Il patrimonio non immobiliare e la ''patrimoniale aggiuntiva''

17 maggio 2012 sandro brusco

Anche se ora il rumore di fondo si è un po' sopito, nelle ultime settimane è riaffiorata la proposta di introdurre una tassa patrimoniale. In particolare il segretario del PD Bersani, pur senza articolare chiaramente i dettagli, ha invocato una ''imposta personale sui grandi patrimoni mobiliari'', dato che quelli immobiliari sono ora colpiti dall'IMU. Anche Prossima Italia, organizzazione di area PD, ha proposto una mini-patrimoniale sui valori mobiliari. In questo post andiamo a vedere più in dettaglio cosa c'è in questa componente di ricchezza e quali sono le conseguenze della sua tassazione.

La base imponibile

La prima cosa da fare, quando si considera una nuova tassa, è valutare la potenziale base imponibile. Ci sono due indagini recenti della Banca d'Italia che cercano di stimare il livello e la distribuzione della ricchezza delle famiglie italiane: l'indagine "La ricchezza delle famiglie italiane, anno 2010", che è stata pubblicata nel dicembre 2011, e la "Indagine sui bilanci delle famiglie Italiane, anno 2010", pubblicata nel gennaio 2012. A nostra conoscenza si tratta delle due fonti più aggiornate sul tema. La prima indagine fornisce una descrizione più dettagliata degli aggregati, mentre la seconda è più centrata sulla distribuzione della ricchezza. Nella prima pubblicazione, la tavola 1A a pagina 28 riassume la situazione della ricchezza delle famiglie per l'anno 2010 (dati in miliardi di euro).

Attività reali (a) 5.925
Attività finanziarie (b) 3.600
Passività finanziarie (c) 887
Ricchezza netta ((a)+(b)-(c)) 8.638
Ricchezza finanziaria netta ((b)-(c)) 2.713

Come si vede si conferma il dato ben noto che la ricchezza degli italiani è principalmente data dagli immobili (il grosso delle attività reali), con un valore di circa 6.000 miliardi. Il resto è dato da un coacervo di altre attività che per comodità si chiamano '''finanziarie''.

Nel dibattito corrente si commette spesso l'errore di confondere la potenziale base imponibile con l'effettivo valore dell'aggregato "ricchezza" come stimato dalle indagine campionarie. Questo è sempre un errore, per qualunque tipo di imposta. Per esempio, quando consideriamo il potenziale gettito di un'imposta sul reddito sappiamo che esiste una notevole differenza tra il PIL valutato dall'Istat (che contiene anche stime dell'economia sommersa) e il reddito imponibile effettivamente accertabile. Per la ricchezza succedono cose molto simili: alcune componenti della ricchezza sono di assai difficile tassazione, altre sono stimate in modo molto impreciso. In un dibattito precedente sulla proposta di patrimoniale della CGIL avevo segnalato in particolare questo problema per gli immobili, dato che questi rappresentano la parte principale della ricchezza. Visto che ora la proposta di tassazione riguarda unicamente la componente non immobiliare, su tale componente ci concentreremo.

Veniamo dunque ai dettagli. La Tabella 3A, pagina 29, sempre nella ''Indagine sulla ricchezza'', fornisce i dati disaggregati per tipologia di attività finanziaria. I dati, riferiti al 2010 ed espressi in miliardi di euro, sono riassunti in questa tabella

Contanti 107,5
Conti bancari 657,3
Depositi postali 322,5
Titoli debito pubblico 181,4
Obbligazioni di banche e imprese 366,7
Obbligazioni straniere 165,1
Prestiti a cooperative 15,7
Azioni di imprese non quotate 471,6
Azioni di imprese quotate 85,5
Partecipazioni in quasi-società 212,0
Fondi d'investimento 238.
Riserve tecniche assicurazioni 669,1
Altri conti attivi 8,3
Crediti commerciali 98,6

Quante di queste attività sono effettivamente tassabili? Il contante va escluso; andare a scovare le banconote che le famiglie tengono in tasca o sotto il materasso è praticamente impossibile. Ci sono un po' di altre cose minori (prestiti dei soci alle cooperative, altri conti attivi, crediti commerciali) che sono anch'esse tassabili solo con certa difficoltà, ma si tratta di poca roba. La voce più grossa tra quelle non tassabili è quella delle riserve tecniche di assicurazione. Queste corrispondono a somme versate dalle famiglie a fondi pensione e assicurazioni vita, oltre che alle risorse accantonate dalle imprese per fondi di quiescenza per il personale. La tassazione di queste cifre sarebbe in completa contraddizione con la politica da sempre seguita di favorire il risparmio privato, in concreto prevedendo la parziale deducibilità dall'imposta sul reddito delle somme versate a fondi pensione e assicurazioni vita, e renderebbe il nostro sistema fiscale ancora più assurdo. Assumiamo quindi che qui prevalga un minimo di buon senso e che questa componente sia esclusa da un'eventuale imposta patrimoniale. Queste quattro voci fanno in totale 899,2 miliardi, lasciando una base potenzialmente tassabile di 3.600-899,2=2700,8 miliardi circa. Fra questi, possiamo distinguere due grandi categorie.

  • Ricchezza che è effettivamente liquida e prontamente scambiabile sul mercato. Mettiamo qui sotto le categorie che soddisfano questi requisiti (in verità per obbligazioni e fondi il livello di liquidità varia, ma ignoriamo questo aspetto)
    Conti bancari 657,3
    Depositi postali 322,5
    Titoli debito pubblico 181,4
    Obbligazioni di banche e imprese 366,7
    Obbligazioni straniere 165,1
    Azioni di imprese quotate 85,5
    Fondi d'investimento 238,2
    Totale 2016,7
  • Ricchezza non liquida e il cui valore di mercato è difficile da stimare. In questa categoria rientrano le azioni e partecipazioni in società di capitali non quotate e le partecipazioni in quasi-società. Sostanzialmente si tratta nel primo caso delle quote di proprietà di spa ed srl, nel secondo caso della proprietà di piccole imprese e società. Si tratta di 684,1 milardi.

La seconda categoria è quella in cui è più probabile vi sia un'ampia divergenza tra le stime fatta dalla Banca d'Italia e il valore reale delle base imponibile che può essere soggetta a tassazione. Un primo punto metodologico da far notare è che, anche volendo assumere che la stima aggregata della Banca d'Italia sia corretta, questo non implica che la stima del valore di ciascuna piccola azienda artigiana o società di persone sia corretta. È chiaro che la valutazione del valore di queste attività è soggetta a grossi errori di misura in ogni singolo caso individuale. Nell'aggregato, se le stime sono fatte in modo appropriato (e abbiamo fiducia che questo sia il caso per le indagini della Banca d'Italia) gli errori di misura tendono a compensarsi, fornendo una stima abbastanza ragionevole del totale.

Purtroppo, quando invece si definisce per via legale la base imponibile, questi errori non sono ammessi. È ovvio che l'unica via perseguibile è la stessa che si usa per gli immobili a fini residenziali, ossia assegnazione per via burocratica di valori (la rendita catastale, nel caso degli immobili) il cui legame con l'effettivo valore di mercato non risulta particolarmente forte. L'Agenzia delle Entrate, o chi per essa, dovrà quindi mettersi a fornire stime del valore commerciale di tutte le attività di barbiere, pizzicagnolo e così via, con una procedura che possiamo immaginare simile a quella degli studi di settore.

Anche così, l'applicazione di una tassa a questo tipo di patrimonio andrà incontro a resistenze fortissime. Molti artigiani e piccoli imprenditori chiuderanno il 2012 (e probabilmente il 2013) in perdita. A costoro lo Stato chiederà comunque di pagare l'IRAP. Aggiungere un'ulteriore imposta basata su un valore presunto dell'attività commerciale deciso in forma burocratica verrà visto come l'ennesimo odioso balzello che getta ulteriore sabbia nelle ruote di chi cerca di fare impresa nel paese. Se queste considerazioni non convincono, invitiamo a rileggere l'intervista che Vincenzo Visco (non un selvaggio ultraliberista) ha dato all'Unità il 24 novembre dello scorso anno. In essa affermava:

la patrimoniale sulle grandi fortune può essere aggiuntiva, ha più un valore simbolico che un effettivo valore in fatto di gettito. C'è da aggiungere che se si tocca il capitale finanziario si hanno effetti sulla produzione, cosa che non accade nel caso degli immobili.

La conclusione che traiamo da questa analisi è che la base imponibile reale di questa nuova tassa è assai più modesta di quella ipotizzata: sono i 2016.7 miliardi di attività finanziarie scambiabili (più o meno) sui mercati. Circa metà di questa ricchezza consiste in conti correnti bancari e postali, sommando ai quali i titoli di debito pubblico detenuti dalle famiglie si arriva a circa 1100 miliardi. A rigor di logica, a questa cifra andrebbero sottratte le passività finanziarie delle famiglie, pari a 887 miliardi. Se si facesse, andremmo da 2000 a 1100 miliardi in tutto di base imponibile. E se volessimo tassare, come dice Bersani, solo ''i grandi patrimoni mobiliari'', ne resterebbe probabilmente molto meno della metà. Ma di questo parleremo più in dettaglio dopo. Qui osserviamo solo che, realisticamente, la ricchezza finanziaria verrà tassata al lordo delle passività, allo stesso modo in cui oggi l'IMU viene pagata per intero anche da chi sulla casa ha un congruo mutuo ancora da pagare (la composizione delle passività la trovate nella tabella 3A, pag. 29; i mutui sono circa 368 miliardi) . Riassumendo, alla fine questo sarebbe la "patrimoniale aggiuntiva'': una tassa sulle attività finanziarie e, se proprio si vuole sfidare la sorte, sulle piccole imprese.

Elusione, evasione e problemi amministrativi

Le potenzialità di elusione sono legate alla forma della tassazione. Due sembrano essere le potenziali strutture delle aliquota più discusse: la prima prevede che tutta la ricchezza finanziaria venga tassata con la stessa aliquota proporzionale, la seconda prevede che la tassazione sia invece progressiva, con una significativa soglia di esenzione e un'aliquota proporzionale per la parte che eccede la soglia. La prima corrisponde grosso modo in buona sostanza a come vengono già ora tassati i rendimenti delle attività finanziarie. La seconda è il modello adottato in Francia, dove la soglia di esenzione è di circa 800.000 euro (la base imponibile include la ricchezza immobiliare, ma con esenzioni varie). 

Sulla prima versione consentiteci semplicemente di dire: se questa è la proposta, a che pro tanto casino? Non chiamatela nuova tassa, è semplicemente un inasprimento dell'attuale tassazione delle attività finanziarie. Al momento questa avviene colpendo con una aliquota proporzionale i rendimenti, e si passerebbe a colpire direttamente invece il capitale. Una cosa buona di questa modalità è che almeno risulta relativamente facile da applicare dal punto di vista amministrativo, si tratterebbe banalmente di aumentare la ritenuta di imposte già vigenti. Non possiamo però fare a meno di notare che gran parte della ricchezza che si intende colpire in questo modo è già stata colpita recentemente, con l'aumento delle imposte di bollo per deposito titoli etc. Inoltre, è abbastanza palese che il contenuto redistributivo di questa tassa addizionale sarebbe assai limitato. Quando si tassa con aliquote proporzionali ovviamente non si possono colpire solo i ''grandi patrimoni mobiliari''.

Ben altro discorso invece si applica se l'imposta che si intende applicare è di tipo progressivo, ossia con una soglia di esenzione e un'aliquota costante, o aliquote crescenti, sul patrimonio che eccede la soglia. Come detto, questo è il modello francese e questo, da quel che è dato capire, è quello che ha in mente Bersani. Il primo problema di un'imposta del genere è che l'unico modo sensato di applicarla è a livello di nucleo familiare. Il sistema fiscale francese è costruito intorno alla tassazione della famiglia, quello italiano no. Sarebbe necessario individuare, per questa tassa, una unità di imposta (la famiglia) diversa da quella dell'imposizione sul reddito (l'individuo). Sarebbe inoltre opportuno aggiustare, come si fa in Francia, per l'ampiezza della famiglia. Questo non pare essere una preoccupazione di Bersani, che ha parlato esplicitamente di ''imposta personale''.

Facendo l'ipotesi eroica che i relativi problemi amministrativi vengano superati, resta il problema che l'elusione diventa abbastanza facile. Facciamo un esempio pratico. Una coppia di sessantenni ha un conto in banca con 40.000 euro. Si stabilisce una soglia di esenzione di 25.000. La coppia ha anche una figlia, che se ne è andata di casa da poco e quindi costituisce famiglia a sé. Tipicamente, la giovane ha una ricchezza molto inferiore a quella dei genitori, dato che è all'inizio del processo di accumulazione, e ha in banca 5.000 euro. Se i genitori e la figlia vanno d'accordo è sufficiente bonificare 15.000 euro dal conto dei genitori a quello della figlia per eludere la tassa (queste manovre non sono invece possibili con la tassazione proporzionale). Se non si vogliono far apparire i bonifici basta prelevare contanti e darli alla figlia. Questo è solo un esempio di attività perfettamente legali, le opportunità di elusione di una tassa progressiva sono molteplici. Di fatto in Francia l'imposta ha un gettito variabile e ha reso tra i 3 e i 5 miliardi di euro negli anni recenti, in un paese in cui la ricchezza è sia più alta sia nettamente più concentrata che in Italia. Ma ricordate che in Francia la tassa colpisce sia la ricchezza mobiliare che quella immobiliare. Naturalmente questi problemi sono moltiplicati se l'imposta è personale. Due famiglie identiche sia per composizione sia per ricchezza porebbero pagare tasse molto differenti a seconda di come la ricchezza è imputata ai membri della famiglia. 

Comunque, facciamo pure l'ipotesi eroica di superare queste difficoltà (siamo economisti dopotutto, e alle ipotesi eroiche siamo abituati). Quale sarebbe il potenziale gettito? Qui la risposta dipende dalla soglia di esenzione. In Italia ci sono 24 milioni di famiglie. Diciamo che l'obiettivo è quello di far pagare solo il 10% delle famiglie più ricche, ossia 2,4 milioni di famiglie (che saranno soprattutto le famiglie più anziane). Non abbiamo sottomano dati sulla distribuzione di conti correnti e depositi postali, quindi è difficile dire direttamente qual è la soglia di esenzione che porta a colpire solo il 10% più ricco. Nella "Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, anno 2010", la Banca d'Italia stima che per appartenere al 10% più ricco una famiglia deve avere una ricchezza netta di 560.000 euro (si veda la tabella E1, pagina 65). Questa però è la ricchezza netta totale, che include la ricchezza immobiliaria e a cui sono sottratte le passività finanziarie. Nell'indagine non appare una divisione per decili della ricchezza finanziaria lorda, anche se la tabella E2 riporta una ricchezza finanziaria mediana di 6.800 euro. Un calcolo molto grezzo può essere il seguente: se le attività finanziarie effettivamente tassabili sono pari a 2.000 miliardi e la ricchezza netta è 8.600 miliardi, allora la frazione è pari a circa il 23%. Il 23% di 560 mila è circa 130.000 euro. Questo può apparire eccessivo, ma per avere un'idea della potenziale entità del problema, osservate che se la soglia di esenzione fosse pari a 50.000 euro, allora alla base imponibile (la ricchezza mobiliare in mano al 10% delle famiglie più ricche) andrebbero sottratti 50.000x2,4 milioni = 120 miliardi di euro. In sostanza, ci pare che il punto di vista espresso da Vincenzo Visco secondo cui la patrimoniale aggiuntiva ''ha più un valore simbolico che un effettivo valore in fatto di gettito'' sia completamente corretto.

Riassumendo: o si tassa tutti e proporzionalmente, e allora l'operazione è equivalente a un ulteriore aumento di aliquote su tasse che già si pagano. O si prova a far pagare solo "i ricchi" e allora da un lato la gestione del tributo diventa un incubo amministrativo e dall'altro il gettito sarà molto limitato.

Considerazioni finali

Finora abbiamo fatto un'analisi quasi esclusivamente contabile. Vorremmo ora spendere una parola in più sugli effetti economici. Dato che, presumibilmente, l'imposta avrebbe gettito limitato è probabile che anche i danni siano contenuti, a meno che la nuova tassa non venga vista come un segnale di cose più gravi a venire.

Va però detto che è molto probabile che le famiglie riallochino la propria ricchezza da attività tassate ad attività non tassate (o meno tassate), a cominciare dal contante, mettendo in atto tutte le attività legali di elusione possibili, oltre ad alcune strategie illegali di evasione. Inoltre, se nel patrimonio immobiliare verranno compresi i titoli del debito pubblico, la maggiore tassazione ne ridurrà la domanda da parte dei residenti italiani. La diminuzione della domanda domestica condurrà probabilmente a un aumento dei rendimenti.  Parte del gettito della nuova tassa servirà quindi a finanziare l'aumentata spesa per interessi, risolvendosi dal punto di vista contabile in una partita di giro e dal punto di vista economico in una riduzione degli incentivi al risparmio.

Dal punto di vista distributivo, come abbiamo avuto già modo di osservare, un effetto importante sarà quello di colpire le famiglie intorno all'età della pensione e che quindi sono all'apice del ciclo vitale di accumulazione della ricchezza. La tabella E 2 nella ''Indagine sui bilanci delle famiglie'', mostra che la ricchezza mediana netta delle famiglie con un capofamiglia tra 55 e 64 ani di età è circa 233 mila euro, contro i 41 mila delle famiglie con meno di 34 anni. Un altro modo di vedere la cosa è questo: più o meno metà delle famiglie nella fascia d'età 55-64 appartiene al terzo più ricco del paese (quello che Amato voleva tassare a sangue, nell'ennesima proposta di patrimoniale apparsa qualche tempo fa). Forse Bersani è convinto che Il famoso 10% dei più ricchi sia costituito da orde di Berlusconi e Benetton. Non è così, e su questo lo consigliamo di chiedere lumi a Vincenzo Visco.

Infine, permetteteci di osservare che il mercato mobiliare italiano si è sempre distinto per essere piccolo e asfittico. Nel suo recente relazione annuale il presidente della Consob (oltre a esibirsi in farneticazioni varie su spread e democrazia) ha ricordato questa situazione. Riprendo qui il quadro riassuntivo tratteggiato da Fausto Panunzi su lavoce.info

Giuseppe Vegas ha confermato che la Borsa in Italia è un canale sempre meno efficace per convogliare il risparmio delle famiglie, peraltro ormai ridotto a causa della crisi, al settore delle imprese. Il numero d’imprese quotate si è ridotto ormai a 263 e la capitalizzazione della Borsa rappresenta solo il 21 per cento in rapporto al Pil, contro il 37 per cento della Germania, il 55 per cento della Francia e il 140 per cento del Regno Unito. Poche sono state le nuove quotazioni (solo cinque in tre anni), così come pochissime sono le medie imprese (quelle con una capitalizzazione sotto i 50 milioni) presenti sul mercato.

La tassazione della ricchezza mobiliare fornirebbe un motivo in più per rendere ancora meno importante il finanziamento delle imprese per via non bancaria, in un momento in cui invece dovremmo moltiplicare gli sforzi per garantire un maggiore accesso al finanziamento da parte delle imprese.

44 commenti (espandi tutti)

Premetto che io sono una di quelle persone generalmente a favore di tasse (non di imposte!) sugli immobili, tasse la cui entità dovrebbe essere decisa a livello locale, dovrebbe interamente entrare nelle casse di chi gestisce la controprestazione (perlopiù enti locali), e sulla cui qualità della controprestazione i contribuenti andrebbero chiamati a esprimere il proprio parere almeno una volta all'anno (nel borough in cui vivo per ora nel RU, in 14 anni hanno fatto 11 elezioni per il council).

 

Questo premesso, le patrimoniali mobiliari che già ci sono nella RI sono una tragedia, a partire da quell'odioso balzello sugli estratti conti, e se andiamo a vedere la prima vera patrimoniale immobiliare che sono riusciti a mettere sù (l'IVIE) viene veramente da piangere (ed ad 1 mese ed 1 giorno dalla prima scadenza di pagamento, ancora la maggior parte dei potenziali contribuenti ne ignora l'esistenza, e quella minoranza che per caso ci si è imbattuta, non sa calcolarne l'importo in alcuna maniera di senso compiuto).

 

Se le prossime patrimoniali mobiliari ed immobiliari saranno fatte in questa stessa maniera, non si farà altro che continuare a perdere di competitività, di credibilità, di produttività e praticamente di speranza.

 

Capisco che l'obiettivo di chi materialmente crea questi veri e propri mostri sono gli ormai celebri 32 mila euro di pensione al mese, e che per questi quelli sul sistema paese non sono altro che effetti collaterali, ma non ci arriveranno su questa strada ...

ottimo post

marcodivice 17/5/2012 - 10:38

chiaro e dettagliato.

certo se il coniglio dal cilindro del PD è questo...

Concordo, viene da piangere. Non che io avessi particolari speranze su di loro, da anni penso che siano i più bravi e portati a gestire il declino tra quelli sul mercato, ma non che possano veramente a fare qualcosa per invertirlo, ma da qui a leggerli glorificare e giustificare teoreticamente zavorre come i bolli sugli estratti conto (e probabilmente cose anche peggiori) ce ne corre.

Se proprio si devono alzare le tasse, o redistribuirle per equità, non è meglio tassare i redditi più alti piuttosto che il patrimonio mobiliare? Certo, c'è il problema evasione, quelli che dichiarano oltre i cento o duecentomila euro all'anno sono pochissimi, però così non si toccherebbero i capitali delle imprese. E in fondo gli alti redditi tassabili che sono più visibili sono quelli degli alti dirigenti pubblici, si cambierebbe anche il loro sistema delle preferenze, che vale avere un reddito di 600.000 euro all'anno se 550.000 sono tassati con una aliquota dell'80%? (OT: su Linkiesta si parlava del mostruoso aumento di stipendio di frau Merkel, passata allo stratosferico stipendio di 17.000 euro al mese, con un aumento di 80 euro. Se la cancelliera guadagna così, ed Hollande sui 15.000, i nostri papaveri potrebbero adeguarsi. Anche con una robusta sforbiciata per via fiscale)

A proposito invece di patrimoniale mobiliare...però potrebbe avere degli effetti "positivamente perversi": se i patrimoni rapidamente liquidabili fossero soggetti ad una alta tassazione non nell'immediato ma in un futuro ragionevolmente vicino, i titolari avrebbero un forte incentivo a liquidarli e a spendere. Visto che gli immobili saranno tassati con l'IMU, che i beni durevoli magari già sono posseduti, la spesa andrebbe a finire in consumi, quindi più domanda.  Sono sicuro di aver detto una sciocchezza...

Riguardo al primo paragrafo, tanto vale tagliare quegli stipendi pubblici. Sono sicuro che saranno tutti d'accordo qui. Ma farlo attraverso una modifica delle aliquote marginali avrebbe grossi effetti anche nel privato.

 

Sul secondo, non sono d'accordo. Se qualcuno li liquida, come dici tu, qualcun altro dovrà comprarli. In generale si avrà un abbassamento del valore di quei titoli. Dis-incentiverai alcuni tipi di investimento ma non credo sia una buona idea. Correct me if I'm wrong.

La sciocchezza non sta nella cosa in sè, ma nel "perchè lo fai", nella motivazione: se ti castri perche hai un tumore al pisello non fai una sciocchezza, se lo fai per perdere un paio di Kg invece sì!

Tassare i redditi più alti o i cosidetti patrimoni per incentivare gli investimenti,  magari eliminando imposte come l'IRAP che penalizzano chi crea posti di lavoro non è una sciocchezza, farlo per mantenere uno status quo sprecone senza introdurre tagli agli sprechi e ottimizzazione delle spese statali invece lo è (al limite è una sciocchezza ad impatto minore, rispetto ad altre che ogni tanto circolano).

 

Effetti rilevanti per ridurre la povertà e la disuguaglianza si possono avere solo se si espande l'occupazione per i ceti medio-bassi. Le famiglie povere in Italia sono soprattutto le famiglie monoreddito, e solitamente uno dei due (la moglie, nella quasi totatlità dei casi) è fuori dalla forza lavoro. Non è disoccupata, non lo cerca proprio. Aumentare la partecipazione alla forza lavoro non è facile. Nel lungo periodo, l'educazione funziona abbastanza bene: più alto è il livello di scolarizzazione, più alta è la partecipazione alla forza lavoro. Nel breve periodo, l'unica cosa che si può cercare di fare è aumentare i salari netti per gli impieghi meno remunerati (quelli che è più probabile vengano ottenuti da chi è ora fuori dalla forza lavoro). E il modo più sensato per otetnere questo risultato è diminuire la tassazione dei redditi bassi. Per farlo bene ovviamente bisognerebbe ridurre la spesa ed evitare problemi di bilancio (tagliare stipendi di politici e alti funzionari a me va benissimo), ma qualcosa si può fare comunque. Ne ho parlato al convegno di Roma.

...non sono già poco tassati?

Nella Repubblica Italiana?

Il paese dei minimi contributivi e degli studi di settore?

LOL

Vai su http://listentotaxman.com/, scegli 2012/13 come tax year, e scrivi 7488 come yearly gross wages (riga in sfondo giallo sulla tabella a sinistra).

Wage Summary View Yearly Monthly Week
Gross Pay £7,488.00 £624.00 £144.00
Tax free Allowances £8,105.00 £675.42 £155.87
Total taxable £0.00 £0.00 £0.00
xTax due £0.00 £0.00 £0.00
National Insurance £0.00 £0.00 £0.00
Total Deductions £0.00 £0.00 £0.00
Net Wage £7,488.00 £624.00 £144.00
Employers NI £0.00 £0.00 £0.00

Tradotto in Italiano, significa che al cambio di oggi nel Regno Unito il costo aziendale di un lavoratore che prende €775 netti al mese, è pari a €775 al mese, che è anche il lordo.

...cosa c'entri quello che hai incollato nel tuo commento a proposito del Regno Unito, con quello che chiedevo nel mio attraverso l'articolo da leggere. Mi premurava sapere se fosse descritta la realtà dei fatti in esso in Italia. 

 

€775 x 12 mesi = €9300, che nel RU è costo aziendale, salario lordo e salario netto.

 

Facciamoci una domanda:

A quanto equivale il costo aziendale nella Repubblica Italiana di chi volesse dare uno stipendio annuale di €9300 netti?

Che tu ci creda o no, sotto certe ipotesi (i.e. coniuge non a carico, niente figli o altri a carico, ...), la bellezza di €16.195,81, o meglio, se consideriamo la quota TFR come parte del netto, €14.554,41 (ma in questo caso il lavoratore si porta effettivamente subito a casa €717.65, per gli altri dovrà attendere).

Nel primo caso il netto a casa subito è pari al 57,42% del costo aziendale, nel secondo al 59,17%.

Prendiamo il 58% come via di mezzo? Ma ti pare sia possibile pensare che in un determinato paese i redditi bassi non sono fiscalmente penalizzati, quando uno che porta a casa 2/5 del PIL pro capite è sottoposto ad una pressione fiscale e contributiva del 42%?

Paragona con il caso Britannico, dove lo stesso soggetto si porta a casa il 100%, con 0% di pressione fiscale e 0% di pressione contributiva.

 

Che tu ci creda o no, sotto certe ipotesi (i.e. coniuge non a carico, niente figli o altri a carico, ...), la bellezza di €16.195,81

Se ti vuoi divertire a controllare le varie ipotesi, guardati http://www.globallaboratory.it/pit/calcolo_costo_lavoro.htm.

 

Tra l'altro, hai notato l'eleganza e la semplicità della tabella Britannica confrontata con la mostruosa complicatezza di quella italiana?

...ma forse sono stato frainteso. Quell'articolo che ho incollato dice che fino ad un certo reddito c'è la no tax area. E riprende le fonti dell'Agenzia delle Entrate e del Ministero.. dell'Economia. È la realtà dei fatti? Ci sono altri dati o fonti?

 È la realtà dei fatti? Ci sono altri dati o fonti?

La realtà dei fatti è che per offrire ad un dipendente (con coniuge non a carico e senza figli, 12 mensilità) €775 netti al mese, il costo aziendale per il datore di lavoro è di €1350 al mese.

Hai voglia i governanti italiani a farsi belli con l'inglese ... e BTW, IMVHO "no tax area" mi pare uno pseudo-anglicismo, né più né meno di "body rental" ...

 

Ad ogno modo, se non mi sono spiegato bene, più vai giù, e più peggiora, per offrire 500 Euro al mese, sotto le stesse ipotesi di cui sopra, ci vogliono 870 Euro, per offrire 400 Euro al mese ce ne vogliono 691, finché a 250 Euro al mese (le 100 mila lire a settimana delle commesse pre-Euro) ce ne vogliono 430 (ed ecco spiegato perché non c'erano commesse in regola, e dubito ce ne sia molte di più adesso).

Nel lungo periodo, l'educazione funziona abbastanza bene: più alto è il livello di scolarizzazione, più alta è la partecipazione alla forza lavoro.

 

Ma questo vale anche per l'Italia? E allora perchè l'italia importa manodopera poco qualificata (badanti, muratori, contadini, colf etc.) che evidentemente un qualche lavoro lo trova, ed esporta quella maggiormante qualificata (ad es i redattori di NfA) che invece un lavoro adeguato se lo deve cercare all'estero?

Aneddoticamente

tizioc 18/5/2012 - 20:51

E allora perchè l'italia importa manodopera poco qualificata (badanti, muratori, contadini, colf etc.) che evidentemente un qualche lavoro lo trova, ed esporta quella maggiormante qualificata

Aneddoticamente, tra i lavoratori importati che svolgono le attività da lei citate ci sono anche persone molto ben istruite.  Il problema è tutto dal lato della domanda e più in generale delle "opportunità di produrre", il che spiega del resto perché anche gli italiani più istruiti tendano ad espatriare.

Aneddoticamente

massimo 19/5/2012 - 01:50

Saranno anche molto bene istruite, ma la circostanza è irrilevante. Il mio punto è proprio che la domanda esiste per manodopera poco qualificata, mentre è carente per quella più qualificata. Quindi se aumentiamo il numero dei laureati di fatto incoraggiamo l'emigrazione: "annaffiamo il campo del vicino".

Quindi se aumentiamo il numero dei laureati di fatto incoraggiamo l'emigrazione: "annaffiamo il campo del vicino".

E la soluzione non sarebbe quella di creare le condizioni per incentivare la domanda e fare sì che siani i vicini ad innaffiare il tuo campo?

Con chi vorresti fare innovazione e sviluppo? Grazie a chi vorresti creare ricchezza?

Rendendo il sistema paese più competitivo ed attraente, più efficiente e sensato.

Se il sistema paese fosse competitivo ed attraente, efficiente e sensato non staremmo qui a discutere. Io descrivo l'Italia qual'essa è non quale vorrei che fosse.

Quando ti opponi all'aumento dei laureati perché non vuoi innaffiare i campi dei vicini ("se aumentiamo il numero dei laureati di fatto incoraggiamo l'emigrazione"), ti stai opponendo ad un evento futuro, sulla base di uno stato attuale.

Una cosa più sensata, visto che parliamo di futuro, invece di regolare il numero dei laureati in fuzione della cattiva efficienza del paese, è quella di rendere il paese più efficiente ed attraente per quella tipologia di persone (BTW, non necessariamente laureati, ma capaci di creare innovazione e ricchezza).

Nel passato abiamo sostanzialmente aumentato il numero dei laureati e nel presente osserviamo che i laureati emigrano, mentre immigrano non-laureati ovvero in alcuni casi laureati che immigrano per fare lavori ove non è richiesta la laurea.  Io ne ho tratto il convincimento che l'attuale stock dei laureati è esuberante rispetto alla richiesta del paese e non ne occorrono di più, casomai di meno.

 

Tu sembri sostenere il dogna del numero sempre crescente fi laureati "variabile indipendente" anche perchè non si capisce come "rendere il paese più efficiente ed attraente".

 

Secondo me anche se "per incantamento" l'italia diventasse "più efficiente ed attraente" e si incrementasse la domanda di manopera qualificata, per un periodo transitorio si potrebbe contare su un ritorno dei laureati emigrati e perchè no, degli immigrati laureati che attualmente fanno lavori per i quali la laurea non è richiesta ed eventualmente attirare nuovi laureati adll'estero.

anche perchè non si capisce come "rendere il paese più efficiente ed attraente".

Basta copiare quello che fanno gli altri paesi più attraenti, meglio ancora se si copiano le ricette migliori. Ad esempio, non ha senso una pressione fiscale e contributiva del 42% per i lavoratori che portano 775 Euro netti al mese a casa, si copia il sistema Britannico, ed a questi si fa pagare lo 0% (BTW, indicizzando con l'inflazione programmata le varie aliquote). I soldi si trovano tagliando privilegi inaccettabili, spese inutili e affamando la bestia.

 

BTW, sulla boutade dello stock dei laureati esuberanti, ti inviterei ad andare a guardare i costi della sanità nella RI e nel RU, e se ci riesci, propormi una teoria per spiegarli diversa dal fatto che nella RI ci siano il 60% di medici in più che nel RU rispetto all'unità di popolazione.

Se la RI avesse creato il 60% di medici in meno, probabilmente a quest'ora lo stato sarebbe fallito da un pezzo.

Sono dispostisimo a "copiare quello che fanno gli altri paesi più attraenti" (devono essere quelli che Alberto Lusiani chiama "più civili" e ridurre la pressione fiscale e contributiva per quelli che guadagnano poco, ma questo aumenterà la domanda di manodopera qualificata? E come?  Pochi si opporrebbero a tagliare "privilegi inaccettabili, spese inutili e affamando la bestia", ma cosa intendi di preciso?

 

Quanto alla sanità, ammettiamo che questi dati oppure questi siano attendibili (se dimmi dove trovarne altri): la spesa sanitaria pro capite in UK è un poco più elevata che in Italia. Non ho una teoria per spiegare questa circostanza; vuoi dire che più medici ci sono, meno costa il servizio sanitario?  L'ultima frase invece mi appare assolutamente oscura.

Quanto alla sanità, ammettiamo che questi dati oppure questi siano attendibili (se dimmi dove trovarne altri): la spesa sanitaria pro capite in UK è un poco più elevata che in Italia.

Questo perché stai guardando un'istantanea. I dati che citi a me invece mi dicono questo (e se non mi confermano oltre ogni ragionevole dubbio, certo non mi danno motivo di dubitare della mia congettura):

 

Public expenditure on health, % gross domestic product
1980 1981 1982 1983 1984 1985
Italy            
United Kingdom 4.6 5.0 5.2 5.0 5.1 5.1
Medical graduates, Per 100 000 population
1980 1981 1982 1983 1984 1985
Italy 25.3 .. 26.8 .. 24.8 23.1
United Kingdom .. .. .. .. .. ..
Public expenditure on health, % gross domestic product
1986 1987 1988 1989 1990 1991
Italy     5.7 5.7 6.1 6.3
United Kingdom 4.9 4.9 4.9 4.8 4.8 4.9
Medical graduates, Per 100 000 population
1986 1987 1988 1989 1990 1991
Italy 23.1 .. 20.4 20.2 18.4 16.9
United Kingdom .. 8.2 7.8 7.5 6.4 6.1
Public expenditure on health, % gross domestic product
1992 1993 1994 1995 1996 1997
Italy 6.2 6.0 5.6 5.2 5.2 5.5
United Kingdom 5.3 5.8 5.7 5.8 5.6 5.5
Medical graduates, Per 100 000 population
1992 1993 1994 1995 1996 1997
Italy 15.3 13.7 12.8 12 11.5 10.7
United Kingdom 6.3 6.3 6.4 6.6 6.7 6.9
Public expenditure on health, % gross domestic product
1998 1999 2000 2001 2002 2003
Italy 5.4 5.5 5.9 6.1 6.2 6.2
United Kingdom 5.3 5.4 5.5 5.6 5.7 6.1
Medical graduates, Per 100 000 population
1998 1999 2000 2001 2002 2003
Italy 11 11.9 11.5 11.3 12.2 12.6
United Kingdom 7.3 7.1 7.5 7.2 7.5 7.8
Public expenditure on health, % gross domestic product
2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
Italy 6.6 6.8 6.9 6.7 7.0 7.4 7.4
United Kingdom 6.3 6.6 6.7 6.9 6.9 7.4  
Medical graduates, Per 100 000 population
2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010
Italy 11.4 10.9 10.4 11.5 11.5 11.3 ..
United Kingdom 8 8.7 9.3 10.3 9.2 9.3 9.4

Questo senza nemmeno guardare all'esperienza personale come cliente di entrambi i sistemi (nella RI anche professionale), che mi dice, aneddoticamente, che nella RI il sistema sanitario universale è più produttivo ed efficiente (cioé che il RU spende di più a parità di risultati, perché gli costa molto di più la manodopera).

Sono dispostisimo a "copiare quello che fanno gli altri paesi più attraenti" (devono essere quelli che Alberto Lusiani chiama "più civili"

Non so se ti rendi conto, ma oramai capita che ci facciano quel genere di figura paesi come lo Zambia, il Ghana, il Ruanda, la Namibia o la Tanzania:

 

 

Il tasso di partecipazione alla forza lavoro dei laureati è nettamente più alto di coloro che hanno solo la terza media, per esempio. In generale la partecipazione alla forza lavoro cresce monotonicamente con il livello di istruzione.  Riporto una tabella che avevo messo in un articolo di circa un anno fa.

 

Tasso di attività per livello d'istruzione (tavola 2.4 a partire da pag. 45).

 

Tasso di attività per livello

d'istruzione (15-64 anni), anno 2009

Maschi Femmine Totale
Licenza elementare 54,0 17,5 32,7
Licenza media 67,7 38,9 54,4
Diploma 2-3 anni 85,0 65,2 75,1
Diploma 4-5 anni 79,6 62,4 71,1
Laurea breve, laurea, dottorato 86,5 77,6 81,5

Come si può vedere, sono principalmente le donne meno istruite che restano fuori dalla forza lavoro.

Per i maschi il tasso di attività dei detentori di diploma 2-3 anni è pressochè uguale a quello dei laureati. Per le femmine la correlazione è più pronunciata, ma non necessariamente indica un nesso causale diretto: potrebbe dipendere ad esempio dall'età (un tempo si riteneva che le donne non dovessero studiare nè lavorare, pertanto alcune coorti  non hanno studiato perchè le famiglie lo hanno ritenuto non necessario visto che era stato già deciso che non dovessero lavorare ma sposarsi e fare figli) oppure dal ceto sociale (la figlia della famiglia influente studia e trova lavoro, ma non trova lavoro perchè ha studiato, ma perchè proviene da una famiglia influente).

Praticamente ovunque il tasso di partecipazione è molto più alto per gli uomini che per le donne, e inoltre il tasso di partecipazione maschile è meno sensibile al tasso d'istruzione. Se apri l'indagine dell'Istat linkata nel commento e cerchi troverai anche i tassi di partecipazione per età. È vero che la partecipazione delle donne giovani tende a essere più alta, ma resta comunque netamente inferiore sia a quella maschile sia alla partecipazione femminile di paesi comparabili (Spagna ad esempio, per non parlare del solito nord europa). Le cause del fenomeno sono molteplici, e un commento in un blog non è il posto adatto per discuterle.

Io faccio sempliceemente presente che uno dei fattori è la forte tassazione (se guardiamo alla somma di contributi e imposte dirette) che grava anche sui redditi più bassi. Teniamo conto che per i settori con meno attaccamento alla forza lavoro i contributi hanno scarso legame con il trattamento pensionistico finale, e quindi dal punto di vista degli incentivi sono quasi pienamente interpretabili come imposte.

Teniamo conto che per i settori con meno attaccamento alla forza lavoro i contributi hanno scarso legame con il trattamento pensionistico finale, e quindi dal punto di vista degli incentivi sono quasi pienamente interpretabili come imposte.

Concordo. Avevo osservato anche in passato io che il meccanismo stupido italiano che prevede di dare la stessa pensione minima a chi ha versato contributi tali da pagarsela e a chi non ha pagato rigorosamente nulla corrisponde al fatto che una parte non trascurabile dei contributi INPS sono equivalenti ad una tassa. Oltre a cio' aumenta l'incentivo al lavoro illegale e all'evasione fiscale, specie dei redditi bassi.

specie dei redditi bassi.

Teniamo anche presente che però che la pressione fiscale e contributiva elevata sui lavoratori è a mio avviso esagerata per tutti, non soltanto per i redditi bassi. Se qualcuno mi assumesse nella RI a parità di costo aziendale, mi arriverebbe il 40% in meno di quello che prendo netto nel RU (ed io se non sono nel primo, sono nel secondo percentile, leggendo da destra).

Non c'è niente da fare, bisogna abbassare la pressione fiscale e contributiva, magari inziando dai redditi bassi, ma fondamentalmente per tutti. Per poterlo fare, bisogna affamare la bestia.

 

Va bene, vien da piangere, ma criticare le proposte del PD a me pare un'occupazione un po' come sparare sulla Croce Rossa. Una cosa facile ed un po' sadica che eviterei.

 

Piuttosto come attività di NfA penso che potremmo cimentarci a proporre qui qualcosa di nostro, esponendoci a nostra volta alle critiche altrui. Io faccio la mia parte.

 

Francamente il sistema francese mi piace. Base familiare, cumulo di beni mobili ed immobili, soglia di esenzione, progressività. Dà solo 4 o 5 miliardi di gettito? Bene, ma se sono 4 o 5 miliardi in meno di IRPEF (quindi non un'imposta aggiuntiva) rende solo piu' equo il sistema. Il sistema francese io lo vivo in Svizzera, che ha localmente un imposta simile. Anzi in nome nella svizzera francese è identico: imposta sulla fortuna. Imposta sulla sostanza in italiano. Anche qui la base di computo per sostanza e reddito è la famiglia e le aliquote sono progressive. Solo che ogni cantone ha le sue aliquote, le sue soglie di esenzione, le sue regole per la deducibilità di alcuni fattori. Cosa si computa? Praticamente tutto. Case, terreni, conti correnti, azioni, fondi, assicurazioni sulla vita, gioielli. Tutto quello che Brusco ha elencato più altre cose dimenticate, come il mobilio domestico (valutato al valore di mercato) e gli autoveicoli (il valore tipo “quattoruote”). Anche il contante. Tanto che contante vuoi avere in tasca il 31.12 dell'anno x? Alcune centinaia di euro, mica milioni!

 

La somma dei valori positivi poi accetta in deduzione tutti i valori negativi (debiti, ipoteche, mutui, prestiti debitamente documentati) e poi c'è la soglia di esenzione, che varia in funzione della composizione del nucleo familiare. Come fare ad invogliare i contribuenti a dichiarare tutto? Considerato che in un sistema organizzato come la Svizzera è impossibile non dichiarare un immobile, il problema riguarda la parte mobile del capitale. Lo si risolve con un'imposizione elevata alla fonte (fatta dalla banca) sui redditi di capitale (35%) che però è interamente detraibile dai redditi appena dichiari i capitali che hanno generato quei redditi. Il 35% è superiore all'aliquota massima sui redditi elvetici (somma delle imposte federali, cantonali e comunali) per cui conviene dichiarare i capitali (su cui si paga poco) ed ottenere in cambio il rimborso dell'imposta alla fonte, oppure il suo conguaglio immediato con le partite fiscali di quell'anno.

 

 

 

Naturalmente appena diventa obbligatorio dichiarare tutto il capitale, le cose non dichiarate diventano difficilmente utilizzabili nella vita di tutti i giorni. E qui sta il grosso vantaggio sul piano della tecnica tributaria di una imposizione globale del capitale. L'autorità tributaria dispone infatti dopo un po' di anni di uno storico dell'andamento dello stock del singolo contribuente (come il capitale cresce con il risparmio e come diminuisce con il consumo) e lo unisce allo storico dei redditi. È quindi possibile costruire un modello (calcolo del dispendio) che rende possibile valutare se il contribuente vive anche grazie a redditi non dichiarati o grazie al consumo di capitali non dichiarati. Chi evade deve stare molto attento a non usare redditi o capitali in nero perché il fatto appare subito (se la cifra supera una certa proporzione) all'esame della tassazione (fatta con sistema esaustivo, non a campione).

 

Non è quindi solo un problema di gettito (che dovrebbe essere neutro e permettere una diminuzione delle aliquote sui redditi) ma di strumentazione tributaria, che rende molto difficile e pericoloso evadere, anche considerando la bassa tassazione dovuta alla basse spese dello stato (in pratica il santo non vale la candela). Naturalmente con una pressione fiscale piu' alta (vedi Francia) la misura in se' non è risolutiva tuttavia l'evasione in Francia, che tassa redditi e “fortuna” è piu' basse di quella italiana, che tassa solo redditi (case a parte, ma separatamente e con aliquote fisse, non progressive).

 

La somma dei valori positivi poi accetta in deduzione tutti i valori negativi (debiti, ipoteche, mutui, prestiti debitamente documentati)

C'è gia purtroppo un precedente negativo, infatti per l'IVIE non hanno fatto così. Leggevo di un tipo che si è comprato la casa in Svizzera a due passi dal confine con un mutuo solo interessi (in pratica avrà anticipato alla banca un 20-25% del valore dell'immobile, e gli paga gli interessi sul restante 75-80%, che in sostanza se non formalmente è della banca, sono mutui molto diffusi anche qui nel RU, specialmente a Londra, ne stavo aprendo uno anch'io circa 1 anno fa, in diversi scenari si risparmia sull'affitto e se il mercato immobiliare va su si possono fare bei profitti), poi ha accettato un lavoro a Milano e s'è messo a fare il pendolare, ed ora gli è arrivata la batosta (retroattiva) della patrimoniale italiana dello 0.76% sul 100%.

Io tra l'altro non sono nemmeno contrario ideologicamente o teoreticamente ai tributi patrimoniali, ma bisogna congegnarli bene, se l'IVIE è esemplificativa di cosa possono generare i governi italiani, mala tempora currunt ...

dalla "patrimoniale italiana" puoi scontare quanto già pagato all'estero per lo stesso bene.

dalla "patrimoniale italiana" puoi scontare quanto già pagato all'estero per lo stesso bene.

In attesa di eventuali circolari e sentenze chiarificatrici, te la sentiresti di affermare che quando, come nel Regno Unito, l'imposta estera è responsabilità dell'inquilino, che questo si possa considerare sostituto d'imposta, e quindi portare a credito?

...ai ricchi, non serve a nulla se non a far contenti i falsi moralisti e ipocriti sensibili all'equità. Così facendo, non faranno altro che trasferire le proprie attività e i capitali altrove, dove possono fare più profitti e produrre meglio. Il sistema tributario progressivo fa contenti solamente le "anime buone" che pensano che i datori di lavoro e gli operatori finanziari (o cattivi speculatori, in base alle esigenze) siano degli assetati di denaro e distruttori del "quieto vivere". Le intenzioni sono diverse dai risultati, se non si tiene conto dell'importanza di certi soggetti rispetto ad altri. In Italia poi sappiamo benissimo, che introducendo certi nuovi strumenti fiscali non si farà altro che strozzare ancora di più il mercato e disicentivare totalmente gli investimenti esteri (come se nell'odierna realtà non fosse già abbastanza).

... e si chiama "inflazione". E non è neanche tanto bassa: nel 2011 è stata del 3,3%, e colpisce tutti i valori mobiliari, compresi i contanti.

 

Tenendo presente questa circostanza anche le famose "rendite finanziarie" (che nel resto del mondo si chiamano "tassazione del risparmio") assumono un aspetto diverso: se compro un BOT annuale che rende il 5% (magari: all'ultima asta rendevano meno della metà) ed alla fine dell'anno l'inflazione è stata il 4%, io in effetti ho guadagnato solo l'1%, ma lo Stato mi tassa del 20% sul nominale del 5%, cioè dell'1%, ovvero TUTTO. Una tassazione del 100% non è abbastanza? E questo senza considerare che una parte del rendimento costituisce in effetti un "premio di rischo" per una possibile insolvenza dello Stato italiano che a mio parere non andrebbe tassato: è quello che i giornalisti italiani chiamano "spread".

 

Infine mi piacrebbe sapere quali sarebbero per Bersani i "grandi patrimoni"; in Francia si applica solo per patrimoni superioria a € 1,3 milioni, salvo nuovi inasprimenti di Hollande. Non è che finisce come l'IMU, che doveva colpire le grandi fortune ed è finita per tartassare le case dei vecchini ricoverati in ospizio?

Sicuro?

Francesco Forti 17/5/2012 - 23:19

... e si chiama "inflazione". E non è neanche tanto bassa: nel 2011 è stata del 3,3%, e colpisce tutti i valori mobiliari, compresi i contanti.

Sicuro? Dipende dalla valuta in cui hai il valore mobiliare. Oppure se hai oro o altri beni rifugio. Comunque si', l'inflazione è una sorta di patrimoniale ma se gli asset in borsa hanno perso il 50% del loro valore, mi pare che l'inflazione al 3.3% sia l'ultimo dei problemi.

Non so se questi "beni rifugio" corrispondano alla definizione di "valore mobiliare" almeno nel senso dell'articolo. Comunque il fatto che chi aveva investito in borsa abbia perso il 50% del valore non mi sembra una buona ragione per infierire con una tassa patrimoniale.

Non so se per  il "senso dell'articolo" o per il "senso" della proposta PD ma è standard una definizione di "attivi", in stile contabile.  Quindi tutti gli attivi sono da conteggiare.

Se poi uno aveva 200'000 ed ora per le perdite in borsa ne ha la metà, pagherà meno, per 100'000 esattamente come la persona che ha 100'000 e l'anno prima ne aveva 50'000.

Considera che qui dove vivo su 200'000 pagherebbe l'uno per mille (quindi 200) mentre se dimezza diventa esente. 

 Beh, in Italia una patrimoniale dell'uno per mille c'è già (in aggiunta all'inflazione), solo che pudicamente si chiama "minipatrimoniale". É per questo che le elucubrazioni di Bersani mi preoccupano.

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