema enorme
    - a tutti piace andare in tivu', avere la foto sul NYTimes, e avere un
    impatto sulle politiche economiche del proprio paese - un problema
    perche' premia confusione, pressapochezza, e "merda di toro" (come si
    dice bullshit in italiano)
  3. ai politici di sinistra che, come
    dicevo, giustificano ogni forma di paternalismo consciamente o
    inconsciamente con argomentazioni a prestito dall'economia
    comportamentale; a differenza degli economisti comportamentali stessi,
    che sono invece estremamente cauti nel sostenere posizioni
    paternalistiche, sanno che questo sarebbe il loro "kiss of death" nella
    politica e nella societa' americana, che nutre molta poca simpatia per
    il paternalismo.

Nulla da fare con i cattivi sociologi e i giornalisti. I primi, come
dicevo, sono al suicidio intellettuale. E sui secondi, vabbe', non
andremo in televisione e continueremo a sentirci superiori proprio per
questo. Ma e' dei politici di sinistra che mi preme discutere, che
questi fanno danni, danni grossi.

L'economia comportamentale moderna non giustifica affatto una
versione stupida del "governo dei filosofi" di Platone (governiamo noi
filosofi che siamo intelligenti e che il popolo bue ci segua) come
spesso appare a giornalisti e politici di sinistra (e come spesso anche
gli economisti che ci si riconoscono amano presentarla ai giornalisti
per avere la loro approvazione e fotografie sui giornali). Le
implicazioni di politica economica che gli economisti comportamentali
accettano (nei loro lavori accademici) sono estremamente caute, cosi'
caute da apparire ridicole. Riferiscono alla propria posizione come paternalismo libertario o paternalismo asimmetrico
, e limitano enormemente le politiche paternalistiche che
esplicitamente supportano. Ad esempio, nel dibattito sugli
accantonamenti pensionistici, nessuno di loro che io sappia si e' mai
permesso di argomentare a favore del risparmio forzato. Ne'
suggeriscono vincoli alla libera scelta su come investire gli
accantonamenti pensionistici. Si limitano invece solo a suggerire una
scelta paternalistica nel solo caso di individui che non operino scelta
alcuna.

Gli economisti comportamentali capiscono (o almeno dicono di capire)
che il paternalismo tout court e' politica grave, non giustificabile
sulla base della teoria economica (anche quella comportamentale), e con
fondamenti intellettuale pericolosamente tendenti al totalitarismo. Ma
perche' il paternalismo non e' giustificabile sulla
base della teoria economica comportamentale? Dopo tutto se gli agenti
economici sono irrazionali.....

Per il nerd e il geek che non molla davvero mai: vai a leggerti Camerer , ma attento a farti troppo affascinare, che ci sa fare il nostro Camerer.

 

 

 

 

42 commenti (espandi tutti)

Oltre all'appendice, un addendum. Ieri ho
visto Ballaro': a tutti, da Franceschini al belloccio comunista che e' sempre in tv (non ricordo come si chiama; non Rizzo,
l'altro), pareva ovvio che bisogna costringere, in un modo o nell'altro, gli
studenti universitari a fare chimica invece che legge. Nessuno ha
pensato che, in una societa' dove per secoli i ragazzi intelligenti hanno studiato greco, in una economia in cui solo le rendite pagano e in cui gli avvocati non pagano tasse mentre i chimici che lavorano in impresa si', fare legge forse e'
scelta razionale.

Diliberto belloccio è la prima volta che lo sento. De gustibus...

Non mi interessa tanto la discussione sul paternalismo, ne' quanto effettivamente esso derivi dall'economia comportamentale (sull'automaticita' ho grossi dubbi, sul presunto dominio culturale anche qualche smentita).  Mi preme molto di piu' l'atteggiamento "teologico" (nel senso tecnico di dogmatico) nei confronti del paradigma della "scelta razionale": termine opaco (ma perfettamente legittimo) di descrivere un particolare tipo di approccio. Il concetto di razionalita' si e' storicamente determinato e modificato, non ci deve essere alcuna pretesa di unicita' nel modo in cui oggi viene tradotto aritmomorficamente dagli economisti. Esistono parecchie smentite empiriche dell'apparato assiomatico standard, ma anche non ve ne fossero e voi aveste ragione (la tanto agognata verita', per intenderci), come diceva JS Mill, non c'e' nulla di piu' salutare per la verita' dell'essere continuamente messa in discussione. "Se si vietasse di dubitare della filosofia di Newton, gli uomini non potrebbero sentirsi cosi' certi della sua verita' come lo sono" (Saggio sulla liberta', fa tenerezza leggerlo oggi dopo meccanica quantistica e relativita'). se non volete il dibattito ribattezzate le universita' CHIESA CATTOLICA.

dove vedi la teologia? rezione pavloviana la tua che si sente spesso tra i difensori di economia comportamentale: se uno e' critico lo e' dogmaticamente. che ci sia chi difende il paradigma in modo dogmatico/teologico e' fuor di dubbio (e forse questo giustifica in parte la reazione; ma solo in parte, il resto e' tecnica oratoria questa si' teologica). non c'e' nessun dogmatismo nella mia critica, ne' in questo pezzo ne' nella mia attivita' accademica: al punto che in certi "circoli", quelli si' dogmatici, mi si considera "uno di loro". ho mosso critiche esplicite, diminuzione degli standard teorici e empirici, ed ho accennato al senso in cui secondo me questo avviene. naturalmente in questo consesso e' difficile supportare pienamente argomentazioni di questo tipo, ma lo ho fatto in vari consessi accademici quando appropriato, qui e qui , ad esempio. Dico questo non per difendermi, ma perche' spero tu rilegga il commento, ti accorga che e' fuori luogo, e ti chieda perche' tu, partendo da una posizione critica, sia in realta' finito a non accettare critiche intellettuali.

Scrivo qui per commentare sia il tuo articolo che quello di Andrea Moro che riguardano il mio lavoro di consulente alle prese con il Tfr e la scelta di imprenditori e lavoratori.

E' indubbio che la nuova legislazione del tfr abbia portato gli imprenditori un costo aggiuntivo. L'obbligo di un versamento al fondo negoziale (cd. chiuso) comporta un ulteriore aumento del costo del lavoro.

D'altra parte i sindacati offrono una "pax sindacalis" all'imprenditore alla quale è difficile resistere (se ti provi a fare un accordo collettivo con un fondo aperto di una banca o di una assicurazione invece che il nostro ti rompiamo le palle da qui al giorno del giudizio)  e al lavoratore dipendente offrono un aumento del versamento al  fondo pensione consistente (in media il 75% del versamento del lavoratore, escludendo la quota TFR)

Lo stato è contento e cerca di limitare i danni che ci saranno fra 15 o 20 anni con il collasso del sistema pubblico e con le pensioni che già ora, con la riforma Dini del 92-95, porteranno i lavoratori ad avere una pensione pari a poco meno del 50% dello stipendio. Si troverà di fronte ad una massa di nuovi poveri, (che però votano) per cui è contento della rinuncia al tfr per avere una pensione integrativa.

I lavoratori invece sono effettivamente trattati da imbecilli.

Nessuno ha il coraggio di dirgli quanto avranno di pensione, nessuno ha il coraggio di spiegargli che comunque, anche la pensione pari alla metà dell'ultimo stipendio è una ipotesi irrealistica e che comunque il sistema pubblico collasserà. I vari Tito Boeri, persone degnissime, vengono trattati come dei "minus habentes"  (era solo per non ripetere il termine imbecilli già usato in questo commento) nei vari programmi alla Ballarò. I sindacalisti sorridono sprezzantemente e dicono ai lavoratori "vedete? Per fortuna ci siamo noi che vi difendiamo. Questi liberisti all'americana vi porterebbero via tutto se non ci fossimo noi a difendervi". I Diliberto (questo è il nome del fighetto compare di Rizzo) ne approfittano e giocano a fare i duri e puri, più duri e puri dei sindacalisti.

I lavoratori pian pianino si stanno accorgendo che l'Unione Europea, il Fondo Monetario continuano a rompere le scatole sul buco della previdenza pubblica e la faccia e le parole tranquillizzanti dei sindacalisti e dei politici non tranquillizzano più nessuno. Ormai lo dicono anche il TG1 e il TG5! Qualcosa di vero ci deve essere pure! Un dubbio inizia a formarsi. Poi tutti i politici e i partiti, ma dico tutti, unanimità completa, si mettono a dirgli che rinunciare al TFR per avere una pensione è una scelta saggia. L'opposizione addirittura non contesta l'anticipo dell'entrata in vigore deciso da questo governo!

E allora cosa fare?

Non resta che comportarsi da imbecilli e completare l'opera!

Dato che non di fidano di nessuno, men che meno dei sindacati, i lavoratori non aderiscono ai fondi pensione. Le ultime statistiche dicono che quasi il 90% lascierà i soldi in azienda. Non compreranno fondi Vanguard, ma sempre meglio che sia l'imprenditore a gestire i loro soldi piuttosto che i sindacati.

I fondi negoziali avranno una massa di denaro enorme, grazie al silenzio assenso per le aziende con più di 50 dipendendenti (cosa di cui la stragrande maggioranza dei lavoratori non sa assolutamente nulla) hanno un problema: bisogna far rendere i soldi più del TFR. Non molto, ma qualcosa bisogna fare. E dato che si rifiutano categoricamente di dare qualsiasi consulenza ai loro aderenti e lo scrivono pure nel prospetto informativo, di default investono i soldi nelle linee che chiamano garantite e che investono i soldi i titoli a brevissimo termine. Tanto per essere chiari: un lavoratore che ha 30 anni davanti ancora di lavoro investe i suoi risparmi in titoli di stato a 3 mesi! Poi con più calma vi mando il link con il prospetto informativo del fondo Cometa.

E allora il danno è completo! E allora noi frustrati, a cercare di spiegare agli amici lavoratori dipendenti che forse una decisione più razionale è possibile, spiegargli cosa avranno di pensione, se andrà bene, spiegargli di fare linee più aggressive se hanno tanti anni davanti, a seguire il loro fondo pensione per dargli informazioni. Sapere di avere strumenti più efficaci del loro fondo negoziale e non poterglielo dare a meno di rinunciare al contributo del datore di lavoro è frustrante! Sì Andrea, è frustrante! E' frustrante essere guardati come degli alieni che gli raccontano cose dell'altro mondo!

Ma è anche frustrante sentire tanti che straparlano e mentono sapendo di provocare un danno enorme a quelli che loro dicono di voler difendere, e con l'unico vantaggio di una carega per qualche anno! E i giornalisti? Meglio fare audience che raccontare la verità!

Beh, adesso mi sono sfogato e posso tornare al lavoro. Buona giornata dall'Italia.

 

 

grazie stafano. molto chiaro ed efficace. la tua frustrazione si taglia col coltello nel post.

"Ma
è anche frustrante sentire tanti che straparlano e mentono sapendo di
provocare un danno enorme a quelli che loro dicono di voler difendere,
e con l'unico vantaggio di una carega per qualche anno!"

 Non sono d'accordo sul fatto che mentano: loro ci credono in quello che dicono.

Vabbé una ideuccia semi-nuova nella sinistra c'è: si chiama paternalismo; e cioè: il popolo è bue, non ci si può fidare delle scelte del popolo bue, e quindi sarà meglio che facciamo paternalisticamente
"noi". Naturalmente cosa si intende per "noi" dipende: "noi" potrebbero essere un piccolo gruppo di economisti di Harvard e
Berkeley, o i filosofi di Platone; in pratica, nella vulgata italiana "noi" e' chiunque abbia un pezzo di
carta (inclusa la carta elettronica) per scrivere e/o una sedia dove
sedere.

Sì nuova, direte voi,...

Eh, appunto: altro che nuova. Leggi quel che scriveva Vladimir Iljch Uljanov nel secondo capitolo del "Che Fare?":

Si parla della
spontaneità; ma lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che
esso si subordini all'ideologia borghese, che esso proceda precisamente
secondo il programma
del "Credo", perché il movimento operaio
spontaneo è il tradunionismo, la Nur-Gewerkschaftlerei, e il
tradunionismo è l'asservimento ideologico degli operai alla borghesia.

Insomma, mica possiamo lasciar decidere a questi operaiacci dove sta il loro interesse, no? Altrimenti si accodano subito ai borghesi... Come diceva il sociologo Enzo Decaro a un proletario Massimo Troisi in un vecchio sketch de "La Smorfia", "Ma cosa volete saperne voi, delle vostre esigenze?"

Enzo,

non posso che associarmi all'ammirazione di michele qualche giorno fa: ma dove le trovi tutte queste azzeccatissime citazioni?? Che meraviglia di archivio hai???

Enzo,

non posso che associarmi all'ammirazione di michele qualche giorno fa: ma
dove le trovi tutte queste azzeccatissime citazioni?? Che meraviglia di archivio
hai???

Avevo aggiunto una postilla preventiva tramite una modifica al commento, ma
questa pare essersi persa nel nulla :-( Dicevo che uso quasi esclusivamente
Google, che ormai e' praticamente onnisciente. Giorni fa, dopo averci ripensato
per l'ennesima volta dopo aver scritto un commento
sull'abolizione della schiavitu'
(dovuta all'industrializzazione, e non
certo a quell'ipocrita
di Lincoln) sono persino riuscito a ritrovare una profetica frase di Aristotele
sulla schiavitu' che approssimativamente mi ricordavo dalla prima liceo (37 anni
fa!) ma di cui avevo scordato il titolo del testo che la contiene. In traduzione
inglese:

Se ogni macchina utensile, quando comandata o di sua spontanea volonta',
potesse fare il lavoro che le spetta, proprio come le creazioni di Dedalo
movendosi da sole, o i tripodi di Efesto andavano spontaneamente al loro sacro
lavoro, se i telai dei tessitori tessessero da soli, allora non vi sarebbe
bisogno di apprendisti per i mastri, o di schiavi per i signori".

Be', si trova in "De Respublica Atheniensium", e Google me l'ha trovata,
sorprendentemente, nel quindicesimo
capitolo del primo libro de "Il Capitale"
(solo per essere dismessa dal vecchio Karl, che
all'epoca aveva gia' assunto lo stesso tono di sufficienza del suo maestro
Hegel).

Comunque, la citazione Leniniana di cui sopra l'avevo gia' dissotterrata due
anni fa per una mia discussione
su Usenet
su argomenti sempre d'attualita'...


nessun riflesso pavloviano, sarebbe curioso da parte mia. In effetti non sono un comportamentalista ma solo un difensore della liberta' di ricerca. Non le stavo rimproverando nulla della sua attivita' accademica, ma nel pezzo in questione: gli standard teorici ed empirici sono definiti a partire da un paradigma, non mi sorprende che si muovano anche da quelli, cosi' come quello che viene definito "spiegazione economica" (che lei cita come una debolezza). Inoltre l'accusa di urlare per farsi sentire, mi sembra una (magari sagace) "infangatura" retorica.

 La futura moria di sociologici (e non sono nemmeno quello) non mi sembra una critica intellettuale e se e' per questo, la stessa approssimazione che lei (GIUSTAMENTE) rimprovera a chi parla a sproposito di economia, la si puo' in parte ritrovare nel suo uso delle categorie politiche.

 Questo e' cio' che motivava il mio commento... 

gli standard teorici ed empirici sono definiti a partire da un
paradigma, non mi sorprende che si muovano anche da quelli, cosi' come
quello che viene definito "spiegazione economica" (che lei cita come
una debolezza)

ma allora vedi che sto difendendo gli standard teorici, non la razionalita' in economia. si puo' fare economia comportamentale con gli standard dell'economia classica o con gli standard da post-modernismo. su questo si' che sono abbastanza dogmatico. ma e' cosa ben diversa dal difendere  dogmaticamente la razionalita' in economia. un po' di dogmatismo intellettuale riguardo al metodo e agli standard, come reazione a certo postmodernismo/relativismo culturale imperante (la liberta' di ricerca e' cosa troppo leggera, ovviamente siamo d'accordo; io credo che il post-modernismo sia una sciagura ma la gente e' libera di dire tutte le stupidaggini che vuole fin che qualcuno ascolta), e' secondo me sano e quasi necessario logicamente (ad esempio vedi il bel libretto di Boghossian -sotto, se ti interessa). PS per favore passa al "tu" se non ti dispiace; e' piu' consono al tono di questo blog

 

Fear of Knowledge: Against Relativism and Constructivism
 

 
 
 
Fear of Knowledge: Against Relativism and Constructivism (Hardcover)
by Paul A. Boghossian, Oxford University Press, USA (April 3, 2006)

 

 

vada per il tu volentieri. Conosco quel libro, ma in effetti il problema e' vecchio quanto la filosofia, il punto secondo me non e' quello di negare la verita' come fanno i postmodernisti (d'altra parte e' logicamente contraddittorio: "non esiste la verita" e' una verita', ma allora e' falsa eccetera...) ma riconoscere che gli standard sono ricostruzione ex post da un paradigma che si e' affermato, quindi mi sembra naturale che siano a volte messi in discussione da chi vi si oppone (non parlo di rigore, ma di cosa considero prova economica o spiegazione economica), cosi' come e' naturale che fiorisca un po' di moda che viene magari poi scremata (non ho certo l'autorita', ma mi sembra che anche nel mainstream....).

 non voglio essere frainteso, non parlo di ricostruzione ex post intenzionale ma di processo, e' come per l'evoluzionismo: in fasi storiche piu' conflittuali, una religione che legittimasse societa' gerarchizzate si e' rivelata vincente, ma questo non garantisce che quel processo fosse intenzionale, ne' che fosse in malafede (o cattiva coscienza).

 vabbe' lasciamo stare ho portato fuori topic e mi dispiace. facciamo cosi', metto una nota sul paternalismo. esitono naturalmente vangate di citazioni possibili sul paternalismo a sinistra (senza nulla togliere a chi ha ripescato lenin), ma il punto e' che il paternalismo puo' essere rimproverato a fasi alterne a tutti, non ultimi i liberisti: quando hayek si lamenta che il popolo bue (non usa questa espressione ma non lo fa nemmeno il sindacato) non capisce le meraviglie del free market, ha gioco facile polanyi a "beccarlo".

puo' essere che sulla questione specifica abbiate ragione (sicuramente sul silenzio assenso che mi fa veramente imbestialire essendo monstre giuridico), ma quello che si invoca spesso a difesa (quanto meno da qualcuno) non e' affatto l'irrazionalita' del popolo, ma un piu' generale principio di precauzione, nei riguardi del rischio in generale legato a certi investimenti con mercati non perfetti, e nello specifico sul tfr che non e' del tutto sostituibile con il risparmio previdenziale (e' un cuscinetto per spese particolari, tipo casa o sanita'), che mi sembra una obiezione non banale.

 insomma la categoria paternalismo non e' forse la migliore per capire il dibattito in corso 

Non colgo il principio di precauzione di cui parli. Capirei se il legislatore avesse obbligato ad investire in obbligazioni, ma il lavoratore puo' liberamente scegliere fondi completamente azionari, e quindi assoggettarsi ad un maggiore rischio rispetto a quello sopportato prima dell'introduzione della previdenza alternativa e della possibilita' di trasferirvi il TFR.

Nota che nel mercato del lavoro italiano con pochissima mobilita' dei lavoratori il TFR e' equivalente al risparmio previdenziale. La possibilita' di ritirare anticipatamente per casa e sanita' c'e' anche nella previdenza alternativa, quindi non ci sono differenze. Anzi, la possibilita' di investire in fondi dovrebbe far intuire che le motivazioni del legislatore nell'introdurre la previdenza alternativa non sono certo quelle della precauzionalita', visto che se uno si ammala e ha investito in azioni, potrebbe trovarsi con pochi soldi.

In sintesi, il principio di precauzione vale con la previdenza standard, che serve
a non farci vedere i vecchi per strada a morir di fame, tutto il resto
e' risparmio forzato. Il fatto che il lavoratore venga poi forzato a farselo gestire dai sindacati e' un altro paio di maniche, e non ha a che vedere ne' con il paternalismo ne' con la precauzione.

per principio di precauzione mi riferisco all'incertezza legata alle
grandi deviazioni (qualcuno citava il caso Enron) e al fenomeno delle
concentrazioni di potere (in senso classico, non economico). La ratio
diventa quindi che serve una rappresentanza di interessi che tuteli la
controparte in deficit di potere, riequilibrando il rapporto e la
sinistra (almeno quella attuale in Italia) vede nel sindacato il
soggetto ideale. Poi voi potete dirmi: sono kaz... il sindacalista e'
un burocrate, non capisce una mazza di finanza quindi meglio la libera
scelta. Magari avete ragione, il punto e' che non vedo paternalismo
celarsi dietro questo principio (magari nelle parole di diliberto si,
non ho visto ballaro').

Si tratta in generale di elementi che
l'economia standard tende a trascurare, essendo la sua antropologia
mutuata dal filone razionalistico anglosassone e modernista e non da
altri paradigmi che sommano all'ofelia altri principi guida (io per
esempio sono cresciuto a pane a tucidide e machiavelli e parto da
considerazioni differenti). tutto qui, era una semplice incursione da
sinistra. buon lavoro a tutti

Alla luce anche di quanto hai detto nei tuoi commenti precedenti, non capisco i fondamenti teorici/empirici di questa affermazione.

i riferisco all'incertezza legata alle
grandi deviazioni (qualcuno citava il caso Enron) e al fenomeno delle
concentrazioni di potere (in senso classico, non economico). La ratio
diventa quindi che serve una rappresentanza di interessi che tuteli la
controparte in deficit di potere, riequilibrando il rapporto e la
sinistra (almeno quella attuale in Italia) vede nel sindacato il
soggetto ideale.

Il caso Enron mi sembra un classico caso in cui il contratto fra agente e principale e' andato a rotoli, come accade a volte sia nelle imprese, che nei partiti, che nei sindacati che in decine di altre istituzioni che su tale contratto si fondano. Nel caso Enron e' andato a rotoli in maniera selvaggia, ed anche a causa di comportamenti criminali dell'agente, ma altre volte va a rotoli "legalmente", ossia i truffati non possono nemmeno avere la soddisfazione del truffaldino in galera. A me sembra, per esempio, che tale contratto stia funzionando orribilmente nelle grandi imprese americane ed in generale nelle grandi imprese di mezzo mondo. Come risolverlo non mi e' chiaro, e non sono certo d'avere inteso quella che l'autore della citazione precedente ha in mente. Al fine di chiarire proprio questo punto, chiedo:

  • Perche' tale problema si risolverebbe con un rappresentante degli interessi delle "controparti" in deficit di potere?
  • In particolare, cosa garantisce che QUESTO SECONDO problema di agenzia venga risolto adeguatamente dal parlamento o dall'assemblea sindacale?
  • Ancora piu' in particolare: chi ci garantisce che esista una categoria professionale composta di esseri umani completamente scevri di tendenze deliquenziali? Tu capisci che tale presupposto e' necessario perche' un meccanismo simile a quello che Alberto critica possa risolvere problemi del tipo Enron.
  • In che senso sono "controparti" (detto altrimenti: quali sono le controparti?) e come vogliamo misurare il "deficit di potere"?

Provo ad avanzare una congettura, probabilmente sbagliata. L'unica ipotesi che mi viene in mente e' che tu abbia in mente di risolvere problemi del tipo Enron attribuendo potere agli "stakeholders", soluzione che non ho mai capito. Non l'ho mai capita perche' (oltre a infilare un problema di agenzia piu' grande dentro ad un problema di agenzia piu' piccolo, come suggerito sopra) nega, alla sua radice, la proprieta' privata ed i mercati, qualsiasi tipo di mercato infatti, e sbatte a testa in giu' contro il muro del problema informativo (Hayek e compagnia, tanto per capirsi). Prendesi un'impresa come l'Enel. In questo caso gli "stakeholders" sono tutti gli italiani. Quindi andrebbe amministrata da rappresentanti di tutti gli italiani, a cui fra pochi mesi dovremo aggiungere anche degli spagnoli, mentre gia' ora austriaci, svizzeri, e se non ricordo male anche sloveni dovrebbero inviare delegazioni con diritto di voto. Ovviamente questo implica l'abolizione della proprieta' privata e l'instaurazione del socialismo continentale, e poi mondiale. Almeno dal punto di vista teorico, sia chiaro. Quindi non capisco in che senso la teoria degli "stakeholders" sia cosa distinta dal socialismo e dalla pianificazione. Se e' questo che hai in mente, fammi capire perche' sono due cose diverse. Se non e' questo, ignora i miei argomenti sugli stakeholders.

Vorrei infine capire quale sia la relazione fra "tucidide e machiavelli" e tutto questo. Mi sfugge, pero' mi incuriosisce pensare che ci possa essere, ossia che gli argomenti dei due possano portare ad una lettura alternativa di come affrontare il problema di agenzia descritto sopra. Non so bene cosa sia il "filone anglosassone e modernista" (Darwin?) ma questo e' secondario, mi interessa molto di piu' la contrapposizione concettuale che sembri suggerire, e che io non ho mai notato. 

Per esempio, non intendo in che senso si possa prescindere da un concetto abbastanza elementare e quasi tautologico come l'ofelimita' (assumo la "ofelia" che menzioni sia un errore di battitura)  per intendere t&d, fra i molti altri. Se assumiamo che gli individui siano in principio privi di motivazioni mediamente ordinate e temporalmente piu' o meno stabili, possiamo anche andare tutti a remare con i forconi, non ti sembra? 

professore
non si preoccupi non credo che il socialismo planetario sia in agenda tra i partiti della sinistra.

scherzi a parte, un chiarimento generale e uno specifico: il mio intervento (nato da un nota epistemologica) era in realta' volto a far notare il disaccordo mio rispetto all'articolo sulla ratio di un provvedimento. il problema e' vedere come un diverso meccanismo di tutela sia delineabile verso il problema che mi sembra comunque esistere (se succede un crack, per dirla in parole strapovere), io credo che semplicemente tutti quelli che sono intervenuti si differenzino dal legislatore (ma credo che la preferenza per i chiusi non fosse nemmeno osteggiata da tutta la destra, ma qui magari dico una boiata) per lo strumento che individuano.

in senso piu' specifico: ofelimita' e' un termine coniato da vilfredo pareto che richiama il greco ofeleia "cio' che e' utile, che aiuta", che e' il termine che si trova in tucidide, quindi parziale errore di battitura e diversi riferimenti concettuali

ho aggiunto il riferimento a t&m per fare un po' il nerd :-) naturalmente non credo che uno debba leggersi il principe per scegliere i fondi pensione, ma credo che il realismo politico offra spunti per capire il comportamento individuale. Non dico che l'approccio piu' diffuso in economia sia sbagliato, dico che non e' l'unico possibile. in fondo fino a qualche anno fa anche parlare di preferenze endogene era sospetto, oggi mi sembra che qualcuno (riferimenti a persone che scrivono sul sito puramente casuali :-)) ne abbia proficuamente tratto spunti. non vedo nulla di male a mettere in discussione le assunzioni base (come ho detto nel mio primo post, se sono vere trarranno giovamento dalle nuove conferme)

se qualcuno non avesse familiarita' con questo tipo di categorizzazioni filosofiche (che peraltro sono tipicamente continentali): realismo e' il nome con cui si identifica una tradizione che taglia trasversalmente la filosofia politica, per chi volesse ne esiste una trattazione veloce e precisa di pier paolo portinaro uscita credo per laterza. si accomuna all'economia nel suo essere "microfondata", ma ha una visione non-monadologica dell'individuo (che caratterizza l'altra tradizione, hobbes locke etc). tra i moventi fondamentali, oltre all'utilita', vi e' l'autoaffermazione come membro di un gruppo (time' in greco) (non ci si riferisce ad ipostasi reali, sono esse stesse in mutazione) e nonche' l'agire politico in termini di "potere".

se ci sono filosofi, mi scuso per avere semplificato in questa maniera inaccettabile ma in cinque righe e dati miei limiti oggettivi non sapevo fare di meglio, per gli altri, se non mi sono spiegato, scusate, ma date le cinque righe ed i limiti oggettivi eccetera...

sull'uso di titoli vale la regola suggerita da Alberto.

Sulla parte scientifica. Scrivi

credo che il realismo politico offra spunti per capire il comportamento
individuale. Non dico che l'approccio piu' diffuso in economia sia
sbagliato, dico che non e' l'unico possibile. in fondo fino a qualche
anno fa anche parlare di preferenze endogene era sospetto,

Chiedo:

1) Cosa definisce il "realismo politico" come approccio al comportamento individuale? Discutiamone pure, perche' i riferimenti che fai mi fanno semplicemente pensare che si stia finendo nella solita storia in cui qualcuno si inventa un uomo di paglia chiamato "teoria economica anglosassone, o tradizionale, o classica" e poi propone una metodologia alternativa che, alla fin fine, risulta o ben confusa o ben un caso particolare della precedente, se spogliata della paglia.

2) In che senso e' alternativo a "quello piu' diffuso in economia" e cosa, a tuo avviso, definisce quest'ultimo sicche' i due risultano alternativi? Davvero non capisco, non sto facendo il furbetto. Ho provato a guardare sul sito del signor Portinaro (che appare anche in Wikipedia: Brusco, rifletti) ma non sembra offrire niente di leggibile all'affamato lettore. Neanche un CV vero ... Ho trovato comunque queste lectures date a Torino qualche tempo fa. 

3) Il buon vecchio Peter Hammond scriveva dotti articoli su endogenous preferences formation piu' di 30 anni fa, persino Luigi e Montrucchio ed io ci giocammo vent'anni fa come applicazione della teoria di Luigi sulle funzioni V(x,y) che soddisfano il requisito di aciclicita'. Becker e Stigler, sbagliando con il latino, ci scrivevano ancor prima, Lionel McKenzie 50 anni fa provava teoremi di esistenza in cui l'utilita' degli agenti dipendeva da quella degli altri, e via cantando ... Ovviamente i classici parlano di preferenze endogene ogni due e due quattro ... Cosa ti fa pensare che vi sia alcunche' di originale nell'idea che le preferenze individuali evolvono nel tempo ed in che senso questo costituisce una teoria alternativa di qualcosa?

Io stamattina mi sono cibato a pane e marmellata e anche se il pane (americano) non era granche', la marmellata (svedese, comprata da ikea) era ottima. Comunque sia, ho capito una cosa: i lavoratori della Enron hanno perso la pensione non perche' non avevano rappresentanti nel board, ma perche' una regola che ormai va scomparendo gli forniva la pensione attraverso defined benefits con contributi in qualche modo reinvestiti in azienda, invece che permettendogli di scegliere dove investirli dove volevano attraverso schemi defined contributions.

Il "principio di precauzione" dice di non mettere due uova nello stesso paniere, non di mettere rappresentanti nei consigli di amministrazione. Tucidide la pensava diversamente? Non credo, ma aspetto la citazione da enzo michelangeli.

siamo quasi d'accordo. eccetto sull'ultima frase,

 insomma la categoria paternalismo non e' forse la migliore per capire il dibattito in corso

io sono convinto che lo sia. oltre naturalmente alla pura e semplice categoria della rendita di cui sindacati si stanno appropriando indebitamente

ma il punto e' che il paternalismo puo' essere rimproverato a fasi
alterne a tutti, non ultimi i liberisti: quando hayek si lamenta che il
popolo bue (non usa questa espressione ma non lo fa nemmeno il
sindacato) non capisce le meraviglie del free market, ha gioco facile
polanyi a "beccarlo".

Io distinguerei tra "cittadino consumatore / investitore", che usa e rischia i propri soldi come conseguenze delle sue scelte, e "cittadino elettore", che ha la possibilita' di decidere in modo paritetico ad altri sulla destinazione di risorse di origine fiscale a cui non ha contribuito in modo paritetico. C'e' da sorprendersi se le decisioni prese nel secondo ruolo sono spesso inconsistenti con princípi di libero mercato e, spesso, di semplice buonsenso? Oggi si discute tanto di disaffezione dalla politica, ma se i principi usati per decidere sulla spesa pubblica fossero simili a quelli dei condomini (ognuno vota in proporzione al suo contributo) molte distorsioni perderebbero ragion d'essere, assieme ai rappresentanti politici che si comportano puntualmente secondo le previsioni di Tocqueville.

Una nota sul paternalismo. Anche se gli operai sono irrazionali e risparmiano troppo poco, non ne segue che li si debba far risparmiare forzosamente. Un sindacato che ha a cuore gli interessi dei lavoratori potrebbe aiutarli a fare scelte migliori, rendendoli piu' consapevoli dei costi e benefici si tali scelte. Magari col tempo imparano.

Un esempio. A volte sento l'obiezione al sistema pensionistico americano: "hai visto cos'e' successo ai dipendenti della Enron, che hanno perso tutte le loro pensioni con il crollo della societa'?". Quello che non si dice e' che il sindacato potrebbe vigilare su queste insensate concentrazioni del rischio (se l'azienda fallisce, perdi il lavoro e la ricchezza accumulata) e aiutare i dipendenti ad ottenere soluzioni piu' efficaci in termini di gestione del rischio.

Robert Shiller auspica che i sindacati diventino piu' consapevoli degli strumenti finanziari se vogliono davvero aiutare i lavoratori: http://tinyurl.com/3xf2b3

Shiller sembra assumere un sindacato benevolente verso i lavoratori. Ma e' proprio questo il mio punto: irrazionalita' dei lavoratori + sindacato benevolente non implica risparmio forzoso.

Un esempio. A volte sento l'obiezione al sistema pensionistico
americano: "hai visto cos'e' successo ai dipendenti della Enron, che
hanno perso tutte le loro pensioni con il crollo della societa'?".
Quello che non si dice e' che il sindacato potrebbe vigilare su queste
insensate concentrazioni del rischio (se l'azienda fallisce, perdi il
lavoro e la ricchezza accumulata) e aiutare i dipendenti ad ottenere
soluzioni piu' efficaci in termini di gestione del rischio.

Ma infatti e' proprio quello che dicevo nel mio post di due anni fa citato in un altro mio commento qui sopra:

Ma no, se investi in un fondo indice compri una cifra fissa ogni mese per
20 anni e non guardi nessuna borsa: su tempi molto lunghi le fluttuazioni
tendono a compensarsi comunque. Certo solo un pazzo investirebbe tutti i
suoi risparmi in una dot-com tre mesi prima di andare in pensione: se
sindacati e associazioni simili vogliono far qualcosa di utile, possono
dare consigli disinteressati ed educare i loro affiliati su come investire
con buonsenso, anche sulla base del numero di anni prima del
pensionamento, di spese future come l'istruzione dei figli eccetera.

...e anche li', rispondendo al solito "argomento Enron" avanzato dall'interlocutore -- argomento che poi, se ci pensi, e' semmai un caso che depone a favore della liberta' di scelta, non dell'obbligo a risparmiare seguendo i dettami di qualcun altro.

E allora, perche' i sindacati non lo fanno? A me pare che la risposta sia semplice: perche' sono in conflitto di interessi. Lo sono per due ragioni: una e' che organizzazioni di categoria per loro natura difendono l'esistenza delle categorie, non il benessere dei lavoratori. Se i sindacati di Scargill non fossero stati sconfitti dai governi Thatcher, l'economia inglese dipenderebbe ancora da miniere di carbone e produzione di auto che nessuno vuole, anziche' da servizi finanziari.

La seconda ragione, piu' grave, e' che il sindacalista medio e' un burocrate che sogna di essere un manager, e l'idea di cogestire i soldi dei lavoratori esercita su di lui un fascino irresistibile. E questo e' un problema di cui soprattutto i lavoratori dovrebbero preoccuparsi.

oggi il WSJ ha una discussione tra R. Thaler (uno dei padri fondatori del economia comportamentale) e M. Rizzo (un mio collega, Austrian Economist, piu' filosofo libertario che economista) proprio sul paternalismo (il paternalismo libertario che citavo in appendice). La trovate qui, finche' resta. Io, magari con un po' di cattiveria, trovo che il fatto che Rizzo becchi Thaler in contraddizione logica

 Thaler says that those automatically enrolled in 401(k)s haven't quit,
so they must be benefiting. This is an odd claim for a behavioral
economist. Why would failure to change indicate a benefit? When the
default is non-enrollment, Thaler says that individuals tend to stay in
it because they're irrationally biased toward keeping the status quo.

sia una meravigliosa chicca.

 

Grande Mario! (Rizzo)

leggo con colpevole ritardo il suo articolo che mi cita in modo non proprio amichevole...dunque sarei il feroce nemico del disinvestimento dai fondi pensione (evidentemente non sono d'accordo con me stesso visto che sono fautore della possibilità di un opting out verso il tfr); bah! a me era sembrato di avere sottolineato un altro aspetto e cioè che il legislatore vuole troppo dalle sue leggi: per esempio indurre (mediante abbondanti incentivi fiscali a carico della collettività) i cittadini a investire nella previdenza integrativa e al contempo rendere loro possibile di farne sostanzialmente a meno quando stanno per maturare il diritto a percepirla. forse sono un vetero cartesiano,ma continuo a pensare che un obiettivo o è fondamentale o non lo è. concludevo poi che a questo punto l'unica cosa ragionevole da fare è illustrare ai lavoratori le ragioni che militano a favore della rendita vs il ricorso esagerato alle anticipazioni.

comunque,complimenti per il sito. bellissima iniziativa. come ex amerikano mi fa un pò invidia...

 bruno mangiatordi 

non era certo mia intenzione non essere "amichevole". critico si', ma certo in modo amichevole. concordo, come dico nell'articolo, sulle esortazioni alla maggiore informazione ed educazione. dove siamo in disaccordo e' sul fatto che sia inappropriato permettere ai cittadini di " farne sostanzialmente a meno [della previdenza integrativa] quando stanno per maturare il diritto a percepirla". mi pare che l'unica giustificazione intellettuale per una posizione di questo tipo sia la mancanza di fiducia nella capacita' degli individui di fare scelte razionali. ed ecco perche' la citazione in un articolo sull'economia comportamentale.

grazie per i complimenti, molto generosi.  avrei duvuto mandarti l'articolo, mi scuso, ma sono in viaggio e ho  perso il controllo delle mie azioni.

Ottima l'illustrazione critica dell'economia comportamentale e dei suoi rapporti con il paternalismo (magari definito liberal paternalism, come piace a Cass Sustein e forse anche a Luigi Zingales); manca - mi pare - un accenno all'incapacità della teoria di fornire previsioni (cosa che la teoria classica fa, bene o male) ed all'intenzionale (?) disattenzione all'ipotesi che i soggetti irrazionali - non informati - imparino dai propri errori e maturino esperienze.

Per altro verso, forse la behavioral law and economics ha travisato l'idea che fonda la razionalità del mercato: non occorre che tutti gli investitori siano razionali, è sufficiente che le informazioni rilevanti siano disponibili e che vi siano un sufficiente numero di investitori razionali da assicurarne l'incorporazione nei prezzi.

In ogni caso, chi scorra i saggi raccolti in F. Parisi e V. Smith (ed.), The law and economics of irrational behaviour (se ben ricordo) può verificare come spesso l'esito della scelta comportamentale sia proprio nel senso di escludere gli operatori irrazionali dal mercato (in Italia, ricordiamoci le ricette propinate alla stampa dal prof. Cammarano dopo gli scandali Cirio e Parmalat: no al risparmio fai da te, venite al risparmio gestito).

 

 

Ottimo ed importante punto questo di Luciano

Per altro verso, forse la behavioral law and economics ha
travisato l'idea che fonda la razionalità del mercato: non occorre che
tutti gli investitori siano razionali, è sufficiente che le
informazioni rilevanti siano disponibili e che vi siano un sufficiente
numero di investitori razionali da assicurarne l'incorporazione nei
prezzi.

Troppa gente sembra non essere in grado di capire (chiaro esempio di very bounded rationality) che il principio secondo cui i mercati (competitivi ed organizzati) trasmettono informazione e tendono a far emergere prezzi e quantità basati su quelle cose che chiamiamo "fondamentali", prezzi e quantità che tendono a massimizzare l'utilità aggregata, NON si basa sull'ipotesi che tutti siano super intelligenti, calcolatori, razionali e fighi da morire. Si basa sull'ipotesi infinitamente più debole secondo cui, in circostanze non patologiche, basta vi sia libertà di entrata per un numero positivo di soggetti 'razionali' (odio questo termine, di per se non vuol dire nulla) che approfittino della situazione per fare arbitraggio a spese dei supposti tonti. L'arbitraggio elimina, prima o poi, i soggetti 'irrazionali' (altro termine ovviamente insensato) e tende a far emergere l'informazione, se esiste, riguardante i fondamentali ...

Da mesi - tanti: messi assieme fanno anni - mi prudono le mani dalla tentazione di scrivere una cosa seria ma anche veramente cattiva su questa nuova moda della economia comportamentale (io cosa farei, dunque? Economia non comportamentale?), sulla sua incoerenza logica, pochezza intellettuale, completa ignoranza dei fatti e dei dati per non parlare della più elementare storia, impudicizia argomentativa, e via insultando. Avevo sperato che i buoni Faruk e Wolfgang continuassero sulla strada che avevano iniziato, bombardando senza pietà questo cavallo di troia del puttanesimo giornalistico e del peggior post-modernismo irrazionale nel senso stretto (ossia, che continuamente viola "o A o -A") che è riuscito a penetrare nelle scienze sociali ed economiche ... ma devono essersi stancati. Li capisco. Io che sono ancora meno paziente, ogni volta che mi ci metto finisco per annoiarmi dopo due ore: sembra una tale perdita di tempo, ed occorre scendere a livelli così infimi che viene la nausea e si spegne tutto. Ma questo è male, perchè il morbo si spande e come tutte le mode taumaturgico-religiose (ogni problema/dato/quesito ha una sua risposta ad hoc, inconsistente con le precedenti ma non importa: per i bisognosi ed impazienti credenti va bene tutto) si riproduce ad una velocità spaventosa. Bene ha fatto Alberto ad iniziare, occorrerà continuare.

Speriamo l'estate serva a trovare la pazienza. Peccato lui vada al mare in Liguria ed io in montagna nel Veneto ...

Avevo sperato che i buoni Faruk e Wolfgang continuassero sulla strada che avevano iniziato,
bombardando senza pietà questo cavallo di troia del puttanesimo
giornalistico e del peggior post-modernismo irrazionale nel senso
stretto (ossia, che continuamente viola "o A o -A") che è riuscito a penetrare nelle scienze sociali ed economiche ... ma
devono essersi stancati. Li capisco. Io che sono ancora meno paziente,
ogni volta che mi ci metto finisco per annoiarmi dopo due ore: sembra
una tale perdita di tempo, ed occorre scendere a livelli così infimi
che viene la nausea e si spegne tutto.

Di una cosa almeno bisogna dar credito a Krugman degli anni '90: trovava frasi fulminanti per battaglie del genere. Vedi per esempio quest'articolo su Slate:


[...] That is what explains the lit-crit
style so oddly favored by the leftist critics of mainstream economics.
Kuttner and Galbraith know that the quantitative, algebraic reasoning that
lies behind modern economics is very difficult to challenge on its own
ground. To oppose it they must invoke alternative standards of intellectual
authority and legitimacy. In effect, they are saying, "You have Paul
Samuelson on your team? Well, we've got Jacques Derrida on ours."

un'ultima parola (ho un braccio fuori uso, non siete i soli che ammorbo via computer) e poi mi taccio. credo profondamente nell'esercizio della ragione (anche se non faccio di questo un totem) e perciò insisto tanto (forse troppo) sull'informazione che ne è il necessario presupposto. ma l'irrazionalità su cui cercavo di richiamare l'attenzione è quella dello stato che per un verso fonda la sua politica previdenziale anche sulle pensioni complementari (incentivi fiscali,silenzio assenso,ecc.), inducendo i lavoratori a una scelta di adesione ai fondi pensione che, in assenza di tali incentivi, magari non compirebbero mai,e per l'altro verso (sono certo, non per liberalismo ma al solo scopo di fare concorrenza al tfr che le prevede; eterogenesi dei fini) consente il ricorso alle anticipazioni nelle modalità note. se buona parte dei lavoratori farà ricorso alle anticipazioni che ne sarà dell'obiettivo conclamato di garantire, tramite la previdenza complementare, un adeguato tasso di sostituzione ? Fossimo nell'ambito del terzo pilastro certamente  il problema potrebbe lasciarci indifferenti, ma abbiamo assegnato alla previdenza integrativa una funzione sociale e da questo punto di vista mi sembra che la contraddizione sia stridente.

bruno mangiatordi

Ci sono altri due commenti che vorrei fare oltre a quello di enzo: le anticipazioni si possono fare per spese sanitarie o per acquisto di casa. Nel primo caso uno puo' argomentare che la pensione non serve ai morti, nota che in italia di tasca tua spendi somme considerevoli per sanita' solo in casi gravi, magari per andare a curarsi all'estero (ed anche in questo caso e' possibile essere pagati dalla regione in certi casi). Per quanto riguarda la casa, trattasi di investimento a lungo termine difficilmente liquidabile, quindi non e' escluso che si possa considerare un investimento alternativo ai fondi accantonati per la pensione (io penso sia assurdo, ma conosco molti che la pensano cosi').

In entrambi i casi comunque vale l'aspetto paternalistico della normativa segnalato da Alberto.

trattasi di investimento a lungo termine difficilmente liquidabile,
quindi non e' escluso che si possa considerare un investimento
alternativo ai fondi accantonati per la pensione (io penso sia assurdo,
ma conosco molti che la pensano cosi').

Non e' tanto assurdo, date le normative fiscali: il reddito derivante da un investimento alternativo alla casa d'abitazione sarebbe tassato, mentre l'affitto da pagare per una casa affittata non sarebbe deducibile.

In realta' gli incentivi fiscali per possedere una casa in Italia sono minimi se confrontati con quegli negli usa. Il massimale delle detraibilita' del mutuo e' piuttosto basso (non sono riuscito a trovare quanto). Poi esistono notevoli imposte  indirette da pagare al momento dell'acquisto.

In realta' gli incentivi fiscali per possedere una casa in Italia sono
minimi se confrontati con quegli negli usa. Il massimale delle
detraibilita' del mutuo e' piuttosto basso (non sono riuscito a trovare
quanto). Poi esistono notevoli imposte indirette da pagare al momento
dell'acquisto.

Non sto parlando della detraibilita' del mutuo, ma della non-detraibilita' dell'affitto, che genera una grossa differenza di convenienza tra investire nell'acquisto della "prima casa" in cui si abita e in quelle di altre date in affitto. Se investire in case da affittare desse ritorni after-tax nettamente peggiori di quelli di altre classi d'investimento (OK, anche considerando altri fattori come la volatilita' del mercato azionario, il default risk per le obbligazioni, i rischi non assicurabili per le case o il costo dell'assicurazione etc.) nessuno investirebbe in case e non esisterebbe il mercato degli affitti (rendendo impossibile evitare l'acquisto della casa in cui si abita!). Supponiamo percio' che l'affitto di mercato sia tale da rendere i rendimenti after-tax di questa asset class attraenti in modo comparabile con quelli di altre. A questo punto, comprarsi la casa in cui si abita diventa molto attraente, perche' il rendimento derivato dal mancato pagamento dell'affitto non e' tassato.

Ovviamente questa e' una situazione piu' generale. La tassazione sui redditi sembra fatta apposta per scoraggiare la divisione del lavoro: se la mia paga oraria e' comparabile con quella di un idraulico o un imbianchino, ci guadagno a spendere qualche ora del mio tempo a aggiustare i miei lavandini o ridipingere i miei muri puttosto che andare al mio lavoro abituale, guadagnare soldi su cui pago IRPEF, assoldare terzi per questi lavori in casa, e pagar loro una parcella che di nuovo sara' tassata in sede IRPEF (oh, e in molti paesi io dovro' pure pagarci l'IVA!). In pratica, si finisce sempre a far tutto "in nero". Non e' una follia?

l'irrazionalità su cui cercavo di richiamare l'attenzione è quella
dello stato che per un verso fonda la sua politica previdenziale anche
sulle pensioni complementari (incentivi fiscali,silenzio assenso,ecc.),
inducendo i lavoratori a una scelta di adesione ai fondi pensione che,
in assenza di tali incentivi, magari non compirebbero mai,e per l'altro
verso (sono certo, non per liberalismo ma al solo scopo di fare
concorrenza al tfr che le prevede; eterogenesi dei fini) consente il
ricorso alle anticipazioni nelle modalità note.

Si', ma secondo me non e' irrazionalita' (e comunque non dello "stato", che non e' un soggetto senziente e neppure un'entita' omogenea): e' il risultato di compromessi tra lobbies contrapposte (sindacati, enti previdenziali, imprenditori, industria finanziaria) che mirano ad accaparrarsi il controllo dei soldi dei lavoratori. Purtroppo, come spesso accade, il risultato non e' la concorrenza trasparente, ma la lottizzazione e l'inefficienza in senso economico (cioe' il pagare piu' del necessario per la fornitura di un servizio).

nel nostro caso, stato è sinonimo di legge dello stato. naturalmente, non occorre essere politologi per sapere che le leggi sono in gran parte il risultato caotico di interessi che si scontrano. ma, per un giurista, la legge una volta emanata assume vita propria e le contraddizioni che contiene possono essere in quanto tali oggetto di critica intellettuale. altrimenti non esisterebbe la scienza giuridica (magari sarebbe un bene). quanto ai fini perseguiti mediante il ricorso alle anticipazioni, l'ho scritto anche nelle risposte a svariati commenti al mio articolo: non ne disconosco affatto la dignità, anzi...ma non leggete per favore le risposte perché  scoprireste che in una di esse ho citato il saggio di thaler, prima dell'avvio di questa discussione. non oso pensare a cosa ne potrebbe discendere per la mia reputazione...

Mah, Bruno, io non capisco bene, ma forse siamo in parziale accordo. Mi pare che tu lamenti il fatto che la legge e' contraddittoria nel senso che ha l'obiettivo di garantire previdenza e poi permette anticipazioni. Nulla da eccepire, su questo punto. Io lamento che a te e "allo stato" paia ovvio che la previdenza sia obiettivo da garantire attraverso risparmio forzato (ribadisco: non lamento che sia possibile argomentare a favore del risparmio forzato, lamento che appaia cosi' ovvio da non richiedere argomentazione).

PS Leggo anch'io Thaler, sempre con interesse se non agreement. Primo, ha cominciato a dire queste cose quando a dirle non era affatto facile; secondo, lo fa con grande onesta' intellettuale (cosa non comune tra i suoi figliocci).  

mannaggia.... alberto vedo solo ora la tua replica, e non ce la faccio a non rispondere. io non,sottolineo non, sono affatto favorevole al risparmio forzoso. ammetto invece di avere scritto che lo stato non può perseguire due fini contraddittori senza abdicare ad almeno uno dei due (in questo caso la previdenza complementare).

concludevo il mio articolo sostenendo la necessità di sensibilizzare i lavoratori sulle conseguenze negative per il loro risparmio previdenziale di un eccessivo ricorso alle anticipazioni.

quindi, da un lato una critica all'incoerenza normativa, dall'altro un appello al raziocinio dei singoli.

non so se hai colto il riferimento alle cessioni del quinto cum garanzia del tfr e ora del risparmio accumulato nei fondi. una bonanza che le finanziarie perpetrano ai danni di poveri cristi; non è chiaro chi "vigili" su questo oscuro ma rilevantissimo fenomeno...

caro bruno, mi fa piacere che tu risponda, perche' trattenersi.

siamo d'accordo sul risparmio forzoso, allora.

siamo quasi d'accordo sul "la necessità di sensibilizzare i lavoratori sulle conseguenze negative
per il loro risparmio previdenziale di un eccessivo ricorso alle
anticipazioni"; chi puo' essere contrario a "sensibilizzare". ma ci sono cosi' tante cose cui sensibilizerei i lavoratori, altro che le "anticipazioni"; prima fra tutte il fatto che i sindacati si sono garantiti grosse rendite sui fondi chiusi a loro danno.

infine, non capisco  la questione del "quinto cum garanzia del tfr e ora del risparmio accumulato nei fondi.
una bonanza che le finanziarie perpetrano ai danni di poveri cristi": perche' una bonanza a danno dei poveri cristi? sara' che non capisco ma qui affiora il paternalismo. poter usare lo stipendio come collateral e' grande cosa per "i poveri cristi"; se poi e' fatto male, questo non lo so, ma e' ottima innovazione finanziaria che permette accesso al debito anche a chi non ha capitale fisico, ma solo umano.

PS grazie per l'interessante discussione. non trattenerti 

Caro alberto,

 

il problema delle cessioni del quinto è rappresentato dai tassi d'interesse, in media superiori al 10 per cento. se l'interesse è la remunerazione del rischio, qualcuno mi deve spiegare il motivo di tassi quasi da usura applicati a prestiti che hanno comunque una garanzia piuttosto solida quale è il tfr. sarà forse paternalismo, ma io continuo a non condividere la famosa massima per la quale "tutto ciò che è reale è razionale"

La prima e' che agenti razionalissimi potrebbero scegliere di non
risparmiare per poi richiedere sostentamento pubblico; per ridurre il
problema basterebbe pero' garantire un sostentamento pubblico minimo.

Ma non restera' affatto minimo se questa gente avra' diritto di voto. Anche se rappresentasse una minoranza, avrebbe comunque un potere di pressione enorme in situazioni bipartitiche con due raggruppamenti di peso circa equivalente, che sembra essere la norma. Per cui, entrambi gli schieramenti faranno a gara per espandere il sostentamento del club delle cicale in nome della carita' cristiana, della decenza, della solidarieta' e quant'altro (una volta ho pure sentito in TV Tremonti usare questi argomenti per giustificare l'inerzia del suo governo in materia di riforme!). L'unica soluzione e' la perdita del diritto di voto per chi e' un "net recipient" di denaro dallo stato, come c'era in America 1.0 prima di essere eliminata dal XXIV Emendamento. Ma non sto trattenendo il respiro su sviluppi del genere...

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