Riduzione del debito pubblico: meglio aumentare le tasse o ridurre la spesa?

6 settembre 2012 giulio zanella

Sono stati recentemente completati due studi che rispondono alla domanda nel titolo. Uno è di Alberto Alesina, Carlo Favero, e Francesco Giavazzi, e conclude che gli aggiustamenti fiscali basati sulla riduzione della spesa pubblica sono meno recessivi di quelli basati sull'aumento della pressione fiscale. L'altro è di Nicoletta Batini, Giovanni Callegari, e Giovanni Melina (ripreso la settimana scorsa da Tonia Mastrobuoni su La Stampa) che, secondo molti, giunge alla conclusione opposta. Com'è possibile?

La questione ha una certa importanza. Non sto qui a ricordare perché molti governi sono oggi impegnati in importanti operazioni di "consolidamento fiscale" (cioè azioni per aumentare il saldo primario del bilancio pubblico e, quindi, ridurre lo stock di debito). Ci sono due modi per fare il consolidamento. O si riduce la spesa pubblica, o si aumenta il gettito fiscale. Vorrei far notare subito che per aumentare il gettito fiscale vi sono due possibili metodi, almeno in via di principio. Il primo consiste nell'aumento della pressione fiscale a reddito nazionale più o meno invariato. Il secondo consiste nel riuscire a far aumentare il reddito nazionale a pressione fiscale più o meno invariata. Per tagliare la spesa pubblica, invece, bisogna proprio e solo tagliare la spesa pubblica. In ogni caso, per ragioni che sono sia ovvie che tediose da ripetere, la vulgata economica nazionale (inclusi i tecnici che compongono questo governo) ritiene che per aumentare il gettito fiscale l'unica maniera sia aumentare le tasse. Infatti, il problema della crescita non se lo sono posto per più di un anno ed anche ora se lo stanno ponendo in forma del tutto retorica. Ricordato questo ritorniamo a far finta che vi sia solo una maniera di aumentare il gettito fiscale, ossia l'aumento delle imposte. 

È di ovvio interesse capire cosa sia meno dannoso per l'economia, nel senso di meno recessivo: se il consolidamento fiscale è necessario per evitare il collasso delle finanze pubbliche (e se a causa di miopia politica siamo costretti a farlo nel mezzo di una recessione anziché, come sarebbe saggio, durante un boom) dobbiamo scegliere un modo di realizzarlo che non aggravi ulteriormente la crisi produttiva e occupazionale in atto. A molti piace chiedersi se è quindi meglio tagliare la spesa o aumentare le tasse.

I due studi menzionati ottengono su questo punto risultati apparentemente inconciliabili. Riassumo citando i due passaggi salienti (mia libera traduzione):

Alesina, Favero, e Giavazzi (AFG, da qui in poi) scrivono (p. 2):

Gli aggiustamenti fiscali basati sui tagli alla spesa sono molto meno costosi in termini di riduzione della produzione che quelli basati sulle tasse. In particolare, gli aggiustamenti basati sulla spesa sono associati a recessioni leggere e brevi [...]. Invece, gli aggiustamenti basati sulle tasse sono seguiti da recessioni prolungate e profonde.

Batini, Callegari, e Melina (BCM, da qui in poi) scrivono (p. 8):

Se il consolidamento deve essere fatto durante una fase recessiva (per esempio, per recuperare la fiducia dei mercati), dovrebbe dare priorità all'aumento delle imposte nette.

L'Italia si trova in una fase recessiva ed è costretta a un importante aggiustamento fiscale. Secondo AFG questo dovrebbe consistere prevalentemente di tagli alla spesa pubblica. Secondo BCM, invece, di aumenti delle imposte nette. Questa apparente divergenza è fonte di notevole confusione, e lo scopo di questo post è aiutare il lettore non specialista a eliminarla, o per lo meno ridurla. 

Ci sono importanti differenze tra i due studi che possono spiegare perché i risultati sono, apparentemente, diversi. Riassumo quelle che a me paiono le principali nella tabella qui sotto. Nel resto del post commenterò brevemente ciascuna differenza, al livello il più possibile comprensibile a una persona senza un background economico e statistico. L'appendice contiene alcuni approfondimenti. Una volta chiarite le differenze ognuno potrà giudicare da sé quale risultato sia più rilevante e più credibile in specifiche circostanze storiche.

  AFG BCM
Campione

17 paesi OCSE, 1980--2005

4 paesi OCSE + Euro, periodi vari 1970,1985--2007,2010

Evento

Piano di consolidamento per riduzione deficit

Singolo shock fiscale (positivo o negativo)
Tecnica

Narrativa per isolare shock + regressione lineare

Threshold Vector Auto-Regression

Definizione spesa

Consumi + investimenti + trasferimenti pubblici

Consumi + investimenti pubblici
Definizione tasse Imposte e tasse

Imposte e tasse al netto dei trasferimenti pubblici

Intervallo confidenza Si No

Il campione. La prima differenza riguarda il campione utilizzato. AFG studiano 17 paesi OCSE (Australia, Austria, Belgio, Canada, Germania, Danimarca, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda, Italia, Giappone, Olanda, Portgallo, Stati Uniti), nel periodo 1980-2005. BCM studiano 4 paesi (Francia, Italia, Giappone, Stati Uniti) più i paesi dell'area Euro aggregati in una singola entità, in vari periodi (dai 40 anni tra il 1970 e il 2010 per la Francia, ai 24 anni tra il 1985 e il 2009 per l'aggregato area Euro). Non c'è niente di sbagliato nell'utilizzare un campione piuttosto che un altro, ma naturalmente da campioni diversi si ottengono tipicamente risultati diversi.

Eventi considerati e tecnica utilizzata. La seconda e la terza differenza (che stanno insieme ma che ho separato per rendere la tabella più leggibile) riguarda il tipo di eventi fiscali ("shocks", tecnicamente) presi in considerazione, e il modo in cui questi shocks vengono identificati. Si tratta probabilmente della principale differenza alla base dei risultati divergenti. AFG studiano gli effetti di interi piani di consolidamento fiscale in ciascun paese, cioè piani esplicitamente disegnati per ridurre il deficit pubblico e mettere il debito pubblico su un sentiero sostenibile. Gli shocks fiscali considerati sono quindi solo quelli di tipo "negativo", consistono cioè di eventi che riducono il disavanzo pubblico. Inoltre, questi shocks vengono identificati utilizzando un metodo narrativo. Questo significa studiare la storia fiscale di ciascun paese e classificare particolari eventi come (parte di) piani di consolidamento fiscale. Si selezionano cioè a priori i casi da studiare. BCM, invece, considerano shocks fiscali di entrambi i segni, sia negativi (che sono quelli rilevanti durante una fase di riduzione del deficit) sia positivi (che sono rilevanti durante una fase di aumento del deficit) e utilizzano un metodo basato su una tecnica molto frequentemente usata in macroeconometria che si chiama VAR (Vector Auto-Regression). Con questa tecnica i casi da studiare (gli "shocks" fiscali) si selezionano ex post in base ai dati e ad una serie di ipotesi statistiche. La variante utilizzata da BCM consente effetti diversi nelle diverse fasi del ciclo, mentre AFG stimano un effetto medio facendo però ipotesi molto più deboli.

Spesa e tasse. La quarta e quinta differenza riguardano la definizione di spesa pubblica e tasse. Anche questa è secondo me una differenza potenzialmente importante, ed è di immediata comprensione. AFG definiscono "tasse" come le entrate fiscali, e definiscono "spesa" come l'intera spesa pubblica, inclusiva dei trasferimenti a famiglie e imprese. BCM, invece definiscono "tasse" come imposte nette, cioè entrate fiscali al netto dei trasferimenti a famiglie e imprese, e "spesa" come spesa pubblica in senso stretto. Questo può portare a interpretare in modo molto diverso gli effetti di un consolidamento basato sulla riduzione dei trasferimenti. Facciamo un esempio, il piano del governo italiano di tagliare per circa 10 miliardi i sussidi alle imprese. Si tratterebbe di riduzione della spesa oppure di aumento delle imposte? È vero che tecnicamente le imposte nette (essendo la differenza tra imposte e trasferimenti e sussidi di questo tipo) aumenterebbero, ma di fatto si tratterebbe di minori uscite per il settore pubblico, con le imposte (lorde) che resterebbero invariate. Lo stesso varrebbe per una qualsiasi riduzione della spesa pensionistica come, di nuovo, nel recente caso italiano. Un episodio di consolidamento fiscale basato sulla riduzione dei trasferimenti viene quindi classificato come "riduzione di spesa" da AFG ma come "aumento di imposte (nette)" da BCM. Se la riduzione dei trasferimenti non fosse recessiva e se (per assurdo) tutti gli shock fiscali considerati da AFG e BCM consistessero di riduzione dei trasferimenti allora avremmo già risolto il mistero dei risultati apparentemente divergenti. Se andiamo a guardare la fonte dell'analisi narrativa di AFG, vediamo che non pochi episodi di consolidamento nel loro campione hanno una preponderante componente di riduzione dei trasferimenti. La mia opinione è che sia sostanzialmente corretto considerare la riduzione dei trasferimenti come riduzione della spesa. Rimando all'appendice per un'ulteriore discussione.

Precisione della stima. Infine, la sesta differenza nella tabella, riguarda un punto tecnico (sono grato a Carlo Favero per avermelo fatto notare). Le simulazioni di AFG permettono di costruire "intervalli di confidenza", cioè una misura della precisione delle stime. La metodologia scelta da BCM non lo consente. Sappiamo quindi che la conclusione di AFG è "precisa", in un senso statistico. Nulla sappiamo sulla precisione della conclusione di BCM: potrebbero avere attorno degli intervalli di confidenza enormi e questo potrebbe implicare che la grandezza relativa degli effetti che ricercano, come stimato dalla media campionaria, è impossibile da determinare statisticamente perché gli intervalli di confidenza degli effetti sul Pil di riduzione della spesa e aumenti delle imposte nette si sovrappongono.

In conclusione, il mio giudizio è che il tipo di eventi fiscali considerati da AFG siano del tutto analoghi a quelli in atto in Italia e in Europa da 1--2 anni a questa parte. BCM, in questo senso, misurano gli effetti di eventi fiscali la cui composizione è molto diversa da quelli in corso. Al di là del giudizio metodologico e tecnico -- pur molto importante -- su narrazione (identificazione degli shock a priori sulla base di un giudizio "storico" sui dati) come alternativa a VAR (identificazione degli shock a posteriori sulla base di ipotesi statistiche applicate ai dati), le diverse definizioni di spesa e tasse e la disponibilità in un caso ma non nell'altro di una misura della precisione della stima sono cose importanti da considerare prima di concludere che gli economisti non sanno mettersi d'accordo o che aumentare la pressione fiscale sarebbe oggi meglio che ridurre la spesa.

Appendice (sempre per non specialisti, ma un po' più secchioni)

Questa appendice contiene approfondimenti e chiarimenti sui sei punti sopra. Seguo quindi lo stesso ordine e mantengo le stesse "etichette" per connettere le due parti del post. 

Il campione. Sul primo punto, bisogna tenere a mente che l'area Euro ha una politica monetaria comune ma non una politica fiscale comune. È quindi difficile immaginare uno shock fiscale per l'area Euro. Ciò che questo implica è che l'aggregazione statistica che costruisce le variabili artificiali per l'area Euro mischia shock positivi e negativi dei vari paesi generando un "netto" che non corrisponde a nessuna politica di per se, né a nessun paese ma che, semplicemente, riflette le differenti grandezze relative dei diversi paesi. Un oggetto economicamente alquanto improbabile. E' vero che questa e' "solo" una unita' di osservazione su cinque in BCM, ma sarebbe probabilmente stato meglio non usarla.

Eventi considerati e tecnica utilizzata. Sul secondo e terzo punto, la metodologia narrativa consente a AFG di distinguere tra shocks non anticipati e anticipati (pensate a una manovra che dice: oggi aumentiamo l'IVA dal 20% al 21% -- shock non anticipato, poi nel 2014 passiamo al 22% -- shock anticipato) e tra diversi stili di politica fiscale (stabilizzazioni permanenti, cioè paesi che annunciano un piano di consolidamento e lo seguono, e stabilizzazioni transitorie, cioè paesi che annunciano un piano ma poi lo ritoccano una o più volte o lo abbandonano del tutto). Per la cronaca: nel campione di AFG l'Italia è il paese dove il consolidamento è maggiormente transitorio. Il metodo narrativo utilizzato da AFG ha una lunga tradizione nella macroeconomia quantitativa. Lo avevano per esempio utilizzato Milton Friedman e Anna Schwartz in A Monetary History of the United States: 1867-1960. È tornato di recente in primo piano dopo il paper di Romer e Romer.  Una volta così classificati i casi di consolidamento fiscale come basati su riduzione di spesa e aumento della pressione fiscale (e una volta stimata la relazione statistica tra la parte non anticipata e quella anticipata), AFG stimano un semplice sistema lineare che dipende direttamente dallo shock fiscale identificato a priori e che permette risposte diverse delle variabili di interesse (il Pil, in primis) a consolidamenti basati su spesa e tasse, rispettivamente. La tecnica VAR utilizzata da BCM si basa, come suggerisce il nome, sul regredire un vettore di variabili in un certo punto nel tempo sullo stesso vettore a punti nel tempo precedenti. Gli shocks vengono poi identificati indirettamente attraverso i residui di queste regressioni. AFG, invece, li identificano direttamente nella storia fiscale dei paesi studiati (l'approccio narrativo, appunto) e non hanno bisogno di stimare preliminarmente un VAR. Il metodo che utilizzano BCM è la variante TVAR, dove la "T" stra per threshold, che significa soglia. In breve, si permette alla relazione tra le variabili incluse nel vettore (che nel loro caso sono il Pil, la spesa pubblica, le imposte nette e il tasso di interesse a breve termine) di essere diversa nelle due fasi del ciclo economico (espansione e recessione). Quando si passa dall'una all'altra si oltrepassa la soglia e la relazioni tra le variabili cambia. Tecnicamente, questo introduce una non-linearità in BCM che non è presente in AFG. AFG, quindi, non permettono ai "moltiplicatori fiscali" di essere diversi in fasi diverse del ciclo. Stimano cioè dei moltiplicatori medi. Se facessimo la stessa cosa nello studio di BCM troveremmo che la differenza tra moltiplicatori delle imposte nette e della spesa si ridurrebbe. Andrebbe cioè nella direzione di AFG -- anche se non cambierebbe la conclusione che il consolidamento via riduzione della spesa è più recessivo. Questo è coerente con l'evidenza prodotta da AFG che i diversi effetti recessivi di consolidamenti basati su spesa o tasse non dipendono dalla fase del ciclo. Il lettore interessato ad approfondire la differenza generata dall'applicazione alternativa di metodo narrativo e VAR può leggersi questo paper di Morten Ravn e Karel Mertens

Spesa e tasse. La definizione di spesa e tasse di BCM è quella corretta dal punto di vista degli schemi di contabilità nazionale. Secondo BCM sarebbe anche corretta da un punto di vista economico, perché un trasferimento è una "tassa negativa", cioè ha l'effetto contrario di una tassa essendo restituzione al settore privato di parte di quello che il settore pubblico sottrae mediante la pressione fiscale. In questo senso i traferimenti avrebbero lo stesso effetto economico delle tasse. Tuttavia, la definizione di AFG appare attraente per altri versi. I traferimenti avrebbero lo stesso impatto economico delle tasse se tasso Mr. X e poi trasferisco a Mr. X. In realtà i trasferimenti sono profondamente redistributivi. Continuiamo con l'esempio dei sussidi alle imprese. Se guardiamo a chi finiscono questi sussidi, è evidente che si tassa la parte più produttiva e competitiva di imprese per traferire alla parte di imprese più inefficienti e più capaci di accaparrarsi risorse mediante connessioni politiche. In questo caso la sostanza economica è che un trasferimento è una decisione di spendere a favore di qualcuno le risorse sottratte a qualcun altro. Analogamente, i trasferimenti alle famiglie sono di natura redistributiva e quindi (sebbene nella logica aggregata della contabilità nazionale siano come tasse negative) dal punto di vista della sostanza economica non hanno esattamente l'effetto opposto della tassazione.

Precisione della stima. Gli intervalli di confidenza di AFG consentono, nel caso specifico, di rigettare l'ipotesi che un consolidamento basato sulla riduzione della spesa sia più recessivo di uno basato sulla riduzione delle imposte (lorde). BCM, invece, scelgono una via computazionale che non permette di valutare la precisione delle stime nella parte cruciale in cui concludono che nella fase recessiva del ciclo la riduzione della spesa è più recessiva dell'aumento delle imposte (nette). In questo senso i risultati di AFG e BCM non sono in realtà neppure confrontabili, in un senso strettamente statistico.

Per concludere, una sola nota sul significato teorico delle due conclusioni. BCM notano che un "moltiplicatore fiscale" delle imposte nette più piccolo di quello della spesa (da cui discende il minore effetto recessivo di una restrizione fiscale basata sull'aumento delle prime) è coerente con un modello keynesiano standard. In questo modello (come sanno tutti gli studenti dopo il primo corso di macroeconomia, i quali si stanno sicuramente leggendo l'appendice!) aumentare le tasse è meno recessivo che ridurre la spesa perché quest'ultima operazione riduce in proporzione 1-1 la domanda corrente, mentre la prima riduce in parte i consumi (cioè un pezzo della domanda corrente) e in parte il risparmio. Questo modello, tuttavia, non è coerente con l'evidenza complementare prodotta da AFG, cioè che il canale attraverso il quale il consolidamento fiscale influenza, alle frequenze del ciclo economico, la produzione non è il consumo ma l'investimento privato. AFG documentano una correlazione positiva (negativa, rispettivamente) tra riduzione della spesa (aumento delle imposte, rispettivamente) da un lato, e fiducia delle imprese e investimento dall'altro che nell'analisi di AFG non ha pretese di relazione causale ma che suggerisce un'ipotesi non rigettata dai dati.

75 commenti (espandi tutti)

Giulio, c'è una cosa che non mi è chiara (e mi scuso per la pigrizia di non andarmela a cercare nei paper).

I salari per i dipendenti pubblici e le pensioni sono parte della definizione di ''imposte nette'' (ossia, imposte meno trasfrimenti) nello studio dei tre del Fondo Monetario? A occhio direi di sì. Ridurre una pensione di 100 euro perché si taglia la spesa per pensioni o ridurre una pensione di 100 euro perché si aumentano le tasse dovrebbe avere lo stesso identico effetto.

Se è così, ti chiedo se è corretto dire che una delle implicazioni del paper BCM è che, se devi per forza fare austerità in un periodo recessivo è: a) indifferente farlo tagliando i salari pubblici o le pensioni rispetto ad aumentare le tasse b) meglio farlo tagliando salari pubblici e pensioni piuttosto che tagliando gli investimenti pubblici. Queste, peraltro, mi paiono conseguenze abbastanza standard del modello keynesiano ''classico'' da primo anno di economia.

Ovviamente qua ''indifferente'' o ''meglio'' vanno intesi solo guardando agli effetti aggregati (gli unici, da quel che capisco, di cui si parla nei due paper) e ignorando, come spesso si fa in macro, gli aspetti redistributivi.

Nella contabilita' nazionale la compensazione dei dipendenti pubblici e' parte della spesa pubblica (la parte piu' importante di questa, infatti). E cosi', naturalmente, e' anche in BCM.

Le pensioni, invece, sono trasferimenti e quindi parte della imposte nette (col segno "meno").

Quindi riformulerei la tua proposizione come segue: "una delle implicazioni del paper BCM è che, se devi per forza fare austerità in un periodo recessivo è meglio farlo tagliando le pensioni rispetto a tagliare i salari pubblici o gli investimenti pubblici o aumentare le tasse"

non e' vero che sono "conseguenze abbastanza standard del modello keynesiano ''classico'' da primo anno di economia."

Nel modello keynesiano, infatti, tutta G (che include la parte pubblica di I) ha lo stesso maledetto "moltiplicatore", specialmente nel breve periodo.

Quindi che sia meglio, come anche io credo sia, tagliare stipendi pubblici e pensioni piuttosto che investimenti per ridurre la spesa pubblica segue da un altro modello, quello che hai in mente tu. Ossia quello che i "keynesiani de noantri" chiamerebbero di "supply side". Stai pensando a cosa producono di utile pensionati e dipendenti pubblici versus la capacita' produttiva che crei con l'investimento e ti dici che, se dal lato della domanda sempre domanda e', dal lato dell'offerta i secondi sono molto piu' utili dei primi che non lo sono quasi per nulla.

O no? 

Let us define, then, dCw/dYw as the marginal propensity to consume.

This quantity is of considerable importance, because it tells us how the next increment of output will have to be divided between consumption and investment. For ΔYw = ΔCw + ΔIw, where ΔCw and ΔIw are the increments of consumption and investment; so that we can write ΔYw = kΔIw, where 1 - (1/k) is equal to the marginal propensity to consume.

Let us call k the investment multiplier. It tells us that, when there is an increment of aggregate investment, income will increase by an amount which is k times the increment of investment.

 

fonte

A qualche punto credo mi abbiano spiegato che il potere moltiplicativo dei trasferimenti (come la spesa per pensioni) era inferiore a quello degli investimenti pubblici (ILVA?) perché quei cattivoni che ricevono i soldi non li spendono tutti e quindi fanno meno aumentare la domanda aggregata. Ma era più di trenta anni fa ormai... 

econ101

Guido Iodice 6/9/2012 - 16:50

non ho mai sentito dire ad un professore di matematica: "Eh, sa, le derivate le ho studiate trent'anni fa, non le ricordo più".... con tutto il rispetto, professori, il fatto che non condividiate una teoria non è una scusa per non conoscerla, soprattutto se la si critica in continuazione (mi riferisco evidentemente più al prof. Boldrin che al prof. Brusco).

 

Quanto all'ILVA, mi sembra difficile sostenere che sia stato un investimento infruttuoso. Il fatto che sia terribilmente inquinante è tutt'altra faccenda. E non mi pare che sia diventata meno inquinante sotto la mano del privato.

... di professori di matematica, tanto per curiosita'? Se uno dei tanti che conosco (qualche centinaio) si dimentica uno degli assiomi di Peano per il semplice motivo che magari fa ricerca in analisi e non in aritmetica, io ci vedo ben poco di male. Succedeva pure ad Einstein di dimenticarsi cose di matematica di base (e non entriamo, per favore, in distinzioni futili tra matematici e fisici). Secondo me ci sono piu' cose nella mente di Boldrin, Orazio, di quante possa immaginarne la tua filosofia.

Hahn

giulio zanella 7/9/2012 - 21:29

Come diceva Frank Hahn: "è più la matematica che ho dimenticato di quella che tu hai imparato" :-)

ero ironico.

Arrivederci.

And that's all I have to say. 

Non capisci né ciò che uno scrive né ciò che il tuo (pseudo) eroe, teorizza(va) .

You're not worth the bandwidth I am wasting on this, last, comment.

Io invece approfitto di tanti Illustrissimi Professori per togliermi una curiosità che ho da una dozzina d'anni: perché dovrei applicare ad un aumento di spesa pubblica un moltiplicatore quando questo sarà finanziato da un aumento delle imposte e quindi da una riduzione del consumo (in equilibrio si intende)? Credo il moltiplicatore abbia senso se domani troviamo un sistema per lavorare 16 ore al giorno invece di 8 o se un terremoto distrugge la Pianura Padana (segno - davanti), ma qual è la ratio per cui dovrei moltiplicare per una costante qualcosa che allo stesso tempo riduce uno dei fattori?

perché dovrei applicare ad un aumento di spesa pubblica un moltiplicatore quando questo sarà finanziato da un aumento delle imposte


perché dovrebbe essere finanziato necessariamente da nuove imposte? E, nel caso, se queste imposte colpissero i redditi più alti (quindi con meno propensione al consumo) o ancora le rendite, perché dovrebbero avere equivalenti effetti depressivi? 

Se non è un finanziamento da nuove imposte o da inasprimento di imposte già esistenti, si intende che l'incremento di spesa è a debito (quindi imposte future) il che non sposta molto il problema. Se sono imposte sui ricchi, o redditi piu'alti, questo disincentiva la loro propensione ad avere reddito e questo a lungo andare è recessivo, molto semplicemente perché invece di rischiare 100 nel privato per guadagnare 10 e vedersene portar via la metà in tasse potrebbe essere piu' appetibile investire 100 in buoni del tesoro esentasse.  Ma siccome questo è equivalente a cercare di sollevarsi tirandosi su per il coppino (come il famoso barone) l'effetto è il blocco della crescita. Per le rendite, non è che puoi tassarle piu' di tanto. Se sono veramente rendite, esso sono come un peto in una tempesta, una nullità nella generazione di valore aggiunto. Quindi dopo un po' che le tassi, non rimane più nulla ed il nodo di cosa tassare (tra le cose che creando vero reddito) torna al pettine.

Le risposte alle sue obiezioni la trova in qualisiasi libro che tratti la teoria economica keynesiana e le trova anche in rete. Ad esempio, l'idea che tassare i redditi più elevati deprima la crescita è smentita dalla storia degli Stati Uniti nel dopoguerra, quando gli USA crescevano ad alti ritmi con aliquote che arrivavano al 90%. 

 

http://www.economonitor.com/blog/2012/09/actually-tax-cuts-dont-seem-to-have-much-impact-on-economic-growth/

Riguardo le rendite, non mi pare che il suo ragionamento sia particolarmente fondato. Sono 20 anni che trasferiamo sistematicamente ricchezza dal lavoro verso la rendita, chiamata "interessi sul debito pubblico". Dire che la rendita è poca roba (addirittura "un peto") quando le abbiamo dedicato due decenni di "sacrifici" mi sembra un po' lunare.

http://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/ 

Epistemologia

Andrea 7/9/2012 - 17:59

Signor Iodice, è palese da quello che lei ha scritto che lei non sa assolutamente nulla di epistemologia della scienza economica.

 

e può anche citare tutti gli articoli che vuole ma se vi sono scritte fesserie la figura dell'ignorante la fa anche lei.

 

Pare che il concetto di rendita si possa allargare a fisarmonica, soprattutto se interpretato con le lenti dei marxisti (che sulla rendite hanno idee molto particolari). L'interesse su un deposito bancario oppure le cedole di obbligazioni, gli interessi sul debito pubblico sono “reddito” e non rendita. Senza andare a cercare manuali (keynesiani o non) basta la comune guida di wikipedia per capire i vari significati e quello usato in economia. Forse per qualcuno, rimasto ai tempo del carletto o di baffone è reddito solo quello prodotto dai lavoratori ed il resto è rendita, anche immorale secondo alcuni fondamentalisti religiosi. Se esitono (e non lo dubito) posizioni di rendita, in economia come in politica, dobbiamo lavorare per eliminarle, piu' che tassarle.

Quanto alla cause del debito pubblico italiano il non intervento della banca d'Italia credo che c'entri ben poco. Il debito si ha quando anno dopo anno i deficit si accumulano. Se prendo il periodo 1988 1993 vedo che il debito è passato dal 90 al 120% le spese dello stato dal 49 al 56% e la pressione fiscale dal 38.5 al 46%. Come si vede in quegli anni il deficit viaggiava attorno al 10-11% del PIL. Queste le cause: si tassa meno di quello che si spende. Cosa poteva fare la banca d'Italia? Le azioni da prendere erano politiche. E furono prese, come si vede dall'ultimo grafico. 

Sul caso USA non mi esprimo perché non conosco bene la situazione storica. Certo che un periodo bellico (e post bellico, con la guerra in korea e la spinta al riarmo nuclare legato alla guerra fredda) impone elevate tassazioni che vengono anche accettate di buon grado visto che la contropartita è la vittoria contro il nazismo e l'arginamento del comunismo. Immagino che boom economico e la crescita post bellica hanno permesso quindi la diminuzione delle aliquote piu' elevate e nel caso in questione bisognerebbe vedere come sono aumentati gli investimenti privati nello stesso periodo. L'esempio riportato quindi ritengo che sia un po' a capocchia, legato ad un periodo in cui gli investimenti statali (bellici) erano per forza di cose predominanti. Non è quindi - secondo me - un esempio valido oggi.

 

Non so se mi sono perso delle scoperte della teoria finanziaria, ma per finanziare un aumento di spesa in T un qualunque soggetto economico puo' solo (a) risparmiare consumando meno da T-K a T o (b) indebitarsi oggi e consumare meno da T a T+k. Uno Stato funziona diversamente perché ha a disposizione anche (c), ovvero stampare soldi. Scartando (c), (a) e (b) corrispondono comunque ad una riduzione dei consumi, cambia solo il profilo temporale della stessa. Sulla propensione al consumo dei redditi piu' alti, immagino che quindi questi abbiano una propensione al risparmio piu' alta (l'identità c = 1-s vale no?): quindi ok, i consumi non scendono ma scendono gli investimenti. Gli investimenti non moltiplicano? Quindi l'effetto finale dipenderà dal rapporto tra i due moltiplicatori. Le rendite non so cosa siano quindi non posso rispondere.

 

P.S. Non faccio nemmeno considerazioni sugli effetti supply-side come fa Francesco qui sopra perché mi sembra che il discorso non tenga già da prima, pero' se mi sbaglio mi corrigerete...

non so, c'è una discussione su keynesblog (la trovi se cerchi "fermare il delirio") di circa 300 commenti in cui io sostenevo esattamente quanto dici tu. alla fine non ce l'ho fatta più a rispondere, si cambiava argomento ogni due secondi.

 Stato funziona diversamente perché ha a disposizione anche (c), ovvero stampare soldi. 

Non esattamente. Stampare denaro per aumentare la spesa e' equivalente a tassare (cercare "inflation tax"). Quindi è equivalente all'opzione (b), cioè indebitarsi e tassare in futuro per ripagare il debito.

Però negli USA, in UK, in Giappone, nonostante la copiosa stampa di moneta, l'inflazione è bassissima.

Il motivo è che tutta questa copiosa liquidità non è ancora percolata attraverso il settore reale. Aspetta solo che questo succeda (e succederà...).

Lei la dipinge come un dramma, mentre quasi tutti sono preoccupati proprio dal fatto che, negli USA come in Europa, tutta questa liquidità è "in trappola" e non "percola", se non in minima parte. Nessuno, a parte quei matti dietro Ron Paul, prevede tassi di inflazione a due cifre per il solo fatto che l'economia un giorno si riprenderà, anche perché in realtà negli USA, seppur timidamente, si è già ripresa, senza quegli effetti inflattivi terrificanti che taluni prevedevano.

Let's agree to disagree. Raccomando la lettura di questo, che rispetto a questa discussione si riassume cosi':

they made fun of Friedman when he said in 1968 that inflation was coming. 

L'iflazione negli anni 70 era esogena. Consiglierei a proposito dell'argomento "stampare moneta crea automaticamente inflazione?" di leggere le parole del vicepresidente della BCE.

Central bank reserves are held by banks and are not part of money held by the non-financial sector, hence not, per se, an inflationary type of liquidity. There is no acceptable theory linking in a necessary way the monetary base created by central banks to inflation. Nevertheless, it is argued by some that financial institutions would be free to instantly transform their loans from the central bank into credit to the non-financial sector. This fits into the old theoretical view about the credit multiplier according to which the sequence of money creation goes from the primary liquidity created by central banks to total money supply created by banks via their credit decisions. In reality the sequence works more in the opposite direction with banks taking first their credit decisions and then looking for the necessary funding and reserves of central bank money. As Claudio Borio and Disyatat from the BIS put it: “In fact, the level of reserves hardly figures in banks´ lending decisions. The amount of credit outstanding is determined by banks´ willingness to supply loans, based on perceived risk-return trade-offs and by the demand for those loans” In modern banking sectors, credit decisions precede the availability of reserves in the central bank. As Charles Goodhart pointedly argued, it would be more appropriate talking about a “Credit divisor” than about a “Credit multiplier” 

 

http://www.ecb.int/press/key/date/2011/html/sp111208.en.html

L'iflazione negli anni 70 era esogena.

??? cioe' veniva da una tempesta solare o dallo scioglimento di un ghiacciaio in Groenlandia?

E con tutto il rispetto, l'argomento del vice-presidente è, nel migliore dei casi, incoerente (forse per quello è solo vice?). SE " In reality the sequence works more in the opposite direction with banks taking first their credit decisions and then looking for the necessary funding and reserves of central bank money" ALLORA la BCE cosa riempie a fare le banche di liquidità con l'intento dichiarato e ri-dichiarato che questa si trasformi in credito?

cioe' veniva da una tempesta solare o dallo scioglimento di un ghiacciaio in Groenlandia

Non capisco perché questa risposta piccata. L'inflazione derivava dagli shock petroliferi.

 

ALLORA la BCE cosa riempie a fare le banche di liquidità con l'intento dichiarato e ri-dichiarato che questa si trasformi in credito?

Intanto bisogna prendere atto che non si è trasformato in credito al settore privato. In realtà quello che lei ricorda era solo un auspicio un po' retorico, tutti sapevano che non sarebbe successo. Gli LTRO erano stati progettati per tutt'altro motivo.

scusa, ma lasciando stare un attimo bce e ltro, da quanto leggo su archo (il blog lo sai) i qe son stati programmati per essere inflattivi, e infatti inflattivi son stati, nonostante la recessione. quindi?

Be', se così è, allora dobbiamo concludere che sono stati un fallimento. L'inflazione negli USA è all'1,4% e il trend è calante. Considerando che il target è il 2%, al quale si considerano i prezzi "stabili", dobbiamo parlare di una quasi-deflazione. Difatti, con un trend in discesa e un valore assoluto così basso, vuol dire che molti settori sono già in piena deflazione.

Guido, questo tipo di ragionamento (lo scrivo soprattutto a beneficio dei lettori meno informati) e' stato molto probabilmente LA causa principale della crisi finanziaria internazionale e della profonda recessione che l'ha seguita.

C'e' ampia, solida, persuasiva evidenza in proposito: col senno di poi, la deviazione discrezionale della Fed nel periodo 2002-2005 dalla "regola" di politica monetaria che aveva funzionato negli anni 80 e 90, con tassi di interesse inusualmente bassi in nome del pericolo di deflazione, ha contribuito in modo determinante a metterci in questo casino.

Che vogliamo riprovarci?

Si?

Vincenzo Pinto 10/9/2012 - 09:55

Scusa Giulio ma a me la risposta sembra proprio di si', scoppiata la bolla si cerca di crearne un'altra. Cercare l'eccesso di liquidità nel CPI mi pare quanto meno ingenuo, ai tempi della IT bubble la liquidità si capiva abbastanza facilmente dove fosse finita eppure il CPI era intorno al 3%-4%, idem prima della crisi con la bolla del settore immobiliare. Quello che non credo è che nelle BC di tutto il mondo si faccia ancora la posta al CPI overall e non si cerchino parallelamente le potenziale asset bubbles.

bolle

giulio zanella 10/9/2012 - 11:40

a me la risposta sembra proprio di si', scoppiata la bolla si cerca di crearne un'altra.

Beh, non nella mia concezione di politica monetaria :-)

Infatti tu fai l'accademico e non il politico. Mind the gap :)

no, no, ora facciamo anche (a modo nostro) i politici :-)

Caro Iodice, 

 

provo pacatamente a mettere giu qualche riflessione  su moneta e inflazione.  Piccola precisazione: in economia, come in molte altre scienze applicate,   il grado di conoscenza e' spesso approssimativo.   Un medico non ci sa dire con esattezza quanto faccia male  fumare 4 o 5  sigarette al giorno,   ma se ne il numero sale a 40 al giorno  allora la previsione diventa piu facile.   La ragione dietro all'incertezza delle 4 / 5 sigarette e' altresi nota. Gli esiti dipendono da una serie di fattori che variano da individuo a individuo non facilmente osservabili al medico.  

 

La relazione tra moneta e inflazione  e' molto simile.  Difficile trovare una relazione che, in tempi diversi e in paese diversissimi  regga cosi bene alle basse frequenze:  se lei fa un grafico delle medie mobili diciamo a 5 anni,  si vede benissimo che a  tassi di crescita monetaria elevati e SOSTENUTI , diciamo sopra il 10 per cento,   corrisponde un tasso di inflazione praticamente identico (sulla retta a 45 gradi).    Un paper rapido e carino su questo e' di McCandeless e Weber     .    L'evidenza su questo punto e' enorme, che mi spingerei a dirle che e' difficile trovare un'altra  relazione economica tanto semplice (1 singola equazione)  e tanto stabile (con errori certo, ma robusta su archi temporali di secoli).  Ho i grafici per quasi tutta la storia della lira in  Italia 1870-1999,   se vuole glieli mando,   e anche li la relazione e' straordinariamente chiara sugli episodi di forte crescita monetaria. 

 

I fattori che indeboliscono la relazione su archi tempo brevi,  o  in seguito a  movimenti  contenuti  della moneta (non parlo di riserve bancarie, ma di moneta),   sono pure ben compresi.    La (offerta di)  moneta puo crescere mentre cresce il reddito (e quindi la domanda di moneta),   e in questo caso non cé' inflazione. E' un fenomeno noto,  ben visibile alla fine delle iperinflazioni (quando le persone tornano a fare il pieno di scorte monetarie),   e per esempio ben visibile in europa negli anni successivi alla formazione dell'euro. Inoltre, come lei sicuramente sa,   quello che noi chiamiamo moneta nella teoria non e' facile da misurare in pratica. La definizione di moneta cambia  a causa della innovazione finanziaria  (esempio: prima non potevo usare i miei fondi monetari per pagare, ora si;  un fatto importantissimo negli usa per capire le conseguenze dei cd SWEEP accounts).  A questo proposito e' interessante notare come poche correzioni alla misura di moneta,   che tengono conto di innovazione finanziaria di vario tipo, aiutino a recuperare  nei dati una domanda di moneta stabile nel tempo (si veda per esemoio Zhou e Teles o  il recente lavoro di R. E. Lucas e JP Nicolini ).   Non intendo dire  che sappiamo tutto di questa relazione,   ma che ne sappiamo molto, probabilmente una di quelle meglio comprese in economia (risparmiamoci le battute....).     Infine,   ogni decente teoria  della domanda di moneta produce una relazione tra prezzi e moneta   in cui i primi dipendono da una sorta di "valore medio" della seconda nel prossimo futuro  (ho in mente, per esempio, Cagan e Sidrauski, cose degli anni 60-70 ma ancora utili;  oggi cé'di meglio, ma e' un po' piu complesso).   Quindi  nessuna sorpresa se in un paese dove una banca centrale credibile annuncia un tasso di crescita medio basso (la Germania pre euro), un blip della crescita di M  non causa inflazione.  Perche ci si attende che sara seguito da operazioni di segno opposto. L'assenza di correlazione tra M e P  in un paese credibile, quando M cresce poco, e' ESATTAMENTE cio che la teoria prevede. 

 

 

Non ci nascondiamo dietro le etichette quali "inflazione esogena", "inflazione da domanda" "da shock petroliferi",  che sono semplicemente definizioni che niente dicono sulla natura della relazione  sotto studio.  Gli shock  petroliferi, per esempio, sicuramente misero  le autorita monetarie di fronte a un dilemma: accomodare o no?   quasi tutte lo fecero (chi piu chi meno), e l'inflazione  segui (dove piu e dove meno).  Rimane legittimo l 'ipotesi che   in assenza di accomodamento non vi sarebbe stata inflazione sostenuta per molti anni, come fu.  Non si hanno esempi di grandi inflazioni senza grande crescita  della moneta (mi corregga se ne ha).     

 

Adesso, pensando ad una monetizzazione del debito pubblico dell'europa  che oggia e' "a rischio", che se fatta in una misura del 50%   porterebbero a una crescita di M1 / PIL   di simile ammonetare  (vado un po a spanne)  le parrebbe ragionevole pensare che   i prezzi non crescerebbero?  potrebbe forse crescere il pil di una pari misura (quasi 30 volte di piu del  suo tasso medio?)  

 

Non  entro nel merito di cosa  sia giusto  o  sbagliato  fare qui.  Vorrei  solo capire su quale base di analisi si possa pensare di monetarizzare un ammonetare significativo di debito pubblico aspettandosi che non ci saranno conseguenze sui prezzi. 

 

 

 

 

 

 

 

Causa o effetto? Sono memorie lontane ma io ricordo cosi: i produttori non erano (e non sono) stupidi e con la fine degli accordi di bretton woods (1971) capirono che il loro oro nero veniva pagato con una valuta non piu' ancorata all'oro giallo. Il dollaro si svalutò (era questa la volontà del governo usa, legata alla necessità di finanziare la guerra del vietnam) e quando nel 73 cadde ogni legame tra dollaro e monete estere i produttori di petrolio capirono subito che dovevano aumentare il prezzo del petrolio. Lo fecero riducendo drasticamente la produzione. L'ennesimo conflitto con Israele fu  praticamente una scusa ma il risultato è visibile qui.  La svalutazione del dollaro cosi' creo' inflazione ovunque ma anche la Lira, di suo, svaluto' e creo' inflazione e quindi per noi il problema se l'inflazione degli anni 70 fosse esogena o endogena credo sia un falso problema.

La sterlina da luglio 2008 a gennaio 2009 si è svalutata pesantemente raggiungendo il minimo contro il dollaro dagli anni 80. L'inflazione tre mesi dopo ha incominciato a precipitare e un anno dopo è arrivata addirittura all'1,1%. La lira nel 1993 si svalutò del 30%. L'inflazione calò. E' un po' più complicato, diciamo così.

 

EDIT: risponderò al documentato commento di Lippi con più calma nella giornata di domani, quando avrò dal sistema il "permesso" di un ulteriore commento.

per tutti quelli interessati a discurere dei legami SISTEMATICI tra moneta e inflazione (inseguire i blip di singoli episodi e'  hopeless) credo che sia estremamente istruttivo guardarsi quantomeno le figure (per la maggior parte semplicissimi scatter plot) di questo paper di Marcet e Nicolini   (come tutti i grandi  e'  opera ad oggi incompiuta) . 

 

Guardate almeno fino alle figure in mezzo alla presentazione  (dopo la provocatoria prima figura e dopo il modello).....

 

 

 

 

Stavo per scrivere una articolata risposta, quando, alla fine dell'articolo di McCandeless e Weber  leggo: <<First, the fact that the correlation between money growth and inflation is close to one implies that we can adjust long-run inflation by adjusting the growth rate of money>>

 

Penso che non servirebbe aggiungere molto: una correlazione non è una causazione.

Di più: MV=PY (che l'articolo sostiene di "provare") è una identità. La si può leggere nel senso che, data una certa V, M causa P. Oppure, al contrario, che P (e Y) causino M.

Costancio, nel brano che ho riportato, spiega la sequenza della creazione della moneta, partendo dalle decisioni delle banche e risalendo fino alla banca centrale, vale a dire la storia opposta a quella comunemente ritenuta vera. Da tale spiegazione egli correttamente (nel senso formale, per lo meno) deduce che le banche centrali non hanno quel largo potere di creare inflazione che le si attribuisce normalmente.

Credo che questo parere vada preso in considerazione, anche perché non è la prima volta che banchieri centrali e studiosi presso le banche centrali adottano questa visione, normalmente ritenuta eterodossa.

Sulla moneta endogena e la differenza con la teoria quantitativa della moneta è utile leggere:
http://economia.unipv.it/pagp/pagine_personali/afuma/didattica/Materiale%20sul%20sito%20del%20corso/Parte%202a%20-%20Teorie%20della%20moneta.pdf

 

mentre qui alla slide 24 si può trovare un'equazione dei prezzi in tale framework:

www.unibg.it/dati/corsi/6481/44990-Circuito%20(3).pdf

(slide 24 in particolare)

Penso che non servirebbe aggiungere molto: una correlazione non è una causazione.

(la parola giusta e' causalita', ma questo e' un dettaglio)

Ad ogni modo, se da un lato e' vero che correlazione non implica causalita', e' altrettanto vero che correlazione perfetta (cioe' =1, valore massimo possibile per una correlazione) implica mutua causalita': se muove una variabile allora deve muoversi l'altra nella stessa direzione, perche' se cosi' non fosse la correlazione non sarebbe perfetta.

La frase "correlazione non implica causalita'" si riferisce al caso piu' generale: se due variabili hanno correlazione -- mettiamo -- 0,5 e una delle due si muove, ben poco si puo' dire sul movimento dell'altra.

fermati

giulio zanella 11/9/2012 - 06:30

le banche centrali non hanno quel largo potere di creare inflazione che le si attribuisce normalmente. Credo che questo parere vada preso in considerazione, anche perché non è la prima volta che banchieri centrali e studiosi presso le banche centrali adottano questa visione, normalmente ritenuta eterodossa.

Guido, fermati finche' sei in tempo. Questa non e' una visione eterodossa, e' un tentativo di inerpicarsi su per uno specchio cosparso di olio extravergine di oliva grezzo.

Pensaci solo 3 secondi: se le banche centrali non avessero potere di creare inflazione le banche centrali neppure esisterebbero. I sovrani e i governanti sarebbero da sempre li' a passare notti insonni a (prima) limare monete di metallo prezioso imponendone il valore nominale o (poi) stampare moneta cartacea senza alcun valore intrinseco.

Si puo' non essere d'accordo sulla teoria, ma non sulla storia.

Essendo le BC uno strumento piuttosto moderno è proprio vero che nei secoli passati 

 

I sovrani e i governanti sarebbero da sempre li' a passare notti insonni a (prima) limare monete di metallo prezioso imponendone il valore nominale o (poi) stampare moneta cartacea senza alcun valore intrinseco.  

Persino quando la moneta era rappresentata da metalli preziosi il suo valore "interno" era stabilito da bandi e proclami del potere esecutivo di allora. Se volete vi posso portare diversi esempi, ma poi basti pensare alla legge di Gresham per capire che era così o ai sistemi bimetallici coi problemi di oscillazione fra di loro dei prezzi di argento ed oro, per poi finire con l'edificante storia di John Law e la sua  Banque Générale che all'inizio fu privata.

Del resto anche nei sistemi dove non esisteva la BC, per esempio in Italia fino a fine '800, non è che non ci fosse inflazione e non c'era bisogno certo di una BC per farla, anzi fu creata per metterla sotto il controllo dello Stato.

In realtà la correlazione della massa monetaria e dell'inflazione è un po' quella che esiste fra l'uovo e la gallina. Nessuno, credo nemmeno Guido, neghi che l'espansione abnorme di massa monetaria in assenza di una sua domanda non provochi inflazione, ma piuttosto quello che vuole dire e che dico anche io e che dicono TUTTI i banchieri centrali dei paesi finanziariamente sviluppati è che le masse monetarie crescono quando c'è domanda di moneta e si restringono quando ce ne è meno perché è la domanda di moneta che la crea e la creerebbe anche senza una banca centrale.

Se vogliamo fare esempi storici pensate appunto al perché fu inventata la "lettera di cambio" nel medioevo, serviva appunto a soddisfare una domanda di moneta che non era possibile soddisfare tramite le insufficienti quantità di metalli preziosi circolanti (v. C.Cipolla - Storia Economica dell'Europa Pre-Industriale).

Uguale oggi, se la BC non creasse massa monetaria sufficiente la creerebbero i privati tramite i loro IOU, shadow banking ecc. con tutti i rischi e le distorsioni connesse.

Nessuno si ricorda la quantità di cambiali e di assegni postdatati che giravano negli anni '60 quando c'era crescita ma la nostra moneta doveva restare ancorata ai cambi di BW? E l'inflazione non c'era in presenza di cambio fisso? E anche oggi c'è la stessa inflazione e livello di prezzi a Milano, Roma o Catanzaro (senza andare a prendere i differenziali in tutta l'eurozona)? 

 

Ho letto gli studi citati e sono convinto che a lungo termine moneta ed inflazione siano correlate ma sarei curioso di sapere le politiche delle BC in quel periodo, cioè se seguivano la teoria del controllo delle masse monetarie.

 

Se guardiamo l'eurozona dal 2000 ad oggi dove questa teoria NON è applicata (si utilizza solo il tasso di interesse con un target inflattivo) vediamo che sia M1 che M3 non hanno alcuna relazione con l'inflazione, e siamo su un periodo che cmq è di 13 anni.
http://sdw.ecb.europa.eu/reports.do?node=100000141 
 

E questa non è una teoria eteredossa, è come operano oramai le BC a livello mondiale (come ammesso appunto dal vice-pres dell'ECB).
E sul fatto che le BC riescono sempre a creare inflazione la Bank of Japan sono anni che cerca di avere inflazione in tutti i modi possibili ed immaginabili e non ci riesce neppure con tassi reali negativi.
 Historical Data Chart

quello che vuole dire e che dico anche io e che dicono TUTTI i banchieri centrali dei paesi finanziariamente sviluppati è che le masse monetarie crescono quando c'è domanda di moneta e si restringono quando ce ne è meno

Si chiama equazione quantitativa della moneta quando l'offerta di moneta e' perfettamente elastica al tasso di interesse target. Se e' questo che intendete siamo d'accordo.

 

Cari Iodice e Guerani

 

i concetti di cui parlate come la differenza tra offerta e domanda, o tra una identita e una equazione strutturale sono il cuore della macro quantitativa moderna,  non sono ignoti ne a me ne agli altri che vi ho citato.   Il paper di MCandelss e Weber riporta  solo semplici correlazioni, ma se volete una cosa un po'  piu' strutturata  potete guardarvi queste stime di domanda di moneta su Econometrica (dati italiani),  o queste stime strutturali, in un modello Neo-Keynesiano, di Lopez Salido. Visto che sembrate chiedere un po'  piu di struttura, ci provo. 

 

Guerani  scrive che la correlazione tra moneta inflazione e' bassa  o non visibile in tempi recenti. E'  vero, ed e' esattamente la previsione fatta dal paper di Marcet e Nicolini che avevo linkato nel mio post precdente, e anche avvalorata da dati. La spiegazione e'  ovvia:  se la politica monetaria risponde ai prezzi l'equazione di P su M avra un  attenuation bias e il coefficiente sara distorto verso zero.  Ma contrariamente a quanto lui sembra credere  questo fatto non implica  che raddoppiare il valore di M  non avra effetto sui prezzi. La lezione fondamentale degli anni 70, che ha segnato il funerale dei modelloni non strutturali , e'  che le correlazioni di forma ridotta dipendono dalla policy.   Lo stesso modello strutturale (i cui parameteri fondamentali di preferenze e tecnologie non variano al variare della politica) prevede una forte  correlazione tra  M e P,   come i dati mostrano in modo chiarissimo.  Come vi ho detto, queste relazioni strutturali non vengono dal vangelo ma sono state testate seriamente sui dati  da moltissime persone.    (ps: che la banca centrale controlli la moneta o   i tassi di interesse e'   indifferente.  Come fa la Banca a variare i tassi di interesse?  operazioni di mercato aperto che influenzano la quantità di moneta. Fine.  Quindi meglio evitare strani giri di parole.  )

 

I riferimenti di  Iodice  alla teoria del circuito monetario mi riportano indietro di 20 anni, quando il Prof. Lunghini ci dava quelle stesse identiche note  a lezione.  Allora, con conoscenza zero e molta voglia di vedere il nuovo, parevano eccezionali. A vederle oggi mi sembra di vedere un fossile del pensiero economico, una pittura cavernicola.   Non per le domande a cui si vuole rispondere, ma per la natura primitiva degli strumenti usati nella analisi e l'incompletezza logica dell'apparato di analisi:  equazioni comportamentali il cui fondamento e'  inspiegato:  Chi domanda la moneta? chi offre la moneta?  quali forze fanno si che i mercati possano restare in disequilibrio (domanda diversa da offerta)?  chi produce? qual e'  la nozione di equilibrio?  chi fissa i prezzi? i dati mi possono aiutare a capire se le mie ipotesi sono buone? Nessuna di queste domande ha una risposta soddisfacente.   Modelli cosi erano lo standard  30 anni fa. Spazzati via da spiegazioni internamente piu coerenti  e che cercano di affrontare il difficile problema di costruire un modello invariante  rispetto alla policy. 

 

 

Molte delle domande che la dispensa si pone  sono interessanti : spiegare l' origine della moneta "endogena" ,   spiegarne il valore,   sono gli stessi obiettivi che  hanno portato  Wallace, Wright, Kyiotaki  e  molti  altri a fondare la search-theory of money,  che da delle spiegazioni logicamente coerenti del perche' la moneta, una cosa intrinsecamente inutile,  circola  ed ha un valore, e come questo possa interagire con la distribuzione del reddito, il ciclo economico etc. Il tutto senza tirare in ballo i motivi degli   "investitori volubili, degli speculatori di rapina, dei redditieri parassiti"   che  paiono necessari all' autore delle dispense a capire la natura moneta  ( a pagina 3 delle dispense, questo faceva ridere anche 20 anni fa). Riguardando il  modello MDM DMD mi chiedo se qualcuno abbia in mente di come si potrebbe  farne  una stima  delle ipotesi (un test di sovraidentificazione). Non riesco a seprare le ipotesi dai risultati (tutto e' assunto), ne a identificare chiaramente delle previsioni testabili.  Correggetemi se avete informazioni in contrario. Volete veramente ragionare di economia con questo " modello"?  guardate che se quello che a voi piace e', per esempio, la non-neutralita della moneta,  o l' importanza della distribuzione del reddito per il valore della moneta e del business cycle potete averlo in un modello internamente coerente (senza agenti scemi,   lotte di calsse, e redditieri parassiti). Prendete il modello di Sceinkman e Weiss (econometrica 1982), o guardate un po'  di references qui.   

 

 

Ognuno e'  libero di scegliere  quale modello usare nella propria ricerca. Scegliere questo modello a me sembrerebbe come preferire le cure dello sciamano a quelle di un ospedale.   Nelle graduate school questi modelli sono scomparsi perché gli studenti  li soppiantano con strutture meno squinternate : insieme a una definizione esplicita  di equilibrio (competitivo o meno), una definizione di razionalita (piu o meno forte)  e spesso, nei lavori piu interessanti,   una seria verifica empirica del modello, cioe  un test sui dati   per testare il rifiuto delle ipotesi.  All' interno di questo metodo coesistono idee diverse:  sulla grandezza dello stimolo monetario,   o della politica fiscale.    Ma chi discute di queste cose su base informata non ha bisogno di tirare in ballo "i redditieri parassiti"  e altri gagliardetti della lotta di classe. 

 

Mi pare avessimo  iniziato con una semplice domanda:  se raddoppiamo la moneta in europa e'  ragionevole attendersi che  non ci sara' inflazione?   La mia "nuova" domanda  e' :    potete portare  un esempio  di fortissima espansione monetaria (si parla del 100% per anno o più)  che non sia accompagnate da inflazione?

 

Scusa

Alessandro Guerani 12/9/2012 - 00:04

ma è inutile parlare di modelli ipersofisticati se poi salti fuori con la tesi del raddoppio della moneta ogni anno. Un po' come quelli che continuano a dire che una triplicazione del prezzo del petrolio non ha avuto ripercussioni inflazionistiche (certo, doveva accadere tutto in una notte come nei film...).

(per chi si ricorda poco di quei tempi ecco un utile grafico di cosa successe, sarei curioso di sovrapporlo all'andamento dell'inflazione italiana:)
 

Ovvio che parte l'inflazione, magari succede anche domani se cade un metorite, c'è l'invasione delle cavallette o la strage dei primogeniti.

Ma da dove salta fuori questa ipotesi di un raddoppio della massa monetaria ogni anno? I titoli oggetto dell'operazione della BCE sono a breve, cioè sono già dentro M3 e vengono già usati come collaterali per le operazioni di rifinanziamento. In poche parole, de che stamo a parlà?
 

Scusi Lippi, ma ho qualche difficoltà a seguire il suo ragionamento. Lei sostiene che le idee che ha studiato con Lunghini, quelle di Graziani, ecc. sarebbero "vecchie" e che addirittura lo erano ai tempi in cui furono concepite, e ci dice che invece esistono sofisticatissimi modelli quantitativi che spiegano l'universo mondo della moneta.

Dall'altro lato le banche centrali invece sembrano molto più scettiche di lei e non raramente si esprimono a favore delle tesi che lei considera antiquate.

Il fatto che lei possa esibire modelli quantitativi complessi e studi ad alto impatto è dovuto in primo luogo al fatto che la teoria endogena è sempre stata considerata eterodossa e quindi solo chi ne era davvero convinto (pochi) ha cercato di svilupparla, pubblicando su riviste di secondo e terzo piano e con la matematica sicurezza di non ricevere mai il Nobel per ciò che scriveva.

Ma l'amore per la ricerca dovrebbe invece spingerla a considerare il fatto che se la teoria endogena sta avendo un certo revival, forse quel filone di ricerca andrebbe approfondito e non giudicato sulla base di articoli di decenni fa o addirittura, come lei fa, su delle semplici dispense come quelle che ho linkato io a scopo divulgativo.

 

p.s. non voglio attribuire il mancato sviluppo delle teorie eterodosse a un "complotto". Lo stesso Pasinetti riconosce che i Post Keynesiani hanno proprie responsabilità nel non essere riusciti ad unificare in un framework unitario le loro idee. Basti pensare che cartalismo e circuitismo sono entrambe teorie della moneta endogena, ma differiscono notevolmente tra loro.

non mi sono spiegato evidentemente

 

le domande di quel ramo di teoria sono perfettamente legittime ;   e'  il metodo che e'  stato sorpassato;  nel senso scientifico di essere sostituito da modelli  piu espliciti, in cui si e'  costretti a dire chi fa cosa,   come si modellano le scelte degli individui (razionali o meno,,,, nei vecchi modelli gli individui sono totalmente assenti, le loro " scelte"  non compaiono nemmeno a livelo di gruppo... le pare un approccio soddisfacente?   le pare sorprendente che l' accademia lo abbia lasciato da parte?). Questo e'  successo sia rispetto alle idee "classiche" (Hume, Smith)  che quelle "eterodosse" , qualunque cosa questo significhi .   Ed e'  anche il motivo per cui non vede quei paper sulle migliori riviste, cosi come non trova piu il Commodre 64  nei negozi di elettronica. 

 

Un esempio: prendiamo la teoria che la distribuzione del reddito e'  importante per il ciclo. Si legga Scheinkman e Weiss ,   lo confronti con le dispense (o con altro, mi dica lei),   poi proviamo a discuterne. 

E' un peccato che lei abbia buttato la discussione su questo livello. Se crede che i modelli basati sull'individualismo metodologico siano superiori, si chieda come mai da quel filone sono partorite teorie improbabili come le aspettative razionali.

Tra l'altro non è chiaro cosa significa che "le loro " scelte"  non compaiono nemmeno a livelo di gruppo...".
La propensione al consumo cos'è?

Inoltre dovrebbe spiegare anche come mai questi sofisticati modelli non hanno previsto la crisi e anche come mai, una volta manifestatasi, la grandissima parte degli economisti ha sostenuto che si sarebbe risolta in poco tempo.

Dovrebbe anche spiegarmi come mai invece modelli basati sui lavori di Minsky e Godley hanno effettivamente previsto la crisi oltre ad essere in grado di spiegare perché perdura. 

Mi dovrebbe anche spiegare come mai oggi le banche centrali riguardo il tasso di interesse e l'offerta di moneta ragionano in modo via via più prossimo a quello di Kaldor, Minsky e Moore e lo ammettono apertamente.

 

Sa, visto che ha citato il commodore 64, rilancio: questo sito su cui scriviamo usa una rete i cui protocolli risalgono agli anni '70. Di più: il sistema operativo che lo fa girare è un sistema di tipo Unix (1970 anch'esso). Come vede i vecchi modelli funzionano bene e, come le tecniche, a volte ritornano.

L'inflazione derivava dagli shock petroliferi.

NO. Se il prezzo del petrolio raddoppia permanentemente la notte di capodanno del 2013, osserveremo un aumento dei prezzi (salari inclusi) one-shot durante il 2013, proporzionalmente all'incidenza del petrolio nei costi di produzione.

Se in seguito osserviamo inflazione, cioe' un aumento sostenuto del livello dei prezzi nel tempo, questo deve essere dovuto alla risposta della politica monetaria e fiscale. Questo e' esattamente quello che e' successo in US e altrove negli anni 70.

Tutt'altro che esogeno, come vedi.

D'oh!

Vincenzo Pinto 10/9/2012 - 09:49

Si' e' vero, errore stupido, troppi anni in finanza ti fanno abituare a ragionare su variabili nominali e non reali.

In Italia, come in ogni paese, una parte dei ricchi è costituita da uomini e donne capaci e altamente qualificati, un'altra parte è rappresentata da incapaci,mantenuti di stato, pensionati d'oro, cacciatori di rendite,evasori totali, corrotti, corruttori, mafiosi e ogni genere di ammanicati arricchitesi con appigli al potere politico. Ad un significativo aumento del carico fiscale chi avrebbe convenienza a restare e chi ad espatriare? Una robusta emorragia di capitale umano nel medio-lungo periodo ha effetti espansivi?

Che il "moltiplicatore" esista, sia una costante eterna e sia misurabile e' un dogma d'una religione oscura che fa danno alle menti, ed alle vite, della gente, da circa 70 anni. Una foglia di fico per marxisti che han paura di dichiararsi tali. 

non conosco moltiplicatori vivi se non, pure quelli zombie che siano: a) ex post, se tu POTESSI misurarli (probabilmente ed a rigore SOLO con una visione Olimpica-BigBrother della realtà; ad inseguire tutti i rivoli degl'impatti perché non moltiplica mica solo la domanda FINALE eh?); b) certamente sono uno diverso dal'altro (per esattamente lo stesso choc iniziale) in modo del tutto casuale o al max - concedo - caotico.

Poi noi, con tutte le cautele del caso e sapendo che son gatti morti, li usiamo spesso negli studi locali di tipo "computational GE". Per far delle stime a spanne qualificate.

Allora, il prof. Brusco ricorda che il moltiplicatore dei trasferimenti non è lo stesso di quello della spesa pubblica. Il prof. Zanella ricorda che i trasferimenti tecnicamente non rientrano neppure nella spesa pubblica.

E fin qui ci siamo. Infatti:  G (government spending) is the sum of government expenditures on final goods and services. It includes salaries of public servants, purchase of weapons for the military, and any investment expenditure by a government. It does not include any transfer payments, such as social security or unemployment benefits.

 

Poi arriva il prof. Boldrin e dice che comunque nel modello keynesiano è tutto uguale: stipendi, investimenti, pensioni, tutto uguale, tutto rientra nell'odiata spesa pubblica e tutto ha lo stesso moltiplicatore.

Ma, aggiunge il prof. Boldrin, è una discussione oziosa, perché tanto il moltiplicatore non esiste. Non importa stabilire cosa il moltiplicatore moltiplichi, non importa neppure cosa rientri nella spesa pubblica e cosa no: l'unica certezza è che il moltiplicatore non esiste. 

Però Boldrin accusa me di essere dogmatico e, per non farsi mancare nulla, anche marxista. Rimango in attesa di sapere in che capitolo del Capitale Marx parla del moltiplicatore e cosa moltiplicherebbe, di preciso.  

Buone cose. 

Quando c'è una diatriba tra chi sostiene l'esistenza di un entità ( il mitico moltiplicatore ) e  chi ne sostiene l'inesistenza è ben difficile che in assenza di argomenti a favore e in presenza di forti elementi contrari si possa definire dogmatico chi ne nega l'esistenza, l'onere della prova è al 1005 di chi ne sistiene l'esistena , e deve anche riuscire a confutare gli innumerevoli casi in cui la spesa pubblica non ha moltiplicanto un fico seco ma ha solo portato alla rovina gli stati.

Detto questo la definizione di "marxisti che han paura di definirsi tali" comporta evidentemente che detti buffi personaggi evitino accuratamente di utilizzare Marx, quindi la richiesta di una citazione del Capitale ( perchè non del 18 brumaio? è molto più interessante ) è abbastanza assurda.

Puricelli, non faccia il furbo, che casca male. Io non ho attribuito l'onere della prova a Boldrin. Ho sostenuto che se non si hanno le idee chiare su una teoria ogni contestazione della stessa diventa facilmente attaccabile.

 

E' facile, ad esempio, confutare logicamente l'esistenza di un dio onnipotente e amante del bene. Le cose cambiano radicalmente se il dio non è più onnipotente, ma solo "molto potente". Per cui prima di dire "non esiste" per lo meno bisogna capire che cosa il moltiplicatore moltiplica. Peraltro, stranamente, nessuno contesta mai che gli investimenti privati producano crescita. Però il moltiplicatore, guarda un po', originariamente moltiplica proprio quelli. Sostenere che non esiste nessun moltiplicatore solo per la spesa pubblica è come sostenere che Giove segue una legge di gravità diversa da quella di Marte. Perché? Perché è Giove. Mah.

 

Il resto del suo commento è una ripetizione di luoghi comuni. A tale proposito, le consiglio la lettura di questo articolo, così magari smette di fare ideologia antistatalista usando una rete nata da un investimento del governo americano.

Un altro aspetto da considerare, quantomeno a livello teorico, perchè difficilmente si può riuscire a distinguerlo con precisione nei dati disponibili, è il livello di partenza della spesa pubblica e della tassazione rispetto al PIL.

 

Infatti, tanto più elevata è la spesa pubblica rispetto al PIL tanto più probabile è che almeno una parte della stessa sia scarsamente efficiente e/o necessaria e possa essere tagliata producendo effetti positivi sul livello del reddito complessivo. Probabilmente le resistenze ai tagli non saranno invece meno forti anche a livelli elevati di spesa.

 

Allo stesso modo quando la pressione fiscale è molto elevata gli incentivi negativi nei confronti dell'attività economica saranno più alti rispetto a quando la pressione era inferiore. Mi sembra che ci troviamo proprio in questa situazione.

 

Nel 1970, uno degli anni indicati nella tabella, spesa pubblica e pressione fiscale erano assai inferiori rispetto ad oggi, in cui hanno raggiunto i valori massimi (almeno in Italia).

E' probabile che per poter ottenere delle conclusioni applicabili alla situazione attuale si debbano considerare solo i casi di spesa pubblica e pressione fiscale ben superiori al 40% del PIL, altrimenti non vale. 

Un altro aspetto da considerare, quantomeno a livello teorico, perchè difficilmente si può riuscire a distinguerlo con precisione nei dati disponibili, è il livello di partenza della spesa pubblica e della tassazione rispetto al PIL.

Sono d'accordo. Sarebbe interessante ripetere lo stesso studio restringendolo a diversi intervalli del livello assoluto di intermediazione statale sul PIL.

Un articolo di Baldacci (ISTAT), Gupta (IMF) e Mulas-Granados (Complutense) si occupa pure dello stesso tema (contrariamente all'impressione dei giornalisti economici nostrani e non la letteratura sull'argomento e' sterminata e le conclusioni omogeneamente nella direzione di quanto argomentano AFG, ma transeat) ed arriva a conclusioni perfettamente coerenti con quanto Giulio suggerisce essere il caso.

Vado di fretta (ed EP credo sia a pagamento ma se cercate via Google di sicuro trovate il paper che si intitola Reassessing the fiscal mix for successful debt reduction) ma sostengono che il mix appropriato ha

1) Quelle basate su tagli di spesa sono piu' successful.

2) La composizione della spesa, e cosa si taglia ovviamente conta (pensa un po'!)

3) Tagliare gli entitlements (ossia i trasferimenti e sussidi) e' la strada migliore.

 

No è gratis qui

Premetto che avevo scaricato il file di BCM ma non l'ho ancora letto, mentre ho letto qualcosa di AFG un po' di tempo fa (non quello, che è recente e non conoscevo).

 

Se io verificassi cosa succede quando taglio la spesa, scoprirei verosimilmente che la correlazione (univariata) è probabilmente che l'economia crolla. Questo perché i tagli alla spesa sono così rari che di fatto avvegono solo in economie già in condizioni economiche, finanziarie e fiscali pietose.

 

In quest'ottica, se non tengo conto dello stato dell'economia, rischierei di avere una forte correlazione tra spesa e crescita che non c'entra nulla con l'effetto della spesa sulla crescita. Allora dovrei ovviamente aggiungere variabili per tener conto dello stato del ciclo, magari facendo un VAR.

 

Quanto è affidabile però che un evento, come un taglio di spesa, che avviene probabilmente solo in condizioni veramente eccezionali, venga stimato in questo modo? Se non si crea un insieme di variabili che indicano veramente quando l'economia è in condizioni pietose, il rischio di bias positivo rimane.

La "pietosità" di un'economia dipende da così tanti fattori (tasse, spesa, debito pubblico, privato, delle imprese e finanziario, deficit, leva finanziaria del settore bancario, percentuale di prestiti ad alto rischio, stato della concorrenza e delle liberalizzazioni) che non saprei proprio (ma ciò non stupisce perché non sono un esperto) come tener conto di questi eventi che purtroppo avvengono quasi solo in condizioni eccezionali.

 

C'è un'eccezione, la Germania da Schroeder in poi, che ha tagliato la spesa (relativamente al PIL) ed è cresciuta, anche grazie a varie riforme. Ma globalmente la spesa pubblica aumenterà da 50 anni, e periodi di diminuzione che non siano dovuti a crisi (1992) di recente si sono avuti forse solo per la fine della Guerra Fredda.

 

Ho letto poco della letteratura però volevo mettermici perché l'argomento mi interessava, e comunque avevo scaricato alcune decine di paper e qualcuno lo avevo letto, ma non sono certo esperto in materia.

Strano che nessuno dei due (AFG e BCM) abbia preso in considerazione nei campioni la Svezia e la Svizzera, che hanno entrambi intrappreso importanti politiche di contenimento del debito con riduzione della spesa e riduzione della pressione fiscale. Il caso della Svezia poi credo sia rilevante, dato che era noto per avere spesa e pressione fiscale prossimi al 60% (nel 1993 la spesa fu il 67.89 del PIL secondo IMF mentre qui  vedete la pressione fiscale ed il debito pubblico). A fronte di questo io non ricordo recessioni in Svezia e Svizzera, anzi la crescita procapite PPP è rilevante e l'unico calo è legato alla crisi del 2008-2009.

Qualche tempo fa un lavoro di Alesina e Ardagna su questo tema è stato oggetto delle critiche di Martin Wolf e Krugman, riprese dal Sole 24 ore, e dell'Economist. Le repliche degli interessati qui, qui e qui.

Non sono in grado di commentare nel merito, se lo volesse fare qualche redattore sarebbe gradito.

Forse esiste una via immediata per tagliare sostanzialmente il Debito che ovviamente non impedisce di operare i necessari tagli di spesa e finalmente permette di ridurre le tasse. La indica una sequenza di numeri normalmente trascurati dalle ricorrenti proposte di soluzione del problema Debito.

 

                Pil emerso: ovvero Pil ufficiale (che paga tasse e contributi) annualmente misurato dall’Istat

                Pil “nero”: ovvero sommerso economico Istat integrato dalla quota di evasione effettiva come stimata da attendibili centri di ricerca, comunemente condivisa e recentemente indicata da Bankitalia nel 31,1% del Pil ufficiale (dal 2008).

               Gettito sottratto all’erario risultante applicando al Pil “nero” la % di contribuzione del Pil emerso.

 

PIL

PIL

GETTITO

INCASSI

 

EMERSO

“NERO”

SOTTRATTO

AGENZIA

 

(miliardi)

free tax

ALL’ERARIO

ENTRATE

 

 

(miliardi)

(miliardi)

(miliardi)

1993

714,4

192,9

96,1

 

1994

750,4

202,6

96,6

 

1995

797,7

215,4

105,1

 

1996

844,2

227,9

112,8

 

1997

882,0

238,1

123,5

 

1998

918,9

248,1

125,1

 

1999

959,2

259,0

128,3

 

2000

974,3

263,1

133,7

 

2001

1.017,6

274,8

138,9

3,7

2002

1.071,2

289,2

142,2

2,8

2003

1.111,0

300,0

148,7

2,5

2004

1.167,5

315,2

152,5

2,1

2005

1.199,3

323,8

155,4

2,8

2006

1.247,7

336,9

168,1

4,4

2007

1.300,3

351,1

179,3

6,4

2008

1.318,4

410,0

208,9

7,0

2009

1.272,0

395,6

203,4

9,1

2010

1.300,0

404,3

205,6

11,0

2011

1.322,6

411,3

208,9

12,7

I numeri inseriscono il Pil free tax nella mappa di caccia alle risorse “disponibili” (l’evasore può essere chiamato a sanare il Debito pubblico) ed aggiungono il riassetto dell’apparato fiscale all’agenda delle riforme prioritarie e più urgenti (la revisione del modello di caccia al “nero” adottato dalle Entrate è il modo più spiccio per stabilizzare il Debito e per reperire risorse senza mettere le mani nel portafoglio di chi le tasse le paga, soprattutto se costretto a pagarle tutte).

 

            In particolare con riferimento allo stock di Debito, A TUTT’OGGI RISULTANO RECUPERABILI  1.773 MILIARDI DI EURO. Dal 1993, una banca dati, appositamente costruita per il Fisco e nella disponibilità del Ministro delle finanze, dettaglia i flussi monetari nazionali fiscalmente significativi e ne conserva memoria per 10 anni. Scongelare la banca dati significa accollare il Debito pubblico all’evasore, garantire il rispetto dell’impegno da Fiscal compact, azzerare l’onere per interessi, assicurare credito (a imprese e famiglie) a tassi minimi e rimettere nel vocabolario dei ricordi il termine “spread”. Un’ipotesi da incompetente vedrebbe la ruberia del passato sanata imponendo l’acquisto di Btp a 20 anni ed a tasso zero, finanziato dalla banca (converte presso la Bce i titoli in liquidità) e rimborsato con un piano di ammortamento ventennale (a tasso Bce). Date l’urgenza dell’intervento sul Debito pubblico e la certezza che il Fisco ricostruisce, in tempi brevi, il mastro di 10 anni di evasione fiscale con il dato bancario probante, può essere incentivata l’adesione anticipata-immediata-spontanea dell’evasore offrendo l’azzeramento delle sanzioni. E la Politica non gridi allo scandalo per il ripescaggio di una banca dati finora dimenticata (anzi insabbiata)! La Corte di Cassazione (sentenza n.1728/99) ha stabilito che l’aspettativa di una maggiore probabilita’ di sottrarsi alla scoperta di irregolarita’ o infrazioni non integra un diritto tutelabile e, quindi, puo’ essere vanificata dalla legge sopraggiunta (esiste dal 1991!) che renda piu’ ampi ed efficaci gli organi preposti a detta scoperta. E la Politica non invochi la privacy! Il Fisco può esplorare la banca dati senza entrarne in possesso ed indagare tutti i contribuenti evidenziando solo chi ha barato.

                                             Zanchi.gualtiero.gualtiero@gmail.com

Gualtiero: credo sia stato spiegato varie volte su questo sito che il recupero del nero abbia gli stessi effetti, in tutto e per tutto, di un aumento delle tasse.
Per esempio, http://noisefromamerika.org/articolo/tre-cose-ovvie-sullevasione-fiscale che si conclude con un condivisible:

Conclusione. Sarebbe bene che dell'evasione fiscale venisse completamente tolto dal dibattito sui provvedimenti congiunturali. E' un tema di buona amministrazione, non di politica fiscale.

Il mio obiettivo era di ricordare che esiste l’Archivio unico informatico –Aui, attivato nel 1993, tuttora perfettamente operativo, nella piena e legittima disponibilità dei Ministri delle finanze ma apparentemente ignorato. “Scongelare la banca dati” per un intervento spot sul Debito è sicuramente una misura congiunturale (peraltro utile). Ma “scongelare” significa anche ricordarsi che l’Aui è una banca dati standardizzata che salda le piattaforme informatiche Fisco-banca ed il componente fondamentale della struttura tecnotronica di caccia all’evasore (disponibile dal 1993 ma tuttora “ignorata”) che fornisce al Fisco la cassetta degli arnesi interattivi che intercettano-puniscono il “nero” veicolato nel canale finanziario e dissuadono l’evasore dal riprovarci. E questa è buona amministrazione. Ma la buona amministrazione produce una misura del Pil meno squilibrata (con correlate meno squilibrate percentualine) ed una misura del reddito meno sgangherata (un 25-30% di Pil free tax non lascia dubbi sull’inattendibilità del reddito dichiarato da chi non ha redditi totalmente bollinati dal Cud e sull’iniquità del reddito fiscale assunto come base per la contribuzione e la redistribuzione). E questo non mi pare ininfluente per la politica fiscale e per i correlati dibattiti. Se gli interventi che Lei mi rammenta si riferiscono solo a misure congiunturali, concordo. Certamente meriterebbe interrogarsi sul perché i Ministri delle finanze, pur avendo dotazioni strumentali adeguate, continuano ad operare solo per congiuntura accreditando la teoria che l’alfiere non raggiungerà mai la tartaruga.

Oltre alle spiegazioni già date da Stefano, rilevo le seguenti cose:

1) o il ricupero dell'evasione serve per ridurre il debito (il nuovo gettito va a diminuzione del debito) oppure "finalmente permette di ridurre le tasse". Ci sono vie intermedie, naturalmente, ma tutte rappresentano un'aumento della pressione fiscale, come già fatto rilevare. 

2) nella colonna del PIL nero (tax free) a mio avviso ci sono due subcomponenti che non vanno confuse. Una cosa è il sommerso (attività lecite condotte senza autorizzazioni legali e senza pagare imposte e contributi) ed una cosa è il nero vero e proprio, creato da attività criminali, che mai potrebbero essere tassate ed "emergere". La dimensione del primo è circa il 18% del PIL, secondo ISTAT e quindi per arrivare al 31% che citi, c'è una stima del 13% circa di attività criminali che: a) non producono valore aggiunto (rapine, estorsioni, furti, sfruttamento della prostituzione, tangenti, pizzo) o quando lo fanno (produzione e vendita di stupefacenti) non puo' essere certo un valore aggiunto alla luce del sole, su cui pagare contributi previdenziali IRAP, IVA, IRES, IRPEF e gli altri 100 balzelli che la fervida fantasia dei politici italiani hanno creato in questi decenni.

Ora è chiaro che le attività criminali non vanno "tassate" ma represse mentre il sommerso va fatto emergere, con gli opportuni strumenti, e questa emersione deve comportare per tutti una riduzione delle aliquote. L'emersione puo' avvenire a sua volta se:

a) viene fortemente diminuita la burocrazia e con essa spese statali e relative necessità di gettito;

b) viene semplificata la normativa (le 100'000 e passa leggi astruse, contraddittorie ed incomprensibili):

c) viene ridotta la pressione fiscale e contributiva (cuneo fiscale) e la complessità del sistema tributario e del sistema del contenzioso tributario

d) viene riformata e snellita l'amministrazione tributaria, resa piu' efficace, efficente e legata al territorio.

Anche se tutto questo fosse fatto, l'evasione non arriverà mai a zero (dal 18% attuale) perché anche nei paesi piu' efficenti esiste pur sempre un minimo di sommerso tra il 9 ed il 10% (media OECD attorno al 15-16%). Bene che vada se diventassimo come i piu' virtuosi  quindi possiamo solo dimezzare quel 18% e cercare di annullare il 13% di attività criminali.

Il mio obiettivo era di ricordare che esiste l’Archivio unico informatico –Aui, attivato nel 1993, tuttora perfettamente operativo, nella piena e legittima disponibilità dei Ministri delle finanze ma apparentemente ignorato. “Scongelare la banca dati” per un intervento spot sul Debito è sicuramente una misura congiunturale (peraltro utile). Ma “scongelare” significa anche ricordarsi che l’Aui è una banca dati standardizzata che salda le piattaforme informatiche Fisco-banca ed il componente fondamentale della struttura tecnotronica di caccia all’evasore (disponibile dal 1993 ma tuttora “ignorata”) che fornisce al Fisco la cassetta degli arnesi interattivi che intercettano-puniscono il “nero” veicolato nel canale finanziario (indipendentemente da chi lo veicola) e dissuadono l’evasore dal riprovarci. E questa è buona amministrazione. Ma la buona amministrazione produce una misura del Pil meno squilibrata (con correlate meno squilibrate percentualine) ed una misura del reddito meno sgangherata (un 25-30% di Pil free tax non lascia dubbi sull’inattendibilità del reddito dichiarato da chi non ha redditi totalmente bollinati dal Cud e sull’iniquità del reddito fiscale assunto come base per la contribuzione e la redistribuzione). E questo non mi pare ininfluente per la politica fiscale e per i correlati dibattiti. Se gli interventi che Lei mi rammenta si riferiscono solo a misure congiunturali, concordo. Certamente meriterebbe interrogarsi sul perché i Ministri delle finanze, pur avendo dotazioni strumentali adeguate, continuano ad operare solo per congiuntura accreditando la teoria che l’alfiere non raggiungerà mai la tartaruga.

A TUTT’OGGI RISULTANO RECUPERABILI  1.773 MILIARDI DI EURO

Gualtiero, meglio non sparare numeri per impressionare. Tanto per cominciare, buona parte degli evasori del 1993 saranno gia' morti e in stadio avanzato di decomposizione.  Che facciamo pagare i figli e i nipoti? Per quelli che sono a spasso con la badante, invece, gran parte di questi ipotetici debiti saranno prescritti e riprescritti.

 

Per la parte restante, oltre alle cose che ti hanno fatto notare Stefano e Francesco ce n'e' un'altra: l'enforcement non e' gratuito. Tu hai idea di quanto costa recuperarare, diciamo, 100 miliardi di gettito? Se non costasse niente non ci sarebbe evasione neppure in Svizzera e in Canada. Eppure ce n'e' anche li'. Molto meno che da noi ma da nessuna parte l'enforcement e' tale da condurre a zero evasione. Esattamente perche' l'enforcement costa.

... la cifra di 1'773 si rifcerisce alla sommatoria della colonna "gettito sottratto all'erario" relativo al decennio 2002-2011. Ora una delle regoli auree dell'esazione fiscale è quella di prendere i soldi subito, non dopo 10 anni (oppure 5 in media) perché anche se becchi l'evasore ti dirà immancabilmente che quei soldi non ci sono piu'. Non è che l'evasore è una specie diversa e tiene i soldi sotto un materasso (non si sa mai che il fisco non ne volesse una parte). I soldi sono ricilati ed investiti oppure si trasformano in beni di consumo. Che fa il fisco, sequestra TV, autovetture ormai di 5 anni, il cibo che ormai è stato consumato, mutande usate? L'unica possibilità reale è caso mai concludere accordi come quello allo studio con la Svizzera, perché oltre a ad ottenere un gettito per i prossimi anni, (lo stesso che l'Italia avrebbe se il soggetto mantenesse lo stesso capitale in Italia alla luce del sole) e che puo' essere usato per diminuire le aliquote generali, permette anche di ricuperare fino 10 anni  nel passato (sempre che il soggetto avesse conti già 10 anni fa). E questi importi a mio avviso se arriveranno andranno a diminuzione del debito. Quanto scommettiamo che invece qualcuno strillerà per usare il "tesoretto"  per nuova spesa pubblica?

Il mio obiettivo era di ricordare che esiste l’Archivio unico informatico –Aui, attivato nel 1993, tuttora perfettamente operativo, nella piena e legittima disponibilità dei Ministri delle finanze ma apparentemente ignorato. “Scongelare la banca dati” per un intervento spot sul Debito è sicuramente una misura congiunturale (peraltro utile). Ma “scongelare” significa anche ricordarsi che l’Aui è una banca dati standardizzata che salda le piattaforme informatiche Fisco-banca ed il componente fondamentale della struttura tecnotronica di caccia all’evasore (disponibile dal 1993 ma tuttora “ignorata”) che fornisce al Fisco la cassetta degli arnesi interattivi che intercettano-puniscono il “nero” veicolato nel canale finanziario (indipendentemente da chi lo veicola) e dissuadono l’evasore dal riprovarci. E questa è buona amministrazione. Ma la buona amministrazione produce una misura del Pil meno squilibrata (con correlate meno squilibrate percentualine) ed una misura del reddito meno sgangherata (un 25-30% di Pil free tax non lascia dubbi sull’inattendibilità del reddito dichiarato da chi non ha redditi totalmente bollinati dal Cud e sull’iniquità del reddito fiscale assunto come base per la contribuzione e la redistribuzione). E questo non mi pare ininfluente per la politica fiscale e per i correlati dibattiti. Se gli interventi che Lei mi rammenta si riferiscono solo a misure congiunturali, concordo. Certamente meriterebbe interrogarsi sul perché i Ministri delle finanze, pur avendo dotazioni strumentali adeguate, continuano ad operare solo per congiuntura accreditando la teoria che l’alfiere non raggiungerà mai la tartaruga.

Rispondo alle osservazioni sull’esercizio scolastico che evidenzia, in base alle stime, i 1.733 miliardi immediatamente recuperabili ed i 200 miliardi sottratti ogni anno all’erario, e sull’invito a scongelare la banca dati nella disponibilità del Ministro delle finanze (Archivio unico informatico – Aui) ed a ristrutturare l’apparato fiscale per introitare le risorse necessarie per abbattere il Debito e per ridurre le tasse.

 

***Scongelare l’Aui non è solo un provvedimento congiunturale. Il mio obiettivo era di ricordare che esiste l’Archivio unico informatico –Aui, attivato nel 1993, tuttora perfettamente operativo, nella piena e legittima disponibilità dei Ministri delle finanze ma apparentemente ignorato. “Scongelare la banca dati” per un intervento spot sul Debito è sicuramente una misura congiunturale (peraltro utile). Ma “scongelare” significa anche ricordarsi che l’Aui è una banca dati standardizzata che salda le piattaforme informatiche Fisco-banca ed il componente fondamentale della struttura tecnotronica di caccia all’evasore (disponibile dal 1993 ma tuttora “ignorata”) che fornisce al Fisco la cassetta degli arnesi interattivi che intercettano-puniscono il “nero” veicolato nel canale finanziario (indipendentemente da chi lo veicola) e dissuadono l’evasore dal riprovarci. E questa è buona amministrazione. Ma la buona amministrazione produce una misura del Pil meno squilibrata (con correlate meno squilibrate percentualine) ed una misura del reddito meno sgangherata (un 25-30% di Pil free tax non lascia dubbi sull’inattendibilità del reddito dichiarato da chi non ha redditi totalmente bollinati dal Cud e sull’iniquità del reddito fiscale assunto come base per la contribuzione e la redistribuzione). E questo non mi pare ininfluente per la politica fiscale e per i correlati dibattiti. Se gli interventi ai dibattiti che si rammentano si riferiscono solo alle misure congiunturali, concordo. Certamente meriterebbe interrogarsi sul perché i Ministri delle finanze, pur avendo dotazioni strumentali adeguate, continuano ad operare solo per congiuntura accreditando la teoria che l’alfiere non raggiungerà mai la tartaruga.

 

***Scongelare l’Aui significa un Fisco efficace ed efficiente, meno burocrazia e meno normativa come evidenziato dai contenuti e dalle caratteristiche tecniche dell’Aui celebrati, il 23.12.2009, dal Direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, quando ha illustrato i contenuti e le tecnicalita’ di accesso alla banca dati dei flussi finanziari che il Sistema bancario, nel rispetto delle delega ricevuta (legge 197/91), gestisce, custodisce e mette a disposizione (dal 1993) dei controllori fiscali per ricerche di massa e mirate, interattive e storiche. Nell’Aui sono presenti i seguenti dati:

   a) con riferimento ai rapporti continuativi: la data, il numero del rapporto, i dati identificativi, il ramo e il sottogruppo di attività economica del cliente intestatario del rapporto unitamente ai dati identificativi di eventuali soggetti delegati  a operare per conto del cliente nonché ai dati identificativi del titolare effettivo qualora sia diverso dal soggetto intestatario del rapporto;

   b) con riferimento all’operazione: la data, il punto operativo in cui è stata disposta (filiale, agenzia, ufficio postale ecc.), la causale che codifica la tipologia dell’operazione, l’importo, il numero dell’eventuale rapporto continuativo movimentato, i dati identificativi del cliente e i dati identificativi dell’eventuale soggetto esecutore.

      L’Aui e’ strutturato per rispondere a ricerche di massa ed interattive e consente di evidenziare:

- i soggetti a vario titolo coinvolti in una determinata operazione;

- le operazioni riferibili a uno specifico soggetto;

- le operazioni che hanno movimentato un determinato rapporto;

- i soggetti connessi con un determinato rapporto;

- i rapporti in cui uno specifico soggetto assume un ruolo (intestatario o delegato a operare);

- i titolari effettivi di una determinata società cliente;

- le società clienti di cui uno specifico soggetto risulta titolare effettivo.

      Le chiavi di ricerca attivate obbligatoriamente sono:

- Data dell’operazione (intervallo da-a);

- Paese estero dell’intermediario controparte;

- Numero del rapporto;

- Dati identificativi dei soggetti coinvolti nelle operazioni, nei rapporti e nei legami (NDG/connessione con l’anagrafe interna; Cognome e nome / Ragione sociale; Codice fiscale).

 

***Scongelare l’Aui significa prendere i soldi subito senza vessare e rispettando la privacy, non rincorrere dopo anni i malloppi e non preoccuparsi di quanto può costare, tassare anche il “nero” criminale (ed augurarsi che qualcuno fiuti che è denaro “sporco”). Il Fisco, con le leggi 197/91 e 413/91, si piazza nel canale finanziario sorvegliando (assicurando) lo standard di qualità del flusso con il monitoraggio sistematico e continuativo dei flussi e dà la caccia all’evasore senza irruzioni, perquisizioni e requisizioni di masse di dati. Lascia le banche dati dove naturalmente si formano e vengono gestite. L’impianto tecnologico (moduli utilizzati dalla banca per innescare l’accertamento fiscale e dal Fisco per il monitoraggio a distanza e per la scansione dell’Aui) assicura la continuità dell’equilibrio tra diritto alla privacy e dovere di lealtà fiscale, intercettando solo il flusso anomalo e, quindi, giustificando e circoscrivendo l’intervento fiscale. In particolare:

        a-il monitoraggio sistematico e continuativo produce automaticamente gli indizi che innescano l’indagine fiscale. Sensori ed automatismi (il cosiddetto decalogo Bankitalia arricchito dagli automatismi dettati dalle risultanze ispettive) rottamano la cassetta dei vecchi arnesi e chiudono l’officina degli spaventapasseri periodicamente confezionati dai Ministri delle finanze. Il monitoraggio “a distanza” e la scansione automatizzata dell’Aui impediscono alla banca di barare ed integrano il concetto di capacità economica del cliente (utilizzato dalla banca per la valutazione dei flussi sospetti) con la sua posizione di contribuente.

         b-L’indagine fiscale, innescata dal monitoraggio, pilotata dalla mappa dei conti nella disponibilità di un soggetto ed agevolata dall’integrazione dell’Aui nella piattaforma informatica banca, viene supportata da tre fondamentali contributi informativi:

  1-l’estratto conto complessivo della movimentazione dei mezzi di pagamento produce la base per la convalida (anche automatica) dell’indizio (ad esempio, le cosiddette partite zoppe) e per l’accertamento e la prova dell’evasione (l’evasione viene contestata, non concordata)

  2-i rendiconti per tipologia di operazione guidano alla quantificazione delle pratiche evasive continuative o reiterate.

  3-la posizione bancaria (flussi e consistenze) inserisce l’addendo banca nel paniere di calcolo della capacità contributiva e contribuisce a certificare la lealtà del contribuente (a quantificarne la slealtà)

 

***Quanto rende scongelare l’Aui e come verrà impiegato il “tesoretto”? La risposta al Ministro delle finanze se fa quello per cui è pagato ed al Ministro dell’economia su come intende spenderlo (sperando che non sia solo un comune consumatore di tasse). Il Ministro delle finanze possiede una banca dati (l’Archivio unico informatico) che registra 10 anni di mastro dell’evasore (le stime dicono che vale 1.733 miliardi) e la chiave del meccanismo di caccia all’evasore e di accertamento – di prova dell’evasione (le stime dicono che vale fino a 200 miliardi all’anno). L’incredibile è che si discuta dell’attendibilità dei numeri e dei rischi di incasso mentre il Ministro delle finanze non fa quello per cui è pagato. Legga la banca dati, giri la chiavetta e dica che numeri ottiene o se trova solo soggetti “in stadio avanzato di decomposizione” e “mutande usate”.

                                                 Zanchi.gualtiero.gualtiero@gmail.com

Giulio

come bene osservi una delle differenze fondamentali tra i due paper sia nelle ipotesi utilizzate per identificare lo " shock" .   Per i lettori meno tecnici bisogna spiegare che cosa vuol dire. Siccome le variabili economiche tendono a muoversi " insieme"  (tecnicamente la loro matrice di covarianze e'  piena)   non e'  ovvio capire chi ha mosso chi  (non lo sarebbe  necessariamente  nemmeno se si mouovessero sequenzialmente, ma lasciamo stare).  

 

In parole povere,  se osservo che il deficit va giu e il pil va su,  posso dire che il deficit ha aumentato il pil o viceversa?  in  economia per ripondere a questa domanda bisogna risolvere un problema di identificazione:  ovvero trovare movimenti " esogeni"    di deficit (o di pil),  che non siano la risposta alla dinamica di altre varibaili economiche (per esempio  il deficit tipicamente scende se il pil sale perche le  imposte sono piu reattive della spesa).

 

Il punto fondamentale diventa percio come identificare gli shock " esogeni.  AFG   utilizzano un approccio  "narrativo".   Mi pare interessante, e se uno volesso criticarlo dovrebbe questionare, documenti alla mano,   gli shock da loro identificati come tali.      BCM (mi pare di capire intorno a pgg 16)   utilizzano uno schema ricorsivo (una matrice triangolare  di   Cholesky)  per  rendere le innovazioni  del VAR   indipendenti  e poterle identificare.  Il vantaggio di questa ipotesi e'  che e'  trattabile.   Ma le ipotesi sottostanti sono molto forti, e andrebbero esplorate meglio:  lo schema ipotizza che la politica fiscale NON riponda contemporaneamente a nessuna delle altre variabili del sistema  (correggetemi se ho frainteso).  Praticamente tutte le innovazioni fiscali sono shock esogeni.    Un secondo aspetto problematico dello schema triangolare e'  che non e' coerente con praticamente nessun modello teorico ben specificato  che io conosca. E'  molto difficile ottenere  degli zeri nella matrice delle risposte contemporanee dalla teoria, poiche TUTTE  le variabili reagiscono contemporaneamente all' impatto di uno shock.  Un esercizio interessante per testare la bonta della identificazione sarebbe un esperimento tipo monte-carlo, usando dati artificiali prodotti da un modello teorico  con la politica fiscale e cercare di riprodurre la risposta a impulso "vera"  usando lo schema Cholesky qui proposto.  

 

 

Queste considerazioni, che possono apparire  come tecnicismi, sono fondamentali per capire se cio' che stiamo commentando sia un risultato utile per analizzare un controfattuale (gli effetti di una nuova politica del deficit)  ovvero sia solo una correlazione di forma ridotta, che riflette magari la correlazione tra  deficit e crescita,   che  poco ha da dire riguardo l' effetto di un cambio di policy.  

    

Giusto, Francesco. Grazie per il chiarimento.

L'approccio narrativo bypassa queste difficolta' e cerca di risolvere il problema di identificazione nel modo in cui si è tentato di risolverlo in microeconometria negli ultimi 25 anni, ossia cercando cose che assomigliano a esperimenti.

Io, per la verità, la prima cosa che vorrei vedere è una replica di BCM con spesa e tasse definite come in AFG. Ora lo suggerisco agli autori...

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