Programma riforma università

9 ottobre 2012 redattori noiseFromAmeriKa

Questo il programma per l'università da noi elaborato che stiamo per proporre a Fermare il Declino, aperto ai vostri commenti. 

Premessa: una visione generale

L’università è istituzione essenziale per il futuro del nostro paese, come massimo produttore di ricerca, soprattutto ma non solo di base, e come luogo di formazione. La situazione attuale non è particolarmente rosea.  L’università italiana si piazza nelle posizioni di rincalzo in tutte le classifiche internazionali sulla qualità della ricerca[1]. Anche i suoi difensori più accaniti, al massimo affermano che la qualità media è buona. Le poche punte di eccellenza sono dovute più a circostanze fortuite e all’impegno di singoli ed esistono nonostante, anziché grazie, agli incentivi posti dal sistema. Dal punto di vista didattico, si registra un’alta percentuale di abbandoni, mentre la maggioranza degli studenti  non riesce a  finire gli studi nei tempi previsti. La qualità dei laureati è profondamente diseguale da corso di laurea a corso di laurea, e soprattutto da università a università, ma tali differenziazioni non sono formalmente riconosciute, almeno per gli impieghi pubblici.  La reputazione dei docenti è macchiata da una serie di scandali concorsuali, che in pochi casi configurano responsabilità penali ma sono la spia di un più diffuso atteggiamento che troppo spesso privilegia nella scelta dei docenti i rapporti personali fra maestro ed allievo a scapito dell’efficienza delle istituzioni.

Nel complesso il sistema ricerca italiano appare poco efficiente ed in chiaro affanno, ma è anche ricco di tradizioni e risorse umane.  Molti professori e ricercatori svolgono con entusiasmo e dedizione il loro lavoro. La profonda riforma che proponiamo è anche nel loro interesse, oltre che ovviamente in quello degli studenti e della comunità nazionale. Per definire le linee guida, è necessario definire le cause  dell’attuale situazione.  La visione più comune  fra i docenti attribuisce tutti i problemi alla mancanza di fondi.  Si sostiene che la spesa per l’università  (p.es. in rapporto al numero di studenti) sia inferiore a quella degli altri paesi avanzati e che sia in calo per colpa dei tagli alla spesa pubblica.  Dati i fondi insufficienti, i docenti italiani sono riusciti a produrre ricerca di buona qualità:  per migliorare la posizione delle università basterebbe aumentare i finanziamenti.  La nostra visione è differente.

i)  In primo luogo, il finanziamento pubblico non ci sembra così carente.  I confronti internazionali sono inevitabilmente influenzati dal gran numero di fuori-corso: la spesa per studente appare bassa se sono inclusi come studenti a tempo pieno, molto più alta, addirittura ai massimi OCSE se sono esclusi. Gran parte della spesa viene destinata al personale, ed i particolare agli stipendi dei docenti. La struttura degli stipendi privilegia i docenti più anziani, senza riconoscimento della produttività individuale – salvo un sistema Inoltre, è in atto un massiccia ondata di pensionamento di professori  che nei prossimi anni ridurrà drasticamente  sta riducendo  la spesa per il personale, e quindi  anche i costi della struttura.

ii) L’idea di una università pubblica prevalentemente finanziata dalle tasse ci sembra socialmente ingiusta. È infatti noto che la percentuale di studenti universitari sulla classe di età di riferimento è correlata positivamente col reddito delle famiglie[2]. Quindi  il finanziamento pubblico implica un trasferimento  dai contribuenti  in generale al sottoinsieme di famiglie più ricco della media.  Tale trasferimento continua per tutta la vita lavorativa, in quanto i laureati hanno  prospettive di reddito più elevate dei semplici diplomati, e la differenza è superiore alle tasse pagate[3].

iii) Infine, un aumento degli stanziamenti senza cambiamenti istituzionali profondi  ignora, a nostro avviso, l’esperienza storica. Almeno dagli anni Sessanta, ogni aumento di spesa è stato utilizzato per aumentare il numero degli addetti e/o i loro salari[4].  Un aumento delle risorse, compatibilmente con le condizioni della finanza pubblica, è sicuramente auspicabile ma sarebbe inutile senza un cambiamento dell’organizzazione. L’organizzazione attuale è il frutto dell’incapacità dei governi di gestire il passaggio da università di élite ad università di massa negli anni Sessanta, aggravata da una potente spinta sindacal-corporativa degli anni Ottanta.

Il problema è stato affrontato negli ultimi anni – ed anzi si può dire che l’università è uno dei settori del pubblico impiego più interessati da un processo di riforma che a nostro avviso si muove nella giusta direzione.  Nel 2006 il governo Prodi ha istituito l’ANVUR, una agenzia governativa per la valutazione della qualità della ricerca (ed in prospettiva della didattica) ma ne demandò la definizione di struttura e funzionamento ad un regolamento. Nel 2011 il governo Berlusconi  ha nominato il primo consiglio direttivo, rendendo l’agenzia pienamente operativa, ed ha introdotto il principio di utilizzare i risultati della valutazione per distribuire parte dei fondi del finanziamento pubblico.  Lo stesso governo ha approvato una legge di riforma organica (legge Gelmini) che ha interessato  l’organizzazione delle università (scomparsa delle facoltà) la governance (con un aumento del potere dei rettori) ed il reclutamento dei docenti. Infine, l’attuale governo Monti, nel decreto spending review  ha lasciato alle università la possibilità di aumentare le tasse, seppur con alcuni limiti.  Questo processo di riforma ha incontrato una ostilità profonda e diffusa  da parte del corpo docente – o almeno delle sue componenti più sindacalizzate che per ora hanno ottenuto solo risultati parziali.  Ci impegneremo s favorire la piena attuazione della riforma ed in particolare delle procedure di valutazione della qualità della ricerca e di abilitazione nazionale.  Ritiene infatti che i risultati di tali operazioni, oltre che utili in sé, siano necessari per  formulare una riforma più incisiva e di lungo periodo.  È infatti nostra opinione che la piena attuazione della riforma Gelmini potrà rappresentare solo  un primo passo, assolutamente insufficiente per risolvere i problemi di fondo del sistema universitario .

L’università che vogliamo

a) vogliamo un sistema misto, che mantenga, almeno nei  prossimi decenni una prevalente componente pubblica secondo la tradizione europea. Auspichiamo però anche lo sviluppo di una forte componente privata di qualità, che si aggiunga alle università attuali.  

b) riteniamo inevitabile una diversificazione del sistema universitario, con un decentramento delle lauree di primo livello in college locali ed una concentrazione dell’insegnamento a livello di dottorato di ricerca e della ricerca in un numero relativamente ridotto di sedi. La selezione di queste ultime dovrà però avvenire attraverso una competizione aperta per le risorse e non attraverso l’assegnazione di attestati di eccellenza a priori con opache decisioni ministeriali.

c) è necessario aumentare la percentuale deli studenti frequentanti  sulla popolazione in età corrispondente e contemporaneamente ridurre drasticamente il numero dei fuori-corso. Sarà in tal modo possibile migliorare la qualità della forza-lavoro italiana ed allo stesso tempo abbassare l’età di entrata nella forza lavoro.

d) per migliorare la qualità del sistema è necessario aumentare le risorse totali, ma riteniamo ingiusto aumentare gli oneri a carico dei contribuenti.  Lo stato dovrebbe finanziare i costi minimi di gestione e, in maniera molto generosa, la ricerca di base. Il resto dovrà essere pagato dalle tasse universitarie, integrate da altri redditi (proventi da convenzioni, sponsorizzazioni, contributi degli ex-allievi).  Sarà quindi necessario istituire generose borse di studio per gli studenti meritevoli di famiglie di reddito medio-basso ed offrire agli altri l’accesso a prestiti, da ripagare sul reddito futuro

Per raggiungere obiettivi si propone una  strategia di riforme graduale, articolata in provvedimenti di breve periodo a costo zero o quasi, da approvare al massimo in sei/otto mesi, provvedimenti di medio periodo (da approvare in due-tre anni) e provvedimenti di lungo periodo, da adottare in cinque-sette anni. Per i provvedimenti di medio e soprattutto di lungo periodo si dovrebbe lasciare alle università (e/o alle regioni) una certa libertà di anticipare o ritardare il passaggio alla nuova normativa, eventualmente fornendo vantaggi aggiuntivi alle università che decidessero di accellerare la transizione.

Interventi di breve periodo

1.1) In primo luogo, è necessario  diffondere all’esterno tutte le informazioni disponibili sul lavoro dei docenti – e soprattutto sulla loro produzione scientifica, per un elementare obbligo di correttezza nei confronti dei contribuenti che pagano l’università ma anche a tutela dei moltissimi docenti produttivi. A tal fine, basterebbe rendere pubblicamente consultabili le informazioni (elenco delle pubblicazioni e delle attività scientifiche) già presenti sul sito ufficiale di ciascun docente, aggiungendo i risultati della Valutazione della qualità della ricerca quando saranno disponibili.

1.2) Riteniamo la valutazione dell’attività scientifica uno strumento assolutamente indispensabile per la politica universitaria. Solo con una valutazione corretta ed efficace è possibile premiare le università, i dipartimenti ed i docenti virtuosi.  È necessario avviare un processo di valutazione anche per la didattica, basata su una combinazione di indicatori oggettivi  (p.es. successo degli studenti nel trovare lavoro dopo la laurea, con opportune ponderazioni per tener conto delle possibilità offerte dalle singole regioni) e valutazione degli studenti. 

1.3) Proponiamo di ridurre drasticamente gli stipendi dei docenti che svolgono una libera professione  (medici, avvocati etc.). Il taglio dovrebbe essere in teoria proporzionale al tempo che la libera professione sottrae all’attività universitaria.  Un taglio del 30% potrebbe ridurre la spesa complessiva per stipendi per un importo fino al 10% del  Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Tali risorse potrebbero essere utilizzate per il reclutamento di nuovi docenti e per il finanziamento della ricerca. 

1.4) Riteniamo necessario incentivare le università a usare i fondi disponibili  per reclutare nuovi docenti (ricercatori a tempo determinato) piuttosto che per promuovere quelli già in servizio.  A tal  fine si potrebbe  differenziare  la percentuale riutilizzabile per il reclutamento dei fondi resi disponibili dai pensionamenti dei docenti in servizio.  La spending review stabilisce un massimo del  20% fino al 2014 (un docente assunto ogni cinque pensionati) fino al 2014, aumentato al 50% nel 2015. Si potrebbe mantenere tale scansione per  le promozioni interne ed aumentare le percentuali (p.es. al 50% subito ed al 100% dal 2014) per le assunzioni di ricercatori a TD

1.5) È necessario aumentare il finanziamento alla ricerca di base.  Attualmente i Programmi di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) ricevono solo 120-130 milioni di euro, meno del 2% del totale delle risorse per l’università.  Aumentando tale percentuale al 5% si potrebbero quasi triplicare i fondi per ricerca.  Contemporaneamente, sarebbe necessario spingere  il Consiglio Nazionale dei garanti della ricerca, istituito dalla legge Gelmini e nominato nel 2012 ad adottare procedure di distribuzione dei fondi quanto più vicine agli standard internazionali e più trasparenti  possibile.

1.6) È assolutamente necessario rivedere le procedure di accreditamento delle università private e telematiche. Le procedure attuali sono integralmente gestite dal ministero e sono tutt’altro che trasparenti.  Si propone di  istituire una commissione di esperti non ministeriali e stabilire dei requisiti minimi per  il numero e la qualificazione dei docenti. Sarebbe inoltre opportuno stabilire dei risultati minimi (in termini di qualità della ricerca e della didattica) per le università private e telematiche che volessero utilizzare finanziamenti statali, dopo un adeguato periodo di prova.

1.7) Infine è opportuno rendere pubbliche le opportunità di lavoro. A tal fine, le università dovrebbero comunicare al Ministero tutti i bandi di concorso, per qualsiasi tipologia di contratto. Il ministero dovrebbe pubblicarli in una apposita sezione del suo sito. Si dovrebbero uniformare le procedure per le domande, riducendo al minimo gli obblighi di documentazione per i concorrenti[5].

Medio periodo (due-tre anni)

Didattica

Proponiamo di

2.1) Stabilire un numero massimo di studenti per corso di laurea, per permettere una programmazione del numero massimo di studenti per corso di laurea e quindi mantenere un rapporto equilibrato docenti/studenti.  Tale massimo dovrebbe essere ottenuto attraverso test di ammissione che dovrebbero essere generalizzati  per tutti i corsi di laurea.  Le università saranno libere di scegliere la procedura di test, sia singolarmente, sia con pool fra più sedi.

2.2) Lasciare alle singole università autonomia nella sperimentazione della struttura dei corsi  ed eventualmente  della istituzione di nuovi diplomi, salvo i limiti imposti dal reciproco riconoscimento all’interno dell’Unione Europea

2.3) Centralizzare l’esame di stato per l’accesso alle professioni,  con forme di valutazione molto selettive, possibilmente a numero chiuso.  Tale misura dovrebbe essere però applicata ad un numero ridotto di professioni di maggior impatto sociale (p.es. medicina)

Finanziamento

2.4) Aumentare la percentuale del finanziamento pubblico (FFO) distribuito ai singoli atenei sulla base dei risultati della VQR ed eventualmente  della valutazione della didattica.  La legge Gelmini stabilisce un massimo  del  10%. Si propone di aumentare progressivamente (p.es. in cinque anni) tale percentuale almeno al 30%.

2.5) Lasciare maggiore autonomia alle università nella gestione dei fondi  statali.  In particolare, si propone di  autorizzare le università la possibilità di concedere  premi ed incentivi monetari  ai docenti,  per una percentuale fissa (e crescente nel tempo) del monte-stipendi  tabellare (p.es. 10% nel primo anno, 15% nel secondo etc.) .  Tali premi dovranno essere concessi a seguito di attività specifiche e documentabili (p.es. produzione scientifica, attività amministrativa, corsi). Questo provvedimento ha un duplice scopo – preparare la liberalizzazione degli stipendi con un test del comportamento delle università e compensare i docenti  strutturati più produttivi per la riduzione delle  prospettive di  carriera (cf. 1.4)

2.6) Liberalizzare totalmente le tasse universitarie, con l’obbligo di destinare una percentuale minima (e consistente – p.es. il 20%) del gettito a borse di studio per studenti da famiglie a basso reddito e meritevoli.  Offrire a tutti gli studenti la possibilità di accendere prestiti sull’onore.   Le università saranno incentivate ad aumentare la quota di risorse proprie (tasse, introiti da fondi privati e/o da endowment), fino a raggiungere, in cinque-sei anni, un importo almeno pari al FFO.  La crescita delle risorse proprie permetterebbe di ridurre  i trasferimenti diretti alle università e quindi di trasferire risorse al finanziamento alla ricerca. Sarebbe anche possibile aumentare i fondi per il diritto allo studio – in particolare per coprire i mancati rimborsi dei prestiti di studio da parte di i laureati che non raggiungessero i minimi di reddito.

2.7) Possibilità di trasferire le competenze delle università alle regioni in cambio di una corrispondente trasferimento di gettito fiscale, sul modello dell’università di Trento

Reclutamento

2.6) Ridefinire alla luce dei risultati dell’abilitazione nazionale le procedure della legge Gelmini – in particolare la scelta dei commissari, la loro durata in carica, la struttura dei settori concorsuali. Si precisa che noi consideriamo tali procedure, per quanto un indubbio progresso rispetto alla tradizione della commissione italiana, una soluzione provvisoria da superare in un orizzonte di medio-lungo periodo (cf. punto 3.2).

Lungo periodo (cinque anni e più)

Proponiamo di: 

3.1) Liberalizzare gli stipendi dei docenti.  Si propone di  ridurre gradualmente lo stipendio tabellare fino ad un livello non superiore allo stipendio di un professore di scuola media superiore di equivalente anzianità (proporzionalmente ridotto  per i professori a tempo parziale secondo il punto  1.3).  Tale stipendio corrisponderebbe all’obbligo di fornire numero di ore minimo di insegnamento ed a partecipare alle riunioni degli organi collegiali, con libertà di esercitare la professione e/o attività economiche esterne.  Ciascuna università sarebbe poi libera di stipulare con i singoli docenti contratti integrativi, generici (per l’insieme dell’attività) o specifici (indicando la remunerazione prevista per determinati  risultati scientifici, o compiti amministrativi e didattici), indicando se necessario vincoli all’esercizi delle libere professioni. La durata del contratto sarà stabilita di comune accordo fra l’università  ed il docente e potrà al massimo coincidere con la cessazione dal servizio per raggiunti limiti di età.  Ciascuna università potrà adottare le procedure che ritiene più opportune per la formulazione delle proposte di contratto da sottoporre ai docenti (p.es. il Consiglio di Amministrazione su proposta del dipartimento, oppure un comitato di esperti indipendente).  Il nuovo regime potrebbe essere  applicato gradualmente, iniziando dai docenti nuovi assunti, ed essere esteso a tutti i docenti in servizio entro un tempo massimo, per esempio di  dieci anni. Contestualmente, si dovrebbero studiare, nei limiti delle compatibilità finanziarie, misure per il prepensionamento agevolato dei docenti  più anziani, che non volessero accedere al nuovo regime.

3.2) Liberalizzare le procedure di reclutamento, abolendo la distinzione per fasce.  La selezione sarà effettuata da una commissione interna all’università, integrata se necessario da esperti  esterni. Il possesso di un dottorato di ricerca o titolo equivalente sarà requisito indispensabile per l’assunzione di studiosi non in servizio presso università italiane (o straniere),  salvo casi eccezionali e motivati di comprovata abilità professionale.  Di regola, i contratti iniziali per i docenti a tempo pieno,  i contratti  dovranno avere una durata limitata (dai 6 ai 9 anni).  Potranno essere  prolungati a tempo indeterminato  a seguito di giudizio del  dipartimento  controfirmato dal rettore sulla base di pareri di autorevoli esperti esterni. Le università saranno inoltre libere di stipulare contratti per tipologie  diverse di impegno didattico e scientifico (p.es. per specifici corsi), che non prevedano stabilizzazione nei ruoli dello stato.

3.3)  Aumentare la libertà dei singoli atenei di scegliere la governance e le forme organizzative preferite. La riforma Gelmini  ha avviato un complesso processo di stesura di nuovi statuti e di totale riorganizzazione,  limitando in maniera molto rigida la libertà di scelta degli atenei in materia di organi di governo e di organizzazione interna (p.es. con limiti minimi alle dimensioni dei dipartimenti).  Il processo è ancora in atto e sembra opportuno lasciare qualche anno di sperimentazione prima di mettere mano alla materia.

3.4) Abolire il valore legale del titolo di studio, facendo attenzione che Il trasferimento agli ordini professionali dell’onere di certificazione non si traduca in restrizioni alla concorrenza nei rispettivi ambiti. È importante sottolineare come l’abolizione deve essere il punto di arrivo del processo di riforma piuttosto che un rimedio taumaturgico.

Note

[1] Si veda, per esempio, Andrea Moro “L’Italia produce poca ricerca. In tutti I settori”, noisefromamerika.org, 22/5/2012, e Alberto Bisin "L'universita' italiana produce poca ricerca. Risposta a De Nicolao", noisefromamerika.org, 6/5/2012.

[2] Andrea Moro “I redditi delle famiglie degli universitari”, noisefromamerika.org 12/9/2012, 

[3]La differenza fra I redditi netti percepiti nel 2010 fra persone con e senza diploma di laurea percettori di reddito è di circa otto mila euro (fonte: nostra elaborazione dati Istat). La probabilità di essere impiegati è inoltre più alta se si possiede una laurea.

[4] Giovanni Federico, I finanziamenti all'università 1980-2009, noisefromamerika.org 12/2/2010

[5] Per evitare l’introduzione di clausole vessatorie, come l’obbligo di consegnare la domanda a mano, introdotta in un famoso concorso all’Università di Roma 3 (si veda Michele Boldrin, Concorsi manipolati: il caso di Roma 3, noisefromamerika.org 25/1/2010)

93 commenti (espandi tutti)

Parliamo di tasse universitarie. Nell'incipit del suo articolo, che avete linkato, Andrea Moro afferma questo (grassetto mio):

In Italia il principio del diritto allo studio è stato attuato attraverso l’università gratis, o quasi, per tutti.

Se tale affermazione fosse vera, avrebbe molto senso il vostro proposito di aumentare le tasse universitarie per gli studenti, evitando un "sovraccarico" sulla fiscalità generale.

Purtroppo, è falsa. Facciamo un confronto internazionale per dimostrarlo.

Questo grafico è tratto da Education at a Glance 2012 dell'OCSE.

Tuition fees

Sull'asse X è rappresentata la percentuale di studenti che beneficia di forme di supporto al diritto allo studio, e possiamo vedere che l'Italia si colloca nella parte sinistra, sotto il 25%. Teniamo per un attimo da parte questo dato.

La collocazione dell'Italia sull'asse Y (tasse universitarie pagate in media per le università pubbliche) smentisce clamorosamente la conclusione di Moro.

Siamo terzi in Europa per tasse universitarie: ci superano solo UK e Paesi Bassi. La nostra tassazione universitaria non è patologicamente bassa: gli studenti di molti altri Paesi europei pagano ancora di meno dei nostri. Alcuni punti si collocano proprio sull'asse X: lì sì che l'università è gratis!

Visto che gli studenti italiani già pagano l'università molto di più della maggior parte dei loro colleghi europei, perché aumentare ancora la tassazione universitaria, vista anche la scarsa percentuale di studenti che usufruiscono di borse di studio?

la useremo, grazie

"L’università italiana si piazza nelle posizioni di rincalzo in tutte le classifiche internazionali sulla qualità della ricerca"

 

Questa affermazione è smentita dai dati OCSE e Scopus: nei settori bibliometrici, la produttività italiana è superiore a quella di Germania, Francia e Giappone, come illustrato sotto, sia che si consideri il numero di articoli che il numero di citazioni.

 

 

http://www.bis.gov.uk/assets/biscore/science/docs/i/11-p123-internationa...

In primo luogo, il finanziamento pubblico non ci sembra così carente.

Questa affermazione è smentita dai dati OCSE: come spesa per l'università rapportata al PIL,  siamo 31-esimi su 34 nazioni considerate.

 

I confronti internazionali sono inevitabilmente influenzati dal gran numero di fuori-corso: la spesa per studente appare bassa se sono inclusi come studenti a tempo pieno, molto più alta, addirittura ai massimi OCSE se sono esclusi.

 

Anche questa affermazione è smentita dai dati OCSE:

La figura (Chart B1.4, pag. 212) riporta la spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi universitari (cumulative expenditure per student by educational institutions over the average duration of tertiary studies). L’Italia è 16-esima su 25 nazioni, con una spesa inferiore al 75% della media OCSE.  Da notare che, come osservato dall’OCSE, la spesa cumulativa per studente lungo la durata media degli studi rimane la stessa a prescindere dalla velocità nella progressione degli studi ed ha quindi il pregio di non richiedere correzioni per il fenomeno degli studenti fuori corso e inattivi.

 

Roberto Perotti nel suo libro non riporta questa statistica OCSE e preferisce rivolgere le sue attenzioni alla spesa annuale per studente, un indicatore che è influenzato dalla durata degli studi ed il cui uso comparativo è esplicitamente sconsigliato [1] nell’edizione 2007 di OCSE Education at a Glance, utilizzata come fonte da Perotti. Il quale prosegue con un rocambolesco raddoppio della spesa italiana, giustificato in base ad una compensazione “fai-da-te” dei fuori corso effettuata solo per l’Italia. Possibile che a Perotti fossero sfuggite le spiegazioni, invero assai chiare, di Education at a Glance?


 

Conclusione: È difficile, se non impossibile, immaginare ulteriori risparmi, a parità di prestazioni, per l’università italiana che è una delle meno finanziate e con un costo per studente decisamente inferiore alla media OCSE. Da notare che questi dati si riferiscono al 2008 e non tengono conto dei tagli operati dal governo Berlusconi.


[1] “Both the typical duration and the intensity of tertiary education vary among OECD countries. Therefore, the differences among countries in annual expenditure on educational services per student (as shown in Chart B1.2) do not necessarily reflect the variation in the total cost of educating the typical tertiary student.” OCSE Education at a Glance 2007, pag. 178. Tale avvertimento continua ad essere presente anche nelle edizioni successive, si veda per esempio pag. 211 di Education at a Glance 2011.

considerato che saremmo nel G8, trentunesimi su 34 è nettamente carente ed anche sedicesimi su 25. O vogliamo festeggiare perché non siamo proprio gli ultimi? Naturalmente bisogna anche considerare che gli studenti che si laureano sono pochi in confronto agli altri paesi e bisognerebbe anche vedere come questa spesa è composta: solo stipendi oppure anche laboratori e strutture didattiche?

"1.3) Proponiamo di ridurre drasticamente gli stipendi dei docenti che svolgono una libera professione  (medici, avvocati etc.). Il taglio dovrebbe essere in teoria proporzionale al tempo che la libera professione sottrae all’attività universitaria.  Un taglio del 30% potrebbe ridurre la spesa complessiva per stipendi per un importo fino al 10% del  Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Tali risorse potrebbero essere utilizzate per il reclutamento di nuovi docenti e per il finanziamento della ricerca. "

 

Lo stpendio dei docenti che possono fare liberamente attivita' professionale (quelli a "tempo definito") e' gia' minore rispetto ai docenti a tempo pieno. Non ho capito se lo volete abbassare ulteriormente.  Ad occhio mi sembra che la differenza di costo per le universita' si superiore al 30% (mi pare di ricordare che sia del 40% in meno).

Lo stipendio e' gia minore perche' hanno un inferiore carico didattico e nessun carico di ricerca (sfido a trovare casi contrari, che sono sicuro esisteranno, ma saranno pochissimi). Si tratta di persone che sostanzialmente usano l'affiliazione come biglietto da visita. 

Non sono d'accordo: se tu vuoi che ci sia un legame tra qunto avviene nel mondo del lvoro ed i professori, se vuoi che gli studenti non ricevano solo una preparazione teorica, devi avere anche docenti che vanno per cantieri (nel mio caso) o comunque per il mondo del lavoro per vedere coome si evolve e quali necessita' ha. Altrimenti credi dei grandi teorici senza grosse esperienze applicative, che fanno modelli coloratissimi che non vanno neanche a verificare se corrispondano alla realta'.

 

Abbssare ulteriormente il salario di un ulteriore 30% chiuderebbe questo canale di collegamento e toglierebbe ai professori l'espereinza di come si lvora fuori dalle universita da trasmettere agli studenti. In una universita' dove si preparano solo ircerctori dediti alla carrierea accademica non sarebbe un problema, ma chi deve poi rivendere la propria comeptenza sul mercato, per mangiare, ne uscirebbe ulterirmente svantaggiato.

E chi investe 5 anni di vita in una universita', dovrebbe essere messo ingrado di lvorare proficuamente con il minio possibile di necessita; di "apprendistato", senno' si lza ulterioremtne l'eta in cui i giovani diventano autonomi economicamente.

 

Quanto all'uso pubblictario del titolo di "professore", credo sia una pratica di moda nel mondo accademico romani, soprtutto in ambito legale/economico. Da noi a bologna, in ambito tecnico, non mi risuta che sia diffuso.

 

(se mi togli un altro 30% dello stipendio, io semplicemente smetto di andare in giro per il mondo a vedere nuove tecniche di perforazione e di come si affrontano i problemi nuovi, senza alcuna speranza che l'universita' possa permettersi di farmi avere gli strumenti che sono in uso nei cantieri e mettendomi nella condizione di quei dottorandi che dovevno spiegare agli studenti come funziona un picnometro senza averne mai visto uno, il che ha portato a scene esilaranti).

beh

andrea moro 10/10/2012 - 01:10

la prospettiva come puoi leggere e' liberalizzare i salari per la gran parte. Per i prof che portano valore aggiunto alla didattica come nei casi che descrivi, potrebbe configurarsi addiritttura un aumento dello stipendio. 

Ho dato una prima lettura al programma e ne condivido le cose principali, avrei solo delle piccole obiezioni e/o chiarimenti che riporto in basso:


PUNTO 1


"1.4) Riteniamo necessario incentivare le università a usare i fondi disponibili  per reclutare nuovi docenti (ricercatori a tempo determinato) piuttosto che per promuovere quelli già in servizio"


Lo spirito mi sembra giusto. Ho delle perplessità su come verrà implementato il sistema della "tenure track" in italia. Le leggi cambiano velocemente ma la mentalità dominante ha delle "timescales" più lente. Proporrei per favorire uno sviluppo indipendente del ricercatore tenure di evitare le promozioni interne sia per l'assunzione dei tenure sia per le promozioni da associato che da ordinario. Destinando solo ad esterni qualsiasi avanzamento si disincentiverebbe l'inasprimento di logiche di fedeltà per l'ottenimento delle posizioni.

Se si è post-doc presso l'università X ci si deve concentrare solo a costruirsi un buon CV ed una buona reputazione poichè si potrà applicare per una posizione solo nell'università Y. Idem per i passaggi associato ordinario.


PUNTO 2

"2.7) Possibilità di trasferire le competenze delle università alle regioni in cambio di una corrispondente trasferimento di gettito fiscale, sul modello dell’università di Trento


Qui non comprendo il vantaggio delle competenze alle regioni. Essendo campano la cosa mi farebbe abbastanza paura...Penso che le stesse perplessità le abbiano colleghi calabresi, siciliani etc.


PUNTO 3


"1.7) Infine è opportuno rendere pubbliche le opportunità di lavoro. A tal fine, le università dovrebbero comunicare al Ministero tutti i bandi di concorso, per qualsiasi tipologia di contratto. Il ministero dovrebbe pubblicarli in una apposita sezione del suo sito. Si dovrebbero uniformare le procedure per le domande, riducendo al minimo gli obblighi di documentazione per i concorrenti"


Comprendo lo spirito, ma vorrei segnalare che i vari obblighi burocratici nel reclutamento sono già tanti. Spesso le procedure lunghe ed i rimpalli tra vari uffici mi hanno impedito di selezionare bravi post-doc o dottorandi specialmente stranieri che mentre la macchina si muove hanno già accettato posizioni in altri paesi più competitivi.

 

PUNTO 4

Aggiungerei al programma una maggiore flessibilità e possibilità di selezionare con procedure sensate gli studenti per l'ammissione al Dottorato di Ricerca. Per come è formulato al momento è molto difficile attirare buoni studenti anche da altre parti del mondo. Abolirei vari organi inutili tipo collegio dei docenti, coordinatore del dottorato  etc. ed istituirei valutazioni dell'attività di tesi con commissioni tagliate sull'attività di ricerca di ogni singolo candidato sul modello tedesco.

 


Il programma non tocca punti riguardanti la macchina amministrativa e si concentra solo sui docenti e gli studenti.

Meccanismi di incentivi nella corretta gestione della didattica e della ricerca andrebbero introdotti anche tra gli amministrativi.

Ci sarebbe bisogno di una grossa semplificazione della ipertrofica componente burocratica dell'Università riducendo al minimo il ruolo dei mega uffici centrali spostando risorse ai dipartimenti ed agli stessi gruppi di ricerca.

La carriera del personale amministrativo è totalmente indipendente dalla valutazione dei docenti e degli studenti. Stessa cosa per la gestione ed attività di ricerca dei fondi. L'introduzione di figure a tempo determinato sottoposte al giudizio dei Dipartimenti andrebbe considerata anche a livello amministrativo.

E voi sareste quelli che vogliono fermare il declino??....!!

In una pagina avete condensato più stupidaggini, falsità, idiozie e quanto altro di negativo si possa immaginare,  di quanta  materia possa concentrare un buco nero. Saremmo davvero deliziati  di fare un dibattito con voi dal vivo. Al vostro ispiratore, Oscar Giannino, proponiamo un confronto a Udine.  Venga qui, lui che ha il coraggio delle sue idee! Ci confronteremo davanti a una platea di colleghi. Non possiamo assicurare la diretta televisiva. Possiamo solo assicurare un rimborso spese viaggio e una rimborso pranzo che pagheremo con una colletta. 

Rino Esposito

Se vengo io o e' proprio necessario Oscar? La data al momento e' il 29 ottobre. Felice di dibattere, civilmente, con chiunque.

L'ho messo in agenda.

Caro prof. Boldrin, per noi non è possibile organizzare un incontro il 29 ottobre. Una data possibile per noi potrebbe essere il 27 novembre. Sul tenore del confronto-dibattito, la civiltà del rispetto di opinioni diverse è assicurata. Per contatti ulteriori, meglio dialogare via mail (rino.esposito@uniud.it).

Errori

Christian Rollo 9/10/2012 - 23:42

Segnalo inanzitutto un paio di errori nell'articolo:

 

-Al punto uno delle premesse questa frase non ha molto senso "La struttura degli stipendi privilegia i docenti più anziani, senza riconoscimento della produttività individuale – salvo un sistema Inoltre, è in atto un massiccia ondata di pensionamento di professori  che nei prossimi anni ridurrà drasticamente  sta riducendo  la spesa per il personale, e quindi  anche i costi della struttura."

 

-Parrecchi doppi spazi, soprattutto dopo il punto. (non avevate assunto un correttore di bozze?)

 

Poi posso ad alcune considerazioni personali:

 

-Al punto 2.1 parlate di un cap al numero di studenti per corso di laurea, la cosa mi sembra in contrasto con gli altri provvedimenti, che invece vanno verso una maggior libertà per gli atenei. Infatti se il ministero impone un cap poi come fa a distribuire gli studenti tra gli atenei che offrono quel corso di laurea senza dar luogo a decisioni discrezionali (eg decido di dare 5000 studenti a Torino e 3000 a Milano perchè Torino è la mia università)? Inoltre se il ministero decide che a Torino devono entrare 5000 studenti come fa poi a garantire che questi abbiano le necessarie infrastrutture (http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/10/02/news/bello_il_campus_eina...)? Se l'ateneo ha autonomia di entrate non dovrebbe avere anche autonomia di spesa? Cioè non dovrebbe poter decidere di prendere quanti studenti vuole, fargli pagare quanto vuole e insegnarli il programma che vuole (ovviamente entro certi limiti)?

 

-Al punto 3.2 sostenete che tutti i nuovi docenti dovrebbero essere in possesso di un dottorato, in linea generale sono d'accordo, ma non capisco come si possa conciliare questa proposta con quelle discipline che ricerca non ne prevedono (almeno non che io sappia) come ragioneria o (in misura forse minore) diritto.

Concordo

renzo carriero 12/10/2012 - 09:21

Concordo. Infatti al massimo porrei un limite al rapporto docenti/studenti per salvaguardare la qualità dell'insegnamento, non al numero assoluto di studenti. Poi mi pare veramente paradossale che da Nfa esca l'idea di mettere vincoli stabiliti a priori e validi per tutti! Vedo poi che altri hanno sottolineato questo aspetto paradossale (vedi anche la faccenda ordini professionali). Ne ricavo l'impressione che questa bozza di programma è stata tirata giù un po' in fretta.

Aaarrghh... il titolo del post mi sembra un po' infelice. Il mondo della ricerca non si è ancora ripreso dai pateracchi generati dalla legge Gelmini, e voi siete già alla prossima riforma ...

 

Detto questo, su alcuni punti, in linea di massima, sarei anche d'accordo (p.es. aumentare i finanziamenti "finalizzati", p.es. quelli dei PRIN); tuttavia non mi è chiaro in che modo  pensate di rendere più trasparenti le procedure per decidere quali progetti devono essere finanziati: non mi sembra un dettaglio da poco.

 

Un commento critico. Ho già fatto un rilievo simile a proposito della giustizia chiedendomi "7+10 = ?".  Il fatto è che al punto 10 non si parla di un generico federalismo ma di un "vero federalismo" e questo implica una coerenza nelle altre 9 proposte. Parliamo di università. A chi compete questo compito in un vero stato federale? Non certo al livello federale stesso, quello della capitale. Tutta l'istruzione, salvo eccezioni che confermano la regola, è affidata ai livelli locali. La primaria ai comuni e la secondaria a giurisizioni intermedie come potrebbero essere contee, distretti,  piccoli cantoni. L'educazione terziaria anche in Svizzera  è affidata ai piccoli cantoni e l'unico compito (in realtà una facoltà) che ha la federazione riguarda le scuole politechiche (Zurigo e Losanna). Addirittura in CH non esiste il ministero della pubblica istruzione ma ce ne sono 26, uno per cantone. Nulla nella capitale. Mi pare che una suddivisione dei compiti simile esista in ogni nazione federale. Allora le proposte , condivisibili, che trovo in questo testo secondo me non andrebbero intese come riforma nazionale ma come consigli, indicazioni, su come impostare decine o centinaia di riforme locali, che ovviamente costituiranno una vasta gamma di varianti reali sul territorio. Chi farà bene, chi meglio, chi peggio. Anche il finanziamento sarà quindi locale. Le proposte qui sopra o sono solo un ponte prima del federalismo oppure sono ancora intrise di un centralismo che è incorerente rispetto al punto 10.

HT to Enzo Arcangeli via FB 

 

 

Immagino che quei pochi che migrano da noi siano probabilmente impegnati in ricerche nel campo storico/archeologico/linguistico/artistico.

Qui si vede bene che manca proprio la materia prima per poter fare un diagramma di flusso

In pieno stile economico qua si trattano incentivi e distribuzione risorse, liberalizzando nella speranza che il "mercato" si regoli.

 

Credete che questo in Italia possa funzionare? Io piuttosto penso che ci vedremmo Renzo Bossi professore Ordinario all'università libera della padania con stipendio annuo superiore al direttore della Normale, pagato coi soldi nostri. Tanto anche se l'università fantoccio non eccelle come qualità, basta tagliare e a galla per pagare il Renzino nazionale rimane comunque...

Quindi assieme a questo giustissimo progetto di liberalizzazione (ma la riduzione dei professorini part-time la abbatterei fino anche al 70% dello stipendio "regolare") indispensabile è un'opera di razionalizzazione VERA (lo sbarramento alla mediana del numero di pubblicazioni che genera un sistema dinamicamente divergente è un bigeux di idiozia politica) e non ultimo considereri anche una indispensabile responsabilizzazione delle assunzioni.

Condivido lo spirito della proposta e gran parte dei punti specifici Propongo le seguenti modifiche: 

 

BREVE 

1.2 inserire fra gli indicatori i crediti acquisiti per studente nell'anno; predefinire il criterio di ponderazione (tasso di occupazione regionale) - scopo: evitare furbizie 

1.4 dopo il dottorato di ricerca il reclutamento e ogni promozione non possono aver luogo nello stesso ateneo in cui si è operato in precedenza (aggiungo la mia firma a quella di Giuseppe Milano) 

1.6 salvo la commissione indipendente, è già tutto previsto dalla normativa; piuttosto, dopo tanti anni, il rispetto dei requisiti e risultati deve essere inderogabile da subito 

1.8 NUOVO ogni progressione di carriera del personale tecnico e amministrativo è subordinata alla valutazione favorevole di studenti e personale docente sulla sua attività (aggiungo la mia firma a quella di Giuseppe Milano) 

1.9 NUOVO (anti-auto-referenzialità) la legge 240/2010 (riforma Gelmini) è modificata come segue: il Consiglio di Amministrazione degli atenei statali conta cinque componenti: il rettore (eletto), il direttore generale, un rappresentante degli studenti (eletto dagli stessi), un rappresentante dell'associazione alumni (eletto dagli alumni), un rappresentante della Camera di Commercio (eletto dal consiglio della stessa). I tre rappresentanti non possono essere dipendenti dell'universotà, né avere dipendenti fra i propri parenti e affini fino al quarto grado. Il CdA elegge il suo presidente fra uno dei due ultimi componenti di cui sopra. Entro 8 giorni dall'entrata in vigore della presente legge l'ateneo avvia le procedure di costituzione dell'associazione alumni (qualora non pre-esistente), che devono concludersi con l'insediamento dei suoi organi e l'elezione del rappresentante in CdA entro quattro mesi.

 

MEDIO 

2.1 CASSARE grave contraddizione per FilD !!! la "programmazione" è per definizione l'opposto del mercato. La normativa già prevede massimi per classe di laurea, oltre i quali si imporrebbe lo sdoppiamento dei corsi. La valutazione della preparazione iniziale è già prevista dalla normativa: al massimo si tratta di condizionare l'immatricolazione a un punteggio minimo (35-40% secondo la mia pluriennale esperienza). 

2.2 solo per lauree magistrali, dottorati e master. Per le lauree triennali no: c'è un problema di informazione, e di informazione comparabile, agli studenti e alle loro famiglie, in genere del tutto ignari dell'università 

2.3 CASSARE grave contraddizione per FilD !!! l numeri chiusi sono l'opposto della concorrenza. Forse ci sono troppi liberi professionisti fra i primi aderenti di FilD: conflitto di interessi? centralizzare l'esame di stato, invece, va bene. 

2.6 la liberalizzazione totale è obiettivo di lungo periodo (vedi sotto) propongo un obiettivo intermedio: tetto massimo 6000 euro (1,5 volte la media UK, secondo la prima figura di De Nicolao), obbligo di scaglioni contributivi su base ISEEU familiare, 85% degli studenti in corso coperti da borsa o prestito), obiettivo esplicito: facciamo come Olanda e Gran Bretagna. 

2.7 CASSARE, non solo perché conosciamo le regioni italiane, non solo perché sappiamo come gestiscono bene il diritto allo studio, ma perché la ricerca non va localizzata ma al contrario globalizzata (mi pareva che FilD fosse d'accordo ...) e perché gli studenti hanno diritto a un quadro unico in tutto il paese per favorirne la mobilità. E' l'amministrazione della scuola (materna, primaria e secondaria) che va localizzata.

 

LUNGO 

Non entro neppure nel merito: sono tutte da cassare dal programma perché fuori dall'orizzonte della prossima legislatura, contraddittorie rispetto all'impegno per un programma non ideologico, suscettibili di alienarci molti voti. Dimostriamo di aver ragione con le misure precedenti e poi potremo proporre liberalizzazioni complete.

1.8 NUOVO ogni progressione di carriera del personale tecnico e amministrativo è subordinata alla valutazione favorevole di studenti e personale docente sulla sua attività (aggiungo la mia firma a quella di Giuseppe Milano)


sono uno di quel personale "amministrativo" (nel mio caso bibliotecario)

Due obiezioni: come fanno docenti e studenti a valutare chi non ha rapporti con loro (ufficio tecnico, ufficio stipendi, ufficio sicurezza e prevenzione, segreteria del rettore...)

come valuterebbero me? stending ovescion perchè gli carico i pdf degli articoli per la valutazione della ricerca, perché gli trovo le novità che manco hanno visto o, per gli studenti,  gli mando le dispense a casa per email dopo averle digitalizzate , o crocifissione sulla pubblica piazza perchè ho mandato i solleciti al docente che ha un libro scaduto da 1345 giorni (ho visto cose che voi umani...), perchè allo stesso gli ho spiegato che anche con i fondi di ricerca il libro va inventariato e che non è sua personale proprietà privata,  e perchè allo studente che mi proponeva aumma-aumma di lasciargli fare la fotocopia integrale di un testo sotto copyright gli ho spiegato che equivaleva al furto al supermercato?

(per il prof. Boldrin, la proprietà intellettuale io la abolirei subito, ma la legge la devo far rispettare. E i tizi/tizie griffati con l'Iphone che storcono la bocca per il libro da 20 euro, my heart bleeds for them. Really )

Caro Marino,
i modi per valutare in maniera corretta il personale tecnico-amministrativo valorizzando le competenze e incentivando chi concorre a far andare avanti la baracca si possono trovare. Si potrebbero trovare le stesse obiezioni per le valutazioni dei docenti.
Come mi valuterà lo studente che ho bocciato più volte? Che cosa mi dirà il collega al cui dottorando o tesista ho dato una valutazione negativa?

viene di solito fatta durante l'ultima settimana di lezine, PRIMA degli esami

Mi è chiara la procedura. Anche in Italia si fanno le valutazioni dei corsi, solo che non le fanno contare e non si rendono pubbliche con la motivazione ridicola della privacy.
La mia era una risposta alle obiezioni sulla valutazione degli amministrativi.

Proposte

Lorenzo Mainardi 10/10/2012 - 17:35

Secondo me mancano un paio di cose importanti:

1) Numero chiuso per tutte le facoltà. Sulle modalità possiamo discutere, magari trasformandolo in uno sbarramento dopo il primo anno come succede in Francia;

2) Tasse universitaria più alte per chi rimane fuori corso.

3) Discrezionalità sull'assunzione dei ricercatori con pubblicazione delle graduatorie e dei titoli.

4)Divieto di proseguire la carriera nella stessa università in cui si è conseguito la laurea o il PhD; divieto di ricevere incarichi nella stessa università in cui lavori un parente di primo o secondo grado. In questo modo si abolirebbero tutti i vari baronati e parentele.

Dubbio

Giovanni Massaro 10/10/2012 - 17:54

Da lettore medio, il programma esposto mi sembra enncomiabile.

Mi preme avere chiarimenti sul seguente punto:

Punto a) intervento del privato.

Sono in linea di principio d'accordo ma vorrei si declinasse meglio come intendete l'intervento. Non mi piacerebbe un'università privata che funzioni come le scuole private secondarie, che succhiano finanziamenti pubblici e possono essere frequentate solo da chi potrebbe con o senza finanziamento pubblico (rette proibitive per famiglie a basso-medio reddito).

Fatto salvo ovviamente tutte le successive precisazione sull'attivazione di borse, prestiti, e chiaramente livello di eccellenza dell'università che di per sè potrebbe giustamente richiedere oneri di accesso tali da mantenere i propri standard/target qualitativi.

 

P.S.

Lorenzo Mainardi 10/10/2012 - 17:50

Leggevo proprio ieri che il modello di istruzione tedesco prevede un rigido indirizzamento già dall'età di 9 anni.

Chi viene indirizzato verso le scuole professionali non potrà accedere (a meno di superare esami piuttosto difficili) all'università. 

chi va verso le scuole professionali ha uno sbocco verso le scuole universitarie professionali.  Questo è l'esempio a pochi km da Milano:

Indirizzamento i de

st 11/10/2012 - 14:50

L'indirizzamento o scelta viene fatta a 9 anni dagli insegnanti,tieni presente che se un bambino che frequenta una realschule dimostra buone capacita' quando ha fatto gia' qualche anno,lo spostano al gymnasium(la scuola superiore di difficolta' maggiore).Cioe' c'e' mobilita' anche dopo i 9 anni fra i vari tipi di scuola.

Ho letto con molta attenzione il testo e devo dire che mi trovo d’accordo sostanzialmente con tutte le proposte qui contenute. Il  mio unico dubbio a riguardo è solo questo: è in grado lo Stato di garantire una gestione efficiente delle università anche introducendo queste riforme? La mia risposta purtroppo è NO.


Perché no? Semplicemente perché non esiste un sistema efficace di incentivi che induca i dirigenti universitari o i “Magnifici Rettori” a fare meglio rispetto agli atenei loro concorrenti. Che cosa gliene viene in tasca a questi dirigenti se le loro università sono gestite meglio e sono più efficienti delle altre? È sufficiente per loro la soddisfazione di vedere le loro facoltà in cima al ranking dell’ANVUR e quindi ottenere quattro lire in più dallo Stato per la ricerca? Non credo. Se una persona è demotivata e già seduta sugli allori (è pur sempre un “Magnifico”), può una classifica di una fantomatica agenzia governativa smuovere la sua voglia di successo? Di nuovo, non credo.


E allora qual è l’incentivo che può motivare i dirigenti universitari (ma anche tutti i dirigenti pubblici in generale) a fare sempre meglio? Molto semplice: MONEY IS KING. È il denaro che motiva da sempre tutte le categorie di lavoratori a fare meglio. Più sei bravo e più guadagni. E chi decide quanto sei bravo? L’ANVUR? Non scherziamo. Lo decidono i tuoi CLIENTI, in questo caso gli STUDENTI! Dobbiamo dare in mano agli studenti il potere di decidere del successo o meno di una università rispetto ad un’altra. Come? Semplicemente facendo la scelta di andare a studiare in quell’università  perché è ritenuta migliore. Questo vuol dire mettere in COMPETIZIONE le università tra loro.


Come si fa a conciliare una gestione privatistica delle università pubbliche con la garanzia di poter offrire un’istruzione superiore a tutti coloro che vogliono accedere all’università? Smettendola di finanziare le università a pioggia dall’alto e invece finanziando gli studenti per pagare l’università. Dare a loro un “bonus” da poter spendere nell’università che preferiscono (anche privata, perché no?). Lo Stato deve dare a tutti questo bonus? No, lo può garantire solo a chi proviene da famiglie che non possono sostenere la spesa universitaria per i propri figli. Volendo si possono anche prevedere bonus parziali: il 70%, il 30% a seconda del reddito, del patrimonio e del numero di figli della famiglia di provenienza. E anche per lo studente che ha i requisiti lo Stato deve garantire il bonus all’infinito? No, lo garantisce solo per gli anni in corso. Così si incentivano anche gli studenti a laurearsi in fretta.


Secondo me con questo modello si possono ottenere due grandi risultati: il primo è quello di migliorare la qualità delle università italiane sia dal punto di vista didattico sia da quello della ricerca. Dovendo sottostare alle leggi della concorrenza gli atenei devono migliorarsi per attrarre studenti (loro UNICA fonte di reddito), e non dovendo pagare “dividendi” allo Stato azionista le migliori università possono dedicare l’extra-rendimento alla ricerca, alla selezione dei migliori docenti e all’incentivazione del “Magnifico”, che a questo punto può dirsi veramente tale.


Il secondo risultato è probabilmente anche quello di risparmiare denaro pubblico. Le leggi della concorrenza non permettono di sprecare risorse e la vigilanza dell’operatività quotidiana non è demandata a dei burocrati a Roma ma alle persone sul campo. Basta con gli opachi concorsi pubblici, ogni ateneo decide per sé con le risorse che si è GUADAGNATO. Inoltre lo Stato non deve più mantenere tutti gli studenti sempre e comunque, ma garantire l’accesso solo a chi non se lo può effettivamente permettere.

 

Con questa impostazione a mio parere si raggiungerebbero tutti gli obbiettivi descritti nel testo sopra senza neanche fare la fatica di tramutare queste proposte in legge. Ogni ateneo sarebbe obbligato dalla concorrenza del mercato a darsi i regolamenti che lo rendono più efficiente e competitivo.


Rendiamo anche il sistema universitario una libera economia di mercato. 

altrimenti verrà abrogato per referendum, ovviamente è fantascienza, un provvedimento del genere non verrà mai approvato, però presentandola come proposta anticasta chissà... comunque anche secondo me il metodo migliore sarebbe destinare i soldi agli studenti, dando un po’ di più ai più bravi e ai meno abbienti (magari anche incentivando quelle facoltà come matematica e fisica che, stando a quello che si legge, non “sfornano” abbastanza dottori). Questo metodo andrebbe applicato anche alle superiori, escludendo dalla possibilità di incassare il buono studio quelle scuole che non raggiungono un livello minimo di preparazione, in questo modo si penalizzano i diplomifici stimolando un livello medio migliore

Cosa c'è che rispecchia di più il detto "potere al popolo" che non una riforma come ho descritto che consegna agli studenti il potere di decidere e lo toglie ai professoroni?
La possiamo vendere anche così agli italiani riluttanti e allergici alle riforme. Certo i professori faranno una feroce opposizione ad una impostazione del genere perché saranno costretti a lavorare e probabilmente convinceranno anche qualche studente ad appoggiarli.
Però ritengo che per riformare l'Italia bisogna avere il coraggio di proporre idee rivoluzionarie. La spesa pubblica va diminuita drasticamente e velocemente. Non possiamo pensare di continuare a pagare i servizi pubblici a tutti

Condivido molti dei punti della proposta, soprattutto quelli che intendono portare finalmente la prevalenza del merito nel nostro mondo accademico.

Quindi discuto solo i punti su cui ho delle osservazioni rilevanti.

1.4 Reclutare nuovi ricercatori.

Questo punto va nella direzione giusta, ma a mio parere sottovaluta la drammaticità della situazione. L’Italia ha un deficit clamoroso nel numero totale di risorse impiegate nella ricerca, come si vede dalla tabella ufficiale Eurostat. Occorrono misure transitorie ed eccezionali, cioè concorsi straordinari solo per ricercatori, finanziati ad hoc al di fuori delle restrizioni di bilancio delle università. Scegliamo i più meritevoli in Italia e all’estero (anche giovani stranieri), con commissioni efficienti e rigorose al di fuori delle baronie, ma facciamoli questi concorsi! Se ne era accorto il ministro Mussi (sì, proprio lui!) che fece col governo Prodi un tentativo in questo senso. I colleghi universitari sanno che la risorsa dei “concorsi Mussi” ha permesso, per vari anni, di affrontare molte situazioni di emergenza e salvare alcuni filoni importanti di ricerca. Su questo piano invece Profumo ha mostrato di essere assolutamente indifferente, forse non ha visto la tabella Eurostat.

2.1 Numero massimo di studenti per corso di laurea.

Non sarei così drastico. Sbarrare il passaggio a giovani meritevoli e capaci è comunque una perdita e un danno per tutta la società. Vanno studiati meccanismi che, pur salvando l’efficienza del sistema, riducano al minimo questo danno. Ad esempio, si potrebbero indirizzare gli studenti idonei ma che non hanno superato il test verso altre università, con un meccanismo che unisca alla selezione locale un recupero da parte del sistema in generale. Oppure, sempre parlando di studenti esclusi ma meritevoli, proporre loro la iscrizione subordinata a corsi di laurea con possibilità di assorbimento. Cioè:”non hai vinto e quindi non puoi fare quello che volevi, ma sei idoneo quindi ti proponiamo questi corsi di laurea”. Ad esempio, oggi mancano ingegneri meccanici ed elettrotecnici, personale parasanitario, ecc. e siamo costretti ad assumere giovani laureati o diplomati stranieri. Penso che vorrebbe più fantasia ed elasticità su questo punto.

2.3 Centralizzare l’esame di stato.

A mio parere si deve andare nella direzione opposta. Eliminazione di tutti gli ordini professionali e degli esami di stato a cura degli ordini. In Italia abbiamo poi esiti totalmente fallimentari nei concorsi nazionali: inevitabili ricorsi, anni e anni per la conclusione, difficile controllo delle frodi. Vedo che purtroppo la potente lobby delle libere professioni, che con praticantati gratis, controllo degli accessi alla professione e tariffe assurde sta massacrando i giovani e affossando l’Italia, si sta facendo strada anche in FilD. In Svizzera per esempio, per avere l’abilitazione in medicina, occorre svolgere un periodo triennale in tre diversi ospedali cantonali, con esito positivo. Lasciamo agli ordini professionali i gran Giurì nel caso di mala professione, lasciamo a loro il controllo rigoroso e le sanzioni, questo sì, ma niente di più.

2.6 Liberalizzazione totale delle tasse.

Qui viene proposto un sistema che non mi piace, in cui i meno abbienti accedono alle università solo se, oltre all’esame di ammissione, vincono anche delle borse di studio o si svenano con prestiti d’onore. Io sono per il merito, ma senza discriminazioni sociali. Credo che il sistema giusto debba essere pubblico, e che la maggior parte delle risorse debba venire da lì. Qui temo che il mio dissenso sia proprio “ideologico” (tra virgolette, altrimenti qualcuno mi dice che sono un comunista).

3.4 Abolizione del valore legale del titolo di studio.

Ovviamente, visto anche il mio punto 2.3, sono contrario a trasferire agli ordini professionali la valutazione della legalità di un titolo. Per abolizione del valore legale si intendono poi molte cose diverse nel dettaglio e non capisco bene la proposta di FilD. Se abolizione del titolo significa equiparare le nostre lauree con quelle rilasciate da alcune università straniere (si paga e poi arriva a casa il titolo), questo mi sembra una mostruosità. Ma forse le proposte sono diverse.

La statistica sul reddito non fotografa il fatto che i laureati che guadagnano bene spesso lavorano nello studio professionale o medico dei genitori, oppure nella farmacia o nell’azienda di famiglia. Bisognerebbe vedere al netto di queste situazioni l’effettiva rendita del titolo di studio in Italia e pur rendendomi conto che le impressioni personali contano meno delle statistiche, la mia impressione è che la laurea conta poco, soprattutto fuori da Milano.

Un’alta percentuale di abbandoni è sicuramente negativa, ma è pericoloso valutare le università in base ad essa. Infatti, c'è un modo semplicissimo per ridurre gli abbandoni: è abbassare il livello necessario per superare gli esami. Ma non credo che sia questo un obiettivo che l'Università debba perseguire.

... alzare il livello per accedere al primo anno e magari (meglio ancora) aumentare il livello qualitativo della scuola secondaria. Ok, il secondo dei due non è semplicissimo come il primo.

Non sono molto d'accordo.  Le pianificazioni "sovietiche" dimostrano di non funzionare nel medio e lungo periodo ed il rischio è poi di trovarsi, a fronte di un aumento della popolazione o di una rivoluzione tecnologica, con un numero inadeguato di professionisti (medici, ingegneri etc).  Cosa veramente successa in Svizzera, dove fu mesos un numero chiuso a medicina col risultato che oggi l'università sforna la metà dei medici necessari e ci voranno due decenni per ricuperare. Nel frattemp migliaia di medici dalla germania, francia ed anche italia, vanno a lavorare negli ospedali svizzeri. Ora se è impossibile fare previsioni, tanto vale lasciare la libertà massima. Se lo studente, tramite presiti allo studio o borse di studio, paga la maggior parte dei costi, questi non si riversano sulla casse dello stato. Lascerei quindi anche libertà ad ogni università di stabilire, se vuole, limiti massimi.  Ovviamente per motivi logistici un limite esiste comunque ma la selezione potrebbe essere fatta nel passaggio tra il primo ed il secondo anno.

 

Non sono d'accordo

Ylenia 13/10/2012 - 22:05

Beh da quello che scrivi in Svizzera non è stato un problema epocale, i medici sono arrivati da Germania, Italia ecc. dove magari non trovavano sbocco o trovavano condizioni peggiori. Il fatto che abbiano passaporto italiano, tedesco, ecc. non va bene? E' un problema perché sono stranieri e non autoctoni? Le persone sono libere di spostarsi nel mondo e possono andare dove ci sono maggiori opportunità. Ribadisco nuovamente la necessità del numero chiuso, e lo dico da persona che l'ha provato.

Beh da quello che scrivi in Svizzera non è stato un problema epocale, i medici sono arrivati da Germania, Italia ecc. dove magari non trovavano sbocco o trovavano condizioni peggiori.

Cio' non toglie che adottare delle misure che limitano la liberta' di scelta dei cittadini sulla base di previsioni sbagliate sia un grave errore.  La liberta' dei sudditi non vale molto in Italia, ma in una democrazia civile dovrebbe essere compressa solo per motivi estremamente validi di utilita' generale.

In generale una laurea è meglio dell'ignoranza. Ma, spesso, a chi cerca un lavoratore la laurea interessa all'incirca. Meglio un "raccomandato", utilizzato come merce di scambio per qualche "aiutino". Altra amara constatazione: fare ricerca in italia è inutile e dannoso perchè spesso i "monagers" che gestiscono le imprese non capiscono l'innovazione e la ricerca. Quindi non la seguano. Preferiscono affidarsi alla "meritocrazia" itagliota: amicizia, delazione, clientelismo, Klan, parrochietta, associazione, "cordata", chiamatela un po' come volete. Poi, comunque, qualcuno capace che sappia fare il lavoro bisogna pure ingaggiarlo, altrimenti l'azienda va a fondo, e soprattutto che sappia "coprire" i buchi di qualche raccomandato o amichetta di qualcunaltro. Scusate il cinismo.

Bah

GianniCiardo 12/10/2012 - 13:37

Sara' che appartengo ad un altro mondo ma se da un lato approvo completamente la questione meritocratica e l'idea di stornare quanto piu' possibile dai salari alla ricerca dall'altro l'idea di una universita' sempre piu' costosa mi sembra pessima. A mio modo di vedere l'istruzione cosi' come la sicurezza, le strade, ecc. dovrebbe essere a carico della fiscalita' generale e liberamente fruibile da parte di tutti.

L'unica cosa che posso immaginare e' che quei soggetti che riescano effettivamente a mettere a frutto la loro laurea debbano contribuire piu' di altri al mantenimento dell'universita'. Una sorta di debito da pagare in base al reddito in forma di addizionale IRPEF per esempio.

Penso che ci siano tante di quelle cose discutibili che forse è meglio lasciar perdere. Chi ha scritto la proposta dovrebbe fare una simulazione di quello che succederebbe e scoprirebbe che il risultato sarebbe disastroso (favorire il declino).

Io suggerirei di iniziare da capo e definire il "mission statement" della Università. Da questa proposta sembra che il ruolo non tenga assolutamente conto della "customer satisfaction": studenti e società, e del "return of investment" dato che come return si pensa prevalentemente a prodotti accademici.

 

Tempo fa scrissi qualcosa a proposito, questo:

... In realtà, il ruolo dell’università nella Società della Conoscenza non è meramente di sostegno all’industria ma è di supporto più  generale alla società. Deve formare i cittadini della Società della Conoscenza con nuove caratteristiche: preparazione, attitudine cooperativa, senso etico e di comunità, capacità di prendere decisioni, consapevolezza e ammissione dei rischi, riconoscimento del merito proprio ed altrui. Per questo è necessario un diverso approccio in tutte le discipline: umanistiche, economiche, giurisdizionali, oltre che tecnico-scientifiche e medico-biologiche.

Anche la ricerca e il suo finanziamento devono essere diversi dai Paesi basati sul lavoro delle braccia, nelle Società della Conoscenza si deve distinguere tra ricerca buona e ricerca inutile o, al massimo, buona per gli altri. Infatti, solo la ricerca buona, che favorisce il benessere creando condizioni al contorno favorevoli (e questo è  l’aspetto essenziale), costituisce il giusto terreno di cultura dell’innovazione e dello sviluppo. È allora necessario saper distinguere (e questo, spesso, è  abbastanza difficile) tra ricerca funzionale alla crescita economica, tecnologica, morale e sociale da quella che, pur di valore, consolida il sottosviluppo. Il punto non riguarda primariamente la selezione tra temi che, a priori, sono tutti degni di studio, ma piuttosto come si determinano le strategie d’investimento in ogni settore, come si selezionano le persone, come si stimolano le giuste motivazioni, come si riconoscono i meriti e come si verifica l’efficace uso delle risorse. In pratica, si devono massimizzare, nel breve e nel medio termine, sia il return of investment (RoI) che la customer satisfaction (dove il cliente è  la Società della Conoscenza e non il singolo cittadino). Il ritorno di questo investimento può riguardare l’etica, la morale, la cultura, le potenzialità gestionali, economiche e finanziarie, il senso di comunità, la preparazione tecnica e scientifica, la tecnologia e anche l’immagine, ma sempre deve esserci ritorno, che deve essere misurato e massimizzato. La soddisfazione del cliente deve significare il riconoscimento del ruolo di ogni componente della comunità  e la consapevolezza della possibilità di crescita solidale.

RoI, customer satisfaction: parole magiche che in molte accademie sono ancora cose totalmente sconosciute ma che, se apprese, porterebbero l’università e gli universitari al centro della società del futuro.

è necessario aumentare la percentuale deli studenti frequentanti sulla popolazione in età corrispondente e contemporaneamente ridurre drasticamente il numero dei fuori-corso. Sarà in tal modo possibile migliorare la qualità della forza-lavoro italiana ed allo stesso tempo abbassare l’età di entrata nella forza lavoro.

Questo punto mi fa venire in mente una componente che è carente nella poposta generale, ovvero veicolare gli studenti verso gli indirizzi tecnologici rispetto alle "scienze" umanistiche.

 

Risolvere il problema dei fuori corso è importante ma incide di più l'indirizzo scelto, si dovrebbe veicolare determinati indirizzi con maggior stimoli.

Più numeri aperti magari  " a saldo", del tipo, se ti iscrivi nell'indirizzo tecnologico paghi meno di tasse (per banalizzare un esempio) .

 

Bisognerebbe spiegare meglio, visto la cultura dei nostri  genitori, che una laurea tanto per avere il figlio titolato non vincola una maggiore possibilità di trovare un lavoro e neanche crea una economia di scala. 
Anche quando si analizza un confronto con altri paesi si usa spesso indicare la percentuale dei laureati sul numero di abitanti e ci si dimentica spesso di valutare IN QUALI INDIRIZZI SI SONO LAUREATI.

 

Non si abbasserà mai l'entrata del mondo del lavoro, anche risolvendo le altre carenze, se non la smettiamo di avere orde di laureati in materie inutili, poco liberale? non so , ma il contesto attuale è questo e deve essere modificato in qualche modo.

Non possiamo decidere noi cosa vogliono studiare le persone, la democrazia è ancora contemplata spero, la scelta del corso di studio è una scelta personale che dipende dalle vocazioni personali. Però si può mettere il numero chiuso in tutte le facoltà. Questo sì, e se fatto bene è anche meritocratico. Io mi solo laureata in una facoltà a numero chiuso (scuola interpreti di Forlì/Unibo, insieme a Trieste sono le due migliori d'Italia, e sono pubbliche) dove l'esame d'accesso è molto difficile, ma se si è preparati bene si entra e si ha servizio di eccellenza. Posso dire lo stesso della facoltà di psicologia di Cesena (sempre Università di Bologna), ha un esame d'ingresso tosto e ben fatto, se uno non riesce a superare quello è giusto che non frequenti l'Università in generale, perché non è proprio alla sua portata lo studio universitario. Io sono contraria all'università di massa, ci vuole selezione, esami di ammissione per tutti i corsi e in tutta Italia. Sono contraria al sistema dei prestiti per la classe media, anche perché non è vero che i laureati in Italia guadagnano meglio dei laureati, non è così, bisognerebbe guardare le statistiche nella fascia di età dai 25 ai 35 anni attuali, ovvero la mia generazione (di sfigati!), noi laureati "giovani" non abbiamo grandi prospettive di reddito, purtroppo.

Nel Punto8 del manifesto FilD si parla dell'assoluto bisogno inderogabile della presenza e visibilita' dei giovani alla vita attiva del paese, primo fra tutti nel lavoro. Percio' l'ultimo passo prima della vita adulta e' la conclusione della propria scolarizzazione. Mi piacerebbe vedere piu' commenti come questo di Ylenia da parte di studenti universitari o di giovani sotto i 30 anni. Non possiamo escludere la loro opinione nel formulare idee di rinnovamento; e se sono alienati da decenni di politica che li ha sistematicamente ignorati sta a noi adulti cercarli, coinvolgerli, ascoltarli

Non possiamo decidere noi cosa vogliono studiare le persone, la democrazia è ancora contemplata spero, la scelta del corso di studio è una scelta personale che dipende dalle vocazioni personali. ......  bisognerebbe guardare le statistiche nella fascia di età dai 25 ai 35 anni attuali, ovvero la mia generazione (di sfigati!), noi laureati "giovani" non abbiamo grandi prospettive di reddito, purtroppo.

 

PURTROPPO,  la prima parte del discorso è molto legata all'ultima parte, infatti a seconda della laurea non hai grandi prospettive di reddito neanche all'estero.  

La  maggioranza dei genitori quasto non l'hanno spiegato bene perchè sono stati felici se ti laureavi  a prescindere, meno male che il figlio aveva la vocazione, male che vada con la vocazione si finiva ad insegnare.

Peccato che il giochetto è finito, finito male chiaramente. Piena di insegnati anziani e di giovani disoccupati, a cagliari per esempio sono quasi introvabili  scuole medie con sezioni di spagnolo, infatti abbiamo la vocazione linguistica prevalentemente di francese, come seconda lingua.

 

Nel caso invece che i genitori spieghino bene  l'importanza di certe vocazioni rispetto alle altre( in termini di analisi del rischio e valutazione degli impatti) abbiamo anche altri fattori che incidono:

1) certe vocazioni hanno corsi di studio più facili di altre

2) far vivere i figli nella bambagia e fargli atrofizzare il cervello facendogli credere che tutto sia un atto dovuto (è chiaro che con tanti genitori che pensano che i diritti acquisiti siano un atto divino  e con 2000 miliardi di debito pubblico non ci vuole molto), come il finanziamento totale, a prescindere, degli studi postdiploma del figlio.

 

Questo comporta poi che  si usa e si legge la statistica a proprio comodo, tralasciando le statistiche più rilevanti.

 

Auguri

Io sono contraria all'università di massa, ci vuole selezione, esami di ammissione per tutti i corsi e in tutta Italia.

Io ritengo invece che l'universita' di massa sia un tragurardo positivo cui l'Italia dovrebbe tendere, anche se dovrebbero essere accettate delle differenziazioni di livello tra Atenei, in cui gli studenti migliori possano essere selezionati per gli perrcorsi di studi particolarmente impegnativi ma di alto livello. Nel resto del mondo avanzato sono ai vertici del benessere, istruzione e PIL pro-capite Stati con universita' di massa come quelli scandinavi, e stati con elevati frequenza universitaria supportata con grant come quelli anglosassoni.  Ci sono altri Paesi come Svizzera ed Olanda che hanno universita' per alcuni aspetti d'elite, ma complementana da universita' professionali che coinvolgono complessivamente una grande percentuale di giovani.  Facendo un confronto direi che sono proprio i Paesi con minore percentuale complessiva di studenti all'universita', come l'Italia, che sono i piu' arretrati, poveri ed ignoranti.

primo anno con classe di 30 alunni: 13 bocciati, 7 rimandati e 10 promossi a giugno, 5 passano a settembre e siamo in 15 al secondo anno;

secondo anno con classe di 30 alunni: 10 bocciati, 10 rimandati e 10 promossi a giugno e anche qui arriviamo in 15 per fare il triennio.

 

Considerazioni:

1) la soluzione migliore è far iscrivere il più possibile e poi segare chi non ha sufficienti vocazioni (se togliamo il valore legale del titolo di laurea ci togliamo anche un altro pò di vocazioni che in realtà sono praticamente dei  falsi-positivi), magari fare anche dei test tipo invalsi per capire quali università stanno barando nel senso che non mantengono un livello minimo di qualità, al minimo dall'inizio del secondo anno

2) in ogni caso non aspettiamoci di essere poi come altre nazioni che favoriscono iscrizioni massiccie all'università  perchè il loro livello delle scuole sino alle superiori è mediamente molto più elevato

3) senza imposizioni incentivare gli indirizzi tecnologici rispetto a quelli umanisitici partendo anche dalle scuole superiori, sia per indirizzamento futuro e sia perchè (ok, questo è OT) anche dalle superiori non stanno arrivando ragazzi specializzati di ambiti strategicamente più utili

non aspettiamoci di essere poi come altre nazioni che favoriscono iscrizioni massiccie all'università  perchè il loro livello delle scuole sino alle superiori è mediamente molto più elevato

E' vero che 1) l'Italia e' meno alfabetizzaza, cioe' ha ad es. una minore frazione di diplomati al liceo e 2) il livello dei suoi diplomati e' mediamente inferiore a quello dei Paesi avanzati. Con iscrizione di massa all'universita' si puo' facilmente prevedere che la qualita' dei laureati sara' inferiore. Sono fatti con i quali occorre fare i conti.

Non sono convinto pero' che la tua soluzione (falcidiare chi non supera esami sbarramento) sia la migliore. La scarsa alfabetizzazione italiana e lo scarso livello dell'istruzione di massa in Italia sono storicamente associati (e secondo me direttamente con-causati) dal sistema elitario di istruzione italiano. In Italia non solo ci sono pochi laureati, storicamente l'istruzione e' stata ristretta a minoranze invece che di massa come negli Stati oggi piu' avanzati, la percentuale di italiani che frequentano licei e' stata nettamente inferiore a Francia, Germania, Inghilterra fino a tempi recentissimi.  Insomma una costante dell'istruzione italiana e' stata la restrizione a minoranze ed elites, con i risultati che oggi osserviamo.  Per questi motivi preferisco un sistema piu' inclusivo e di massa anche per l'istruzione universitaria.  Invece di limitare l'istruzione ai migliori, come si propone, ritengo che tutti dovrebbero essere istruiti ma ovviamente evitando il mostruoso errore che si fa in Italia, che e' quello che lo Stato promuova per i titoli di laurea un valore forzosamente uguale pur in presenza di grandi differenze misurabili.  Tutti dovrebbero essere istruiti e le competenze acquisite dovrebbero essere valutate e certificate con procedure uniformi e quanto piu' possibile oggettive tipo Invalsi.

Non sono convinto pero' che la tua soluzione (falcidiare chi non supera esami sbarramento) sia la migliore.

Non erano i miei professori che falcidiavano, erano i miei compagni che si falcidiavano da soli.
In un contesto dove non si promuoveva in modalità semiautomatica si era avvantaggiati all'università, e non si incontravano particolari difficoltà di apprendimento legate alla difficoltà delle materie, certo un po' di professori scadenti creavano problemi e soprattuto problemi legati alla gestione amministrativa, logistica e organizzativa dell'università. 

Quindi non è che voglio fare degli sbarramenti, voglio solo dire che in tutta una serie di facoltà non troppo facili come corso di lurea, il mantenere un livello minimo di qualità standadizzato degli esami ai primi anni causerà lo sbarramento, senza necessità di mettere dei test di ingresso spesso opinabili nei contenuti e nelle modalità.

 

In Italia non solo ci sono pochi laureati, storicamente l'istruzione e' stata ristretta a minoranze invece che di massa come negli Stati oggi piu' avanzati, la percentuale di italiani che frequentano licei e' stata nettamente inferiore a Francia, Germania, Inghilterra fino a tempi recentissimi.  Insomma una costante dell'istruzione italiana e' stata la restrizione a minoranze ed elites, con i risultati che oggi osserviamo.  

Il problema parte dal basso, eppure con tutti tutti i professori e scuole che abbiamo avuto sin dalle elementari, medie e superiori tutta questa massa di alunni che fine ha fatto?

Bloccata dall'elite universitaria?  Bho, certo l'elite si è spartita l'università,  ma ha rallentato più che altro l'ingresso nel mondo del lavoro degli universitari,  anzi per avere cattedre  ha stimolato corsi di laurea con specializzazione nella predisoccupazione.

 

Per questi motivi preferisco un sistema piu' inclusivo e di massa anche per l'istruzione universitaria.  Invece di limitare l'istruzione ai migliori, come si propone, ritengo che tutti dovrebbero essere istruiti ma ovviamente evitando il mostruoso errore che si fa in Italia, che e' quello che lo Stato promuova per i titoli di laurea un valore forzosamente uguale pur in presenza di grandi differenze misurabili.  Tutti dovrebbero essere istruiti e le competenze acquisite dovrebbero essere valutate e certificate con procedure uniformi e quanto piu' possibile oggettive tipo Invalsi.

Si, ma con un branco di asini che arriva all'università tu vuoi che tutti dovrebbero essere istruiti, si con quale livello di istruzione??

Praticamente arrivano con un livello basso, tu non vuoi avere un livello minimo di qualità degli esami che inizialmente creerebbero uno sbarramento NATURALE, quindi agevoli il passaggio sino alla laurea (praticamente quello che avviene sino al diploma), ma qui viene il bello: certifichiamo le differenze di competenze, va bene , ma mi spieghi che te ne fai di un contesto dove abbiamo:

1) un botto di laureati  che hanno una certificazione con basse competenze in indirizzi dove ci può essere mercato del lavoro, ma sono penalizzati anche se giocano in casa in quanto la bassa competenza certificata sarà mediamente  più bassa della competenza certificata delle facoltà del resto d'europa  (chiederenno appoggi per amicizia)

2) un botto di persone laureate in indirizzi senza mercato, ma istruite con certificazione di basso livello di competenze (degli englaro, morti viventi)

3) un botto di persone laureate in indirizzi senza mercato, che hanno una certificazione di alto livello di competenze e che non trovano lavoro  a prescindere (oltre al danno la beffa)

 

Quando è stato eletto Soru come presidente della regione sardegna i primi due anni in qualsiasi discorso ci metteva sempre sta storia del numero dei laureati, laureati di qua, laureati di la, master and back, concorsi solo per laureati, etc.. i laureati stessi si stavano spaccando i coglioni perchè dicevano, e dopo che ci siamo laureati che facciamo con qualche concorso nel pubblico e niente fuori?

Non solo, anche i diplomati si stavano incazzando, sembravano merda umana, qualsiasi cosa c'era da fare doveva essere un laureato a farla, peccato che c'era ben poco da fare.

Ci ha messo due anni per capire che non era il caso di continuare sta tiritera dei laureati, non ne ha più parlato, certo sarebbe stato bello far vedere che grazie a lui si aumentavano il numero dei laureati in Sardegna e magari anche il numero di posti di lavoro, troppo figo, peccato che il problema lo devi risolvere partendo dal basso e che devi continuare con un  più idoneo percorso di studi con un livello minimo di qualità che non è quello attuale.

  

Un mix di luoghi comuni e falsi miti. I grafici postati da  Giuseppe De Nicolao e "> Pietro De Nicolao smentiscono totalmente la vostra analisi. Il problema dell'università italiana è l'accesso alla docenza e all'attività di ricerca che, grazie all'autonomia degli atenei iniziata negli anni novanta è diventata quasi totalmente una cooptazione che ha selezionato gli elementi peggiori. L'autonomia è stata spacciata come riforma che andava verso una concorrenza fra atenei e un sistema simile a quello che proponete voi. Mettetevelo in testa: il sistema americano universitario funziona (male) solo negli stati uniti. Per molti motivi che chiunque dotato di capacità critiche può capire. L'università dovrebbe essere il luogo in cui il pensiero critico viene sviluppato. Quella che volete produce solo i chicago de noantri.

best regards

m.

Quanto esposto nell'articolo sopra e' tutto nice and dandy, e visto che nell'universita' ci lavorate make sanse and all...ma la mia semplice domanda e': viste le esternazioni del Ministro Profumo che cosa intende fare FilD per la scuola dell'obbligo e per la scuola superiore? Va bene tutto ma  ristrutturare e riformare dal "tetto" non ha mai portato a una consolidazione di edificio (visto che Profumo e' ingengere mi permetto di rifilarvi un' immagine del suo settore). FilD dovrebbe esternare nello specifico delle carenze della scuola statale che non si evidenziano in aumento di carico di ore frontali indiscriminate ma mettendo mano a tutti i veri problemi della scuola:vogliamo parlare della differenza non solo nelle ore rispetto alla UE ma anche dei mezzi che le altre nazioni europee dedicano all'istruzione obbligatoria? della qualita' delle strutture, dei mezzi didattici dati ai professori e agli stipendi che non sono comparabili agli stipendi italiani?  Molti di voi redattori vivono o hanno vissuto all'estero, di conseguenza i vostri figli (come i miei) hanno sperimentato realta' diverse di scolarizzazione, vi sarete fatti un'idea di come si possa importare in Italia il meglio gia' attuato in altre realta'. Boldrin ha detto in una intervista che si basera' sul modello francese: ci volete di grazia dire un po di piu'?

Leggendo il tenore dei commenti alla proposta, noto un discreto favore, il che è del tutto consistente con il livello dei docenti universitari italiani ai quali si possono raccontare numerose amenità senza che se ne accorgano.

Nel rimarcare il dissenso da una proposta genericamente velleitaria e piena di luoghi comuni, segnalo, al pari di alcune precisazioni già comparse, ad esempio, da parte dei De Nicolao, il contributo di Francesco Sylos Labini che dovrebbe servire a correggere numerose delle affermazioni di questo 'programma riforma università'. Il link è il seguente:
http://www.slideshare.net/FrancescoSylosLabini/seminario-alla-london-sch...

Caro Esposito, la tua prima affermazione, che dipinge i colleghi come ingenui e un po’ beoti, dà implicitamente ragione a FilD, quando afferma la cattiva selezione del personale e il basso livello della nostra università.

Invece non è così, almeno in moltissimi casi.

Il link di Francesco Sylos Labini, che giustamente segnali, contiene molti dati interessanti, alcuni già da me riportati in altre discussioni. Risulta che la produttività e la qualità della ricerca, se si normalizza al numero dei ricercatori, in Europa è la seguente (in ordine decrescente): Svizzera, Svezia, UK, Italia, Germania, Francia.

Questo contrasta con l’approccio ideologico (senza virgolette) di chi vuole il nostro sistema per forza scadente in quanto poco selettivo e meritocratico. Se si analizza la realtà come è e non come si vorrebbe che fosse, risulta invece che in Italia molti ricercatori sono stimolati dalla passione per la ricerca e dalle loro motivazioni personali e producono in molti settori ricerca di qualità anche in assenza di stimoli darwiniani.

Io concordo con FilD,  come ho già detto, quando sostiene la incentivazione dei meccanismi meritocratici, per migiorare il sistema e anche per questioni di elementare giustizia. Però molte cose che hanno scritto non vanno bene ed è giusto che qui le segnaliamo.

Il link di Francesco Sylos Labini, che giustamente segnali, contiene molti dati interessanti, alcuni già da me riportati in altre discussioni. Risulta che la produttività e la qualità della ricerca, se si normalizza al numero dei ricercatori, in Europa è la seguente (in ordine decrescente): Svizzera, Svezia, UK, Italia, Germania, Francia.

Ho scarso tempo libero in questi gg. per cui mi scuso per non controllare io stesso, ma riguardo la produttivita' dei ricercatori, il confronto che citi include tutti i ricercatori o solo quelli statali?  Il patologico sistema italiano ha quasi solo ricercatori statali, che  sono (in tutti i Paesi)  piu' produttivi di quelli privati che pero' nei Paesi piu' civili ed avanzati sono tipicamente i 2/3 del totale.  Non si possono confrontare Stati patologici come l"Italia con gli altri Stati piu' avanzati e civili sommando tutti i ricercatori.  Vanno confrontati separatamente i ricercatori statali e quelli privati. Ancora meglio, per capire, i ricercatori universitari con quelli universitari, quelli degli enti di ricerca statali con i loro omologhi, e i privati.  Ancora meglio ovviamente sarebbe dividere per settore disciplinare.  Nelle scienze dure l'Italia non e' male, la produttivita' rispetto agli standard internazionali mi sembra invece scadente nelle scienze sociali, inclusa economia, e in quelle umanistiche.

Sì,  si dovrebbe fare quello che dici, raccogliendo più dati, ma neanche io ho tanto tempo.

Qualche dato in più si può trovare  qui. E' interessante, ad esempio, la tabella sul numero dei PhD.

Per quanto riguarda la fisica, che si fa prevalentemente nelle università,  l'Italia si classifica  al settimo posto, ma non ho trovato i numeri dei fisici per nazione.

Per quanto riguarda la fisica, che si fa prevalentemente nelle università,  l'Italia si classifica  al settimo posto, ma non ho trovato i numeri dei fisici per nazione.

Il numero dei fisici serve ma in assenza si dovrebbe almeno dividere per il numero degli abitanti per non dare materiale fuorviante per inappropriati trionfalismi nazionalistici.  La Svizzera con 1/10 degli abitanti italiani ha 2/3 delle citazioni di tutta l'Italia in Fisica, quindi fa molto, molto, molto meglio, pur avendo un numero di citazioni totali assoluto inferiore (posizione 9 nella classifica che citi).

In questo sito si possono fare statistiche comparative molto interessanti sulla ricerca nei vari paesi.

L'Italia si colloca, a seconda della materia, tra il quarto e l'ottavo posto, almeno nelle materie tecnico scientifiche.

Guardare qui prima di scrivere che l'Università italiana non produce ricerca scientifica.

Per quano riguarda la Svizzera, è noto che, per capita, è forse il primo paese al mondo per ricerca.

Nel caso della fisica, forse tutti i ricercatori dipendenti dal CERN spostano un po' i dati.

In questo sito si possono fare statistiche comparative molto interessanti sulla ricerca nei vari paesi.

L'Italia si colloca, a seconda della materia, tra il quarto e l'ottavo posto, almeno nelle materie tecnico scientifiche.

No, non e' cosi', il confronto  va fatto per abitante o per ricercatore. L'Italia come produttivita' scientifica, come per il PIL pro-capite. sara' nei paraggi del ventesimo posto al mondo non certo al 7-8 posto. E' la stessa storia del PIL, c'e' una retorica nazionalista che parla di "settimo Stato piu' industrializzato del mondo" ma non e' cosi' e' circa il ventesimo, poi grazie al numero degli abitanti il PIL assoluto e' intorno al 7-8 posto.  Questa retorica fuorviante ha effetti dannosi sulle gia' deboli capacita' di ragionamento razionale e quantitativo sia delle masse sia delle elites italiane.

Nel caso della fisica, forse tutti i ricercatori dipendenti dal CERN spostano un po' i dati.

Non so e non credo che i ricercatori CERN (organizzazione internazionale con caratteristiche extra-territoriali rispetto alle nazioni ospitanti, Svizzera e Francia) siano conteggiati tra i ricercatori svizzeri.  Poi la Svizzera e' ai vertici mondiali anche nelle altre discipline scientifiche.

Come ripeto sempre, tutti i dati che segnalo vanno letti tenendo presente che l’Italia destina una quota di PIL alla ricerca che è meno della metà di quella dei paesi con cui competiamo e che ha un numero relativo di ricercatori molto basso.

In termini assoluti, l’Italia ha meno di un terzo dei ricercatori della Germania e meno della metà di quelli di Francia e Gran Bretagna.

Il confronto va quindi fatto in termini di finanziamento alla ricerca e numero di ricercatori, lo so anche io che, se normalizziamo al PIL o al numero di abitanti, precipitiamo. Ma che senso ha? Se voglio giudicare il sistema, devo analizzarne le prestazioni rispetto a quanto ci spendo e a quanto personale impiego.

Altri dati: il finanziamento FOE italiano (Fondo Ordinario agli Enti di ricerca, università esclusa) in Italia è 1,6 Miliardi di Euro. Il corrispondente fondo tedesco oscilla tra 6 e 8 Miliardi di Euro. Questo dato lo conosco bene per esperienza, ma comunque può essere ricostruito dai dati riportati qui.

Vogliamo considerare i finanziamenti al sistema e i ricercatori? Allora andiamo al famoso articolo di David A. King, “The Scientific Impact of the Nations”, Nature 430, 311-316(15 July 2004), doi:10.1038/430311a. Risulta che l’Italia è all’ultimo posto per investimenti e ricercatori, ma che ha ricercatori con produttività elevatissima (guardare qui).

Questi sono i dati, con i quali sto cercando di combattere la retorica fuorviante (alla Perotti, diciamo) secondo la quale, dato che l’Italia ha un sistema poco efficiente e selettivo (vero), gli scienziati italiani sono in prevalenza fannulloni e poco produttivi (falso).

Purtroppo anche il ministro la pensa così e pensa di raddrizzare il sistema con operazioni di ingegneria burocratica (vedi la penosa storia dell’art.11 del ddl stabilità, ritirata in fretta  tra sabato e domenica). Eh no, caro ministro, se vuole tanti progetti europei e buona ricerca, ci vogliono tanti bravi ricercatori e, per frenare il terribile e accelerato declino della nostra ricerca, occorrono tre cose (anzi, quattro) da subito: fondi, ricercatori, merito (e leggi e normative che non cambino ogni 6 mesi, ma che abbiano respiro di anni. In Germania i finanziamenti sono decennali!).

se vuole tanti progetti europei e buona ricerca, ci vogliono tanti bravi ricercatori

anche se si avessero tanti bravi ricercatori non è detto che questi farebbero la ricerca che serve o che è utile. Gli USA, ad esempio, non sono sempre stati (in inglese dal 1865 si usa il singolare) un esempio di ricerca eccellente. Prima della seconda guerra mondiale, la ricerca si faceva in Europa, e in Germania in particolare;  alcune università americane vennero modellate su quel modello proprio per compensare il gap con l'Europa. Dopo la seconda guerra mondiale, il governo ha messo in piedi o mantenuto una serie di agenzie che finanziavano con modalità competitive la ricerca nelle scienze naturali, e quindi la National Science Foundation, l'Atomic Energy Commission e il National Institute of Health. E' infatti la qualità della ricerca nelle scienze naturali decollò. Indietro invece rimasero le scienze sociali (economia e business, ad esempio). Con ritardo di qualche decennio alcune fondazioni filantropiche private (ad esempio, Rockefeller, Carnegie e sopratutto Ford) indirizzarono i propri finanziamenti alle scienze sociali e impreziosirono i relativi dipartimenti delle migliori università. In sintesi, i fondi per la ricerca non vengono regalati, ma conquistati.

Ora, tornando all'Italia, è vero che i rapporti tra citazioni o pubblicazioni rispetto a input come la HERD o il numero di ricercatori non sono malaccio rispetto ad altri paesi, ma ciò pare più una curiosità da spiegare visto che la percezione dei peers non è questa e che tutte queste pubblicazioni poi non trovano spazio in applicazioni concrete (vedi i brevetti o le citazioni nei brevetti stessi).

 

*Il titolo di questo commento richiama un paper di tanti decenni fa di Herbert Simon (nobel pure lui) e il contenuto del commento è una mia personale ed estemporanea scopiazzatura mnemonica di quel paper che però trovo calzante, nonostante il tempo trascorso, per una parte dell'argomento in questione.

"la tua prima affermazione, che dipinge i colleghi come ingenui e un po’ beoti, dà implicitamente ragione a FilD, quando afferma la cattiva selezione del personale e il basso livello della nostra università"

Penso sia sbagliato avere un approccio nichilista affermando ed esagerando i problemi del sistema universitario italiano. L'estremo opposto e cioè negare che ci siano problemi e che in fondo va tutto bene e che basterebbe solo finanziare il sistema di più è sbagliato lo stesso (anzi forse di più).
Non si possono negare le distorsioni provocate dalle promozioni di massa ope legis e dall'ondata di concorsi locali. Se non si accettano queste osservazioni come punto di partenza non si va da nessuna parte.

 

La proposta contiene molti spunti positivi, ma ritengo mantenga una impostazione ideologica alquanto criticabile. In particolare:

1]   Rimane l'impostazione di tipo socialista, che pretende che il settore pubblico possa eseguire in proprio una attività di servizi (istruzione) in modo efficiente, ed i funzionari pubblici gestirla in modo disinteressato.

Compito dello Stato, invece, dovrebbe essere supervisionare e verificare, non gestite in proprio.

E' illusorio che, senza il rischio di fallire e rimanere senza lavoro, anzi gestendo fondi non propri ma pubblici, gli amministratori dell'attività didattica e di ricerca possano essere esenti dai soliti "magna magna", dalle solite logiche di spartizione di risorse tra amici ed accoliti (baronie).

A causa di ciò, fallirebbero con risultati disastrosi le seguenti proposte:

2.2) Lasciare alle singole università autonomia nella sperimentazione della struttura dei corsi  ed eventualmente  della istituzione di nuovi diplomi;

2.4) Aumentare la percentuale del finanziamento pubblico (FFO) distribuito ai singoli atenei sulla base dei risultati della VQR ed eventualmente  della valutazione della didattica. 

2.5) Lasciare maggiore autonomia alle università nella gestione dei fondi  statali. 

2.6) Liberalizzare totalmente le tasse universitarie.

3.1) Liberalizzare gli stipendi dei docenti.  Ciascuna università sarebbe poi libera di stipulare con i singoli docenti contratti integrativi,

3.2) Liberalizzare le procedure di reclutamento.

3.3)  Aumentare la libertà dei singoli atenei di scegliere la governance e le forme organizzative preferite.

Tutto questo funzionerebbe se le università fossero private, inserite in un contesto fortemente concorrenziale. Quando "paga Pantalone" e non vi è rischio di fallimento e chiusura, la gestione non potrà che essere "allegra". E maggiore è l'autonomia dal controllo centrale, maggiori diventano i rischi relativi.

2]      Rimane l'impostazione ingiustificata di coincidenza tra la gestione dell'attività didattica e di quella della ricerca.

Invece, sono due cose diverse e separate, e nessuna delle due deve necessariamente essere eseguita direttamente da dipendenti pubblici. In particolare, per quanto concerne la Ricerca, lo Stato dovrebbe limitarsi a gestire in modo rigoroso le disponibilità di fondi pubblici, sorvegliare e controllare.

In altre parole, gestire le proprie disponibilità di finanziamento di progetti che gli possono essere proposti dai diversi soggetti (magari privati) valutandole e sorvegliandole. A fronte, magari, di fideiussioni di garanzia. E con sistemi di controllo sulla gestione esecutiva (Ministero) da parte degli altri due poteri (giuridico e giudiziario).

 Al contrario, si propone addirittura (punto 1.6) di "istituire una commissione di esperti non ministeriali" per "stabilire dei requisiti minimi per  il numero e la qualificazione dei docenti" e per "stabilire dei risultati minimi (in termini di qualità della ricerca e della didattica) per le università private e telematiche che volessero utilizzare finanziamenti statali."

Delegando così le sole funzioni per cui esistono i Governi (enti terzi o neutri con compiti giuridici ed amministrativi collettivi)  proprio ad altri soggetti (non identificati).

3)      Si confonde il disastro del bilancio ministeriale con il Diritto allo Studio, mettendoli in corrispondenza diretta.

Invece, abbiamo sotto gli occhi il sistema anglosassone, in cui tutti i cittadini, di qualunque età, possono accedere all'istruzione universitaria. Ma non gratis. Sotto forma di prestito.

In altre parole, nella proposta si insiste sul numero chiuso, limitando così il diritto all'istruzione. Mi riferisco specialmente al punto 2.1) "Stabilire un numero massimo di studenti per corso di laurea, per permettere una programmazione del numero massimo di studenti per corso di laurea e quindi mantenere un rapporto equilibrato docenti/studenti.  Tale massimo dovrebbe essere ottenuto attraverso test di ammissione che dovrebbero essere generalizzati  per tutti i corsi di laurea.  Le università saranno libere di scegliere la procedura di test, sia singolarmente, sia con pool fra più sedi."

Non ha senso. Il bilancio può compromettere il diritto all'istruzione. E' necessaria una impostazione di tipo anglosassone, che funziona benone. Il grosso problema, in Italia, è che i debiti vengono trasmessi ad eredi e congiunti. E' necessario che questa impostazione sia modificata, almeno per il caso specifico.

4) Si pregiudica senza ragione il diritto al lavoro

Tale diritto, nella ns. Costituzione, non è ben definito. Però, se lo fosse come nella Costituzione Svizzera, suonerebbe così: "diritto ad esercitare la attività professionale che più aggrada".

Al contrario , si propone di :"2.3) Centralizzare l’esame di stato per l’accesso alle professioni,  con forme di valutazione molto selettive, possibilmente a numero chiuso ".

Tra l'altro, tale punto è in contraddizione con quello finale "3.4) Abolire il valore legale del titolo di studio, facendo attenzione che il trasferimento agli ordini professionali dell’onere di certificazione non si traduca in restrizioni alla concorrenza nei rispettivi ambiti".

Ora, nessuno dei due punti ha senso.

Cosa serve il Titolo di Studio? Non certo a limitare il diritto al lavoro. Anzi.

Il suo valore legale dovrebbe essere limitato a quelle attività soggette a monopolio pubblico (poiché il settore pubblico non è in grado di valutare altrimenti la competenza dei propri dipendenti). E questo dovrebbe valere ad ogni livello, anche per le cariche elettive (si pensi alla conoscenza del Diritto dei ns. "legislatori") ed a nomina politica (dai ministri ai dirigenti delle partecipate).

Ma per il settore privato (in particolare quello estero) la sua funzione precipua è quella di fornire informazioni sull'istruzione del "titolare".

Perciò, non è questione di "abolire l'uso legale", ma semplicemente di:

- abolire le restrizioni all'attività lavorativa privata legate al titolo di studio;

- rendere il titolo di studio conforme a quelli internazionali, badando bene a non dequalificare i titoli nazionali rispetto a quelli esteri (come purtroppo è adesso).

E senza dare poteri arbitrari agli Ordini Professionali, che ne potrebbero abusare (e già lo fanno) in senso lobbistico (gli esempi sono infiniti, a partire dall'ultimo arrivato IPASVI).

A parte il fatto che sul finaziamento pubblico alle università in UK il dibattito è molto acceso, dai dati (pagine 88-108) risulta che i fondi pubblici in UK sono ben maggiori che in Italia,  anche per le Università. 

Se poi parliamo anche di ricerca, non ci si deve dimenticare che la ricerca fondamentale e di base, da cui tutto discende,   è prevalentemente pubblica, come sa bene il governo cinese, che sta aumentando  gli investimenti pubblici in quel settore  del 10% anno, mentre noi li riduciamo del 5-10%.   Sì,  poi c'è la ricerca di base industriale  e quella applicata, che in Italia le indutsrie non vogliono fare (perché noi, seguendo Bossi e Tremonti, siamo per la piccola e media  industria, per  le partite Iva, ecc), coi risultati disastrosi che stiamo vedendo.

 

La proposta NON risolve i seguenti macroscopici problemi dell'attuale sistema, che sono:

- l'accesso all'università ritardato di un anno rispetto agli anglosassoni;

- l'eccessiva lunghezza del periodo di studi universitari;

- la corrispondenza ingiustificatamente dequalificante con i titoli di studio esteri;

- le limitazioni del diritto allo studio, legate sia ai punti precedenti che agli esami di ammissione (istituiti per motivi di bilancio);

- il monopolio pubblico dell'istruzione universitaria e della ricerca

- il disastro del bilancio ministeriale, che dovrebbe invece abbracciare l'approccio anglosassone del sistema del prestito;

- l'identificazione ingiustificata dell'amministrazione didattica con quella di ricerca;

- l'insufficienza della sorveglianza centrale su queste attività e sull'impiego dei fondi;

- l'arbitrio dei docenti e dei ricercatori pubblici (a parte la l'obbligo di inventarsi una sconcia "necessità di spesa" a bilancio per giustificare i budget);

- l'ostacolo all'attività professionale del titolo di studio e degli ordini. Si pensi ad esempio ai "ferristi" (assistenti chirurgici) esteri che non esistendo in Italia il titolo di studio corrispondente, non possono esercitare se non si sparano altri tre anni di studio come "infermieri" (che non c'entra nulla con la loro specializzazione) per potersi iscrivere all'ordine relativo. 

Gli Ordini devono sorvegliare sui loro iscritti, ma non limitare la possibilità di lavoro e di assunzione . Almeno nel campo privato.

 

con il punto 10. Le proposte qui presentate non hanno alcuna coerenza con la proposta di "vero federalismo" nel punto immediatamente successivo, come ho brevemente spiegato qui.

Didattica

FrenkT 14/10/2012 - 16:56

Il vero problema per risolvere il problema degli abbandoni e dei fuori corso sta nell'insegnamento, specialmente nel primo anno di università. Molti abbandoni e ritardi si creano in quel periodo perchè gli studenti si trovano abbandonati a se stessi in un sistema che è radicalmente diverso dai 13 anni di esperienza scolastica precedente. Ho vissuto io stesso pochi anni fa il passaggio da un liceo scientifico a una facoltà di ingegneria e sono sicuro che molti dei problemi degli studenti potrebbero essere risolti andando a lavorare sull'impostazione degli ultimi due anni di scuola superiore e sul primo di università. Le prime dovrebbero più responsabilità allo studente, mentre la seconda, e i suoi docenti, dovrebbero cercare di mantenere il rapporto e l'interazione con gli studenti. Questa infatti è inesistente nel primo e secondo anno e, paradossalmente, torna ad emergere quando ci si avvicina alla laurea.
Un altro problema sottovalutato credo sia quello dell'orientamento. Si vedono centinaia di studenti che, terminate le superiori, si iscrivono a delle università perchè in fase di orientamento si tende a raccontare "cosa farai da grande", mentre nessun neo-diplomato si rende conto di cosa voglia dire studiare certe materie. Il risultato è che per centinaia di studenti perdono un anno perchè si rendono coscienza di cosa sia veramente un certo corso di laurea e ne scelgono un altro. Potrebbe essere una buona idea cercare di ispirarsi ai college americani e rendere il primo anno di università (o l'ultimo di scuola superiore) un periodo molto flessibile in cui si possono provare varie materie e corsi per poter essere poi pronti a specializzarsi dal secondo anno.

Giudico complessivamente negative le riforme proposte, anche per il modo sono esposte, Non ho tempo purtroppo per una replica articolata, e in ogni caso ho gia' scritto un articolo sulla mia riforma ideale.  Mi sembra che il testo ometta di chiarire a quale modello estero ci si vuole uniformare e per quale ragione lo si preferisce  ad altri che pure sulla carta hanno successo. Inoltre mancano alcuni provvedimenti (es. rimodulazione della progressione salariale, divieto o riduzione o penalizzazione delle promozioni interne) che potrebbero avere effetto in periodi piu' brevi di quelli necessari a far andare a regime il sistema proposto, che presume una specie di "mercato" dell'istruzione terziaria dove le famiglie avrebbero in teoria potere di scelta, indirizzo e premio dei migliori Atenei, un traguardo che mi sembra irrealizzabile nel breve-medio termine in un Paese poco alfabetizzato e privo di informazione seria e di qualita' come l'Italia.

"2.6) Liberalizzare totalmente le tasse universitarie, con l’obbligo di destinare una percentuale minima (e consistente – p.es. il 20%) del gettito a borse di studio per studenti da famiglie a basso reddito e meritevoli." Il concetto di "meritevole" dev'essere definito chiaramente e in senso relativo, non assoluto: lo studente, infatti, arriva all'iscrizione universitaria con esperienze educative antecedenti fortemente influenzate da status socio-economico e sede di istruzione. Inoltre, uno studente viene generalmente giudicato "meritevole" in base a voti precedentemente acquisiti, che: a) sono un'indicazione solo parziale della bravura effettiva dello studente, e b) sono dipendenti dalla sede di istruzione, con grandi variazioni regionali in termini di risultati effettivi e di cheating, come mostrano le recenti rilevazioni del Servizio Nazionale di Valutazione INVALSI. In altre parole, è improbabile che uno studente proveniente da una famiglia con basso reddito abbia avuto le stesse possibilità di risultare "meritevole" di uno studente più ricco: verosimilmente, gli studenti più ricchi delle regioni più ricche saranno più "meritevoli" in termini assoluti. Per risolvere questo problema, sarà necessario che il reddito al di sotto del quale uno studente possa beneficiare di una borsa di studio sia correlato alla norma dei voti (e supportato da altri dati più qualitativi, per esempio delle referenze) che è lecito aspettarsi da una certa situazione socio-economica: più è povero lo studente, più bassi dovrebbero essere i prerequisiti per accedere alla borsa.

  • Sono stato molto affascinato dal modello universitario dei Paesi Bassi, dove ho fatto il mio dottorato. 

-Mantenimento degli studi:

Gli studenti universitari hanno dei benefit (tipo trasporto gratis) ed un piccolo sussidio, che dovrà essere restituito se non si laureano entro un termine ragionevole. A quanto ho caputo il sussidio non permette di essere autonomi, dunque gli studenti si mantengono facendo dei piccoli lavori (8-16 ore a settimana, con contratti regolari) generalmente nei supermercati o nella ristorazione. Altri ricorrono a prestiti (come da voi delineato).

 

-Pubblico/Privato: tutte le università sono pubbliche tranne due, che sono fondazioni private svolgenti un servizio pubblico. Dunque niente rette stratosferiche etc.

 

-Assegnazione Fondi: funziona come in molti altri paesi del Nord Europa. I fondi di base sono relativamente non elevati, dunque molti dei dipartimenti sviluppano progetti di ricerca nazionali ed europei. I dipartimenti vengono valutati periodicamente: una valutazione positiva può portare ad un incremento dei fondi di base, una negativa, in casi estremi, allo scoglimento del gruppo.

 

- Reclutamento: anche questo funziona come in molti paesi del Nord Europa. Fin dal livello di dottorato, il reclutamento viene fratto tramite colloquio. Chi assume ha tutto l'interesse a scegliere la persona migliore, perché verrà valutato anche in base al rendimento di chi ha assunto.

Grazie per il report dall'Olanda. Mi sembra un ottimo sistema. Sai dirci se per il reclutamento c'e' il divieto ("sociale" o per legge) di promuovere gli interni, e di reclutare esternamente?  Inoltre sai dire da quale posizione il contratto diviene a tempo indeterminato?

Prego! Tendenzialmente l'università funziona come una azienda, e nei Paesi Bassi c'è una legge per la quale, dopo tre contratti a tempo determinato, si deve essere assunti a tempo indeterminato. Questa legge ha avuto l'effetto che, dopo tre contratti... si deve cambiare università/azienda; in alternativa, dopo tre mesi si può essere assunti per un quarto contratto a tempo determinato, e questo viene fatto anche nelle università.

http://www.expatax.nl/workcontracts.php

 

Comunque ci tengo a dire che, per quel che mi risulta, nei Paesi Bassi non esistono i contratti a progetto, ma solo contratti a tempo determinato (dunque con contributi, malattia etc.).

 

La domanda sulla promozione degli interni non mi è chiarissima... quando c'è stato un posto vacante per professore associato (tempo indeterminato), tutti potevano fare domanda. Ed alla fine è stato scelto un esterno. Se la domanda riguarda docenti a contratto, mi è difficile rispondere: l'università dove lavorato era molto improntata sulla ricerca, dunque il carico di insegnamento non era particolarmente elevato. Credo che i docenti fossero tutti da dottorandi in su; magari qualche teaching assistant era assunto ad hoc. Ma, come ripeto, l'università tendenzialmente funziona come una azienda.

 

Ad ogni modo, sono a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Il problema della promozione interna non so in Olanda, ma in Germania è molto sentito. E' praticamente impossibile essere promossi internamente. Solo nel caso in cui si sia superata una selezione e si ha un offerta esterna si può essere promossi. La cosa comunque viene vista male e desta sospetto ed è abbastaza rara.
Purtroppo nel nostro paese accade l'esatto opposto. I motivi sono vari. Un grosso "alibi" che viene adottato è quello del budget. Economicamente per gli atenei "conviene" di più promuovere interni che assumere poichè nel primo caso bisogna coprire solo la differenza di stipendio. Ovviamente il tutto non ha senso poichè le risorse vengono elargine dallo stesso ministero in termini di FFO. I costi globali sono esattamente gli stessi.
Una maggiore mobilità introdotta vietando le promozioni interne sicuramente avrebbe un effetto positivo sulla qualità della ricerca e della didattica poichè aumenterebbe la competizione sia tra colleghi di sedi diverse sia tra le sedi stesse. Al momento gli steccati geografici rendono la competizione nulla e favoriscono il fiorire di clientele locali.

A me risulta che il divieto delle promozioni interne non sia una legge (che probabilmente sarebbe anti costituzionale), ma che sia una regola ferrea della accademia tedesca.
Non ho mai visto alcuna eccezione. Chi vince un concorso ha anche notevoli sussidi economici per potersi spostare.

Non sono sicuro nemmeno io. Penso sia una legge non scritta, qualcosa che viene percepito come non corretto. Posso informarmi ho vari colleghi in Germania.

Avrei dovuto precisare che, per quella che è la mia esperienza, nelle università olandesi la stragrande maggioranza di chi fa ricerca hanno un contratto a tempo determinato, seppur ben retribuito. E, come ho scritto, vige la regola che dopo tre contratti dovrebbero assumere il lavoratore a tempo indeterminato, dunque non lo assumono. Ne segue che i candidati interni non lo sono mai da tanto. Se ho ben capito, questa cosa delle promozioni interne da voi citate si riferisca soprattutto alle posizioni di professore; in tal caso, direi che la politica è quella di mettere a pari merito interni ed esterni, come appare da questo documento della Università di Amsterdam (cercate "internal promotion" in http://www.uva.nl/binaries/content/assets/uva/map-1/professorial-appoint...).

 

 

Poi ho alcuni dottorandi del mio gruppo hanno fatto postodoc con lo stesso capo, però questo è accaduto perché o il capo aveva ancora dei fondi per il progetto a cui il dottorando partecipava, o il dottorando ed il capo hanno ottenuto i fondi per un nuovo progetto.

 

 

Gli ultimi due postdoc che c'erano quando sono partito avevano contratti a tempo determinato presso la mia università, però erano loro che avevano ottenuto i fondi per sviluppare il loro progetto personale (il sistema Veni Vidi Vici).

Impianto generale condivisibile, per cui passo alle perplessità.

 

1. Se non si risolve il problema dell'evasione fiscale, ogni intervento che si basi sul reddito degli studenti sarà distorsivo. Esperienze personali passate mi rendono molto scettico su questo punto.

 

2. Sono contro i numeri chiusi e i test d'ingresso. Tutti devono poter entrare, la selezione la farà un'università appunto selettiva.

 

3.Essendo per l'abolizione degli ordini professionali, sono per l'abolizione degli esami di stato tout court. Una laurea selettiva con tirocinio incorporato dovrebbe essere più che sufficiente.

Il ministor Profumo disse di voler riformare l'assegnazione di fondi nazionale, impostandola su l'assegnazione di fondi a progetti di ricerca. Avendo osservato che noi versiamo alla UE molti più soldi alla ricerca di quanti ne riusciamo a far rientrare tramite i progetti europei (circa la metà, mi pare), ritiene che l'adozione di un sistema simile su scala nazionale allenerebbe i ricercatori nostrani a questo meccanismo; forte di questa esperienza, l'Italia riuscirebbe dunque ad essere più competitiva nel "mercato" fondi europei. Credo che questa sia una buona idea da inglobare nella proposta.

Ci tengo a far notare che in altri paesi anche gli studenti fanno corsi per creare progetti/ottenere fondi, o per imaprare come ci si muove in una azienda. Il fatto che questo sia impensabile in Italia rivela un grande limite della formazione italiana: si impara la teoria, ma non si impara tutto quello che serve al di fuori dello studio per mettere a frutto la teoria. Sappiamo magari di più di altri, ma lo sappiamo usare peggio.

Il ministor Profumo disse di voler riformare l'assegnazione di fondi nazionale, impostandola su l'assegnazione di fondi a progetti di ricerca. Avendo osservato che noi versiamo alla UE molti più soldi alla ricerca di quanti ne riusciamo a far rientrare tramite i progetti europei (circa la metà, mi pare),

Esatto.  L'Italia contribuisce ai fondi europei per la ricerca, l'Europa assegna i fondi su base competitiva (ritengo in maniera sostanzialmente onesta) e i fondi assegnati a persone che poi svolgono la ricerca in Italia corrisponde a circa il 50% del totale pagato dai contribuenti italiani.  Nel sistema UE di assegnazione dei fondi, insomma, l'Italia e' perdente.  Immagino l'Italia sia lo Stato che ci perde di piu' in termini assoluti. Chi vince sono ovviamente l'Inghilterra, l'Olanda, la Germania, e cosi' via.

Questo dovrebbe far riflettere chi sostiene che l'Italia sia ai vertici mondiali come qualita' della ricerca. Purtroppo, non e' vero. Rispetto alla media UE, siamo nettamente inferiori.

ritiene che l'adozione di un sistema simile su scala nazionale allenerebbe i ricercatori nostrani a questo meccanismo; forte di questa esperienza, l'Italia riuscirebbe dunque ad essere più competitiva nel "mercato" fondi europei. Credo che questa sia una buona idea da inglobare nella proposta.

Assegnare i fondi nazionali a progetto non basta. Se i soldi vengono assegnati dal sistema italiano non serve a nulla, non c'e' valutazione adeguata del merito, e tendono a prevalere le reti baronali gerontocratiche. Secondo me Profumo dovrebbe fare questo, dovrebbe limitarsi ad attingere dalle classifiche compilate nelle selezioni UE e finanziare i progetti italiani ben classificati ma che non sono rientrati nell'assegnazione dei fondi UE. Prima di far questo dovrebbe pubblicizzare l'intenzione per fare in modo che i ricercatori italiani sottomettano richieste di fondi UE. Il mio suggerimento avrebbe i seguenti vantaggi: 1) verrebbe ridotta l'influenza del sistema baronale italiano, aumenterebbe la partecipazione italiana alla competizione per i fondi UE, ridurrebbe i costi italiani per la procedura competitiva di assegnazione dei fondi. Sarebbe comunque in seguito opportuno che l'Italia faccia uno sforzo nel seguire e controllare l'erogazione successiva dei fondi, seguendo le procedure UE in materia, cercando di fare anche valutazioni e statistiche di consuntivo che mi paiono estremamente carenti nel Belpaese.

Vorrei far notare a Lusiani che è un po' difficile correlare l'insoddisfacente ritorno di fondi europei per ricerca a progetti italiani (solo il 50% di quanto versato dall'Italia) con la bravura dei ricercatori italiani. Non credo, per esperienza personale, che in Italia si sia indietro agli altri colleghi europei come capacità e validità progettuali. Piuttosto credo che bisognerebbe guardare a quanto il nostro Paese attinge (meglio sarebbe dire 'spilla') dall'Europa per altri scopi, fondi sviluppo regionale, fondi sviluppo industriale, ecc. Vi siete mai chiesti perché l'attività preferita degli imprenditori pubblici italiani sia fare rotonde (spesso inutili) o riadattare centri storici di piccole località di provincia, senza badare a spese ed altre cose del genere? Sapete che molto spesso questi soldi arrivano dalla UE? Ricordo che questa situazione mi era stata segnalata, già 5 anni fa, da una conoscente che lavorava a Bruxelles, agli uffici della Commissione europea. Le sue testuali parole furono: "l'Italia non riceve tutti i fondi per ricerca che le potrebbero spettare a causa dei fondi che riceve per altre iniziative". Prima di svalutare le capacità degli 'applicanti' italiani per fondi di ricerca europei sarei cauto.

Probabilmente la storia delle rotonde sarà pure vera. Ma da una osservazione interna nel mondo accademico italiano mi risulta sempre un grande fermento quando ci sono i bandi PRIN la stessa attesa e fervore non l'ho mai notata per le call FP7 sebbene siano piu' sostanziose. Spesso si guarda più agli aspetti "politici" e di network nazionale che ad essere finanziati adeguatamente.

Finanziamenti ue

st 17/10/2012 - 19:00

Ho qualche dubbio,che il motivo per cui i fondi ue per la ricerca non arrivano in italia sia dovuto al fatto che si usano per altri ambiti.In particolare l'italia negli anni passati non usava e non usa tuttora tutti i fondi strutturali per le aree svantaggiate ma ne restituisce piu' della meta' alla ue per mancanza di progetti e proposte valide su cui investirli
http://www.corriere.it/economia/12_maggio_12/speso-poco-degli-investimen...

L'idea di ripescare tra i progetti europei scartati è interessante, anche se il verdetto europeo sul progetto internazionale potrebbe non rispecchiare la qualità della parte italiana.

 

Esiste una alternativa per evitare i baronati: valutatori internazionali.

  Io consiglio alla redazione di leggere quanto già esiste di pubblicato sull'argomento "riforma universitaria". A cominciare dalle proposte di Lorenzo Marrucci (un articolo è apparso tempo fa su "Lavoceinfo"), e dai numerosissimi articoli apparsi sulla rivista "Università Notizie" (vedere sito USPUR).  Nella sostanza delle proposte, sono in gran parte condivisibili: quello che manca totalmente, in una visione di università "liberalizzata" ed autonoma - quanto prospettato a lungo termine - è una profonda modifica della "governance".  Una università autogestita e "democraticamente" autoreferente non potrà mai funzionare correttamente: le università USA hanno consigli di amministrazione che non sono eletti dai docenti.  L'idea di introdurre alcuni laici nei CdA (non in numero risibile)degli Atenei è stata introdotta nelle prime versioni della riforma Gelmini, ma la proposta è stata affondata dalla nomenklatura universitaria. 

  Condivido molte delle critiche di Guido Cacciari, che mi sembra, fa osservare l'incongruenza  dell'idea di una università autonoma che vive con i soldi dei contribuenti. Il principale guaio dell'attuale università italiana sta nell'autonomia irresponsabile, finanziata dal solito pantalone: in un sistema nel quale prosperano i mestieranti della politica (accademica). 

GRAZIE!

Guido Cacciari 11/11/2012 - 11:54

Grazie del commento.

In effetti sì, questo è uno dei concetti che volevo proporre.

E che si potrebbe ripetere per tante altre attività, che questo Stato gestisce direttamente e senza controllo e in condizioni di monopolio o comunque di mercato drogato.

Tra queste, la voce che più incide nel bilancio pubblico è la Sanità.

Ma le attività economiche dello Stato Italiano e dei suoi enti locali, purtroppo, sono praticamente tutte.

Dai varietà ai pomodori, dall'energia allo zucchero ai trasporti etc.

Degne di uno Stato socialista quale infatti è. La cosa curiosa è che tutti pensano che sia normale.

Come fino ad un paio di secoli fa erano normali le teocrazie.

Ci vorrebbe un nuovo illuminismo . . .

Ma dove sono i Locke, Smith, Hume, Montesquieu, Voltaire, etc.? Purtroppo non ne vedo . . .

Anche se faccio l'universitario da quando ero piccolo, nel secolo scorso, mai lo feci in Italia, per cui puo' benissimo essere che abbia uno strabismo da distanza.

Cio' premesso, il mio dubbio centrale e' sul maoismo della rivoluzione permanente.

L'universita' italiana e' affetta da tutti i mali (il principale e' la sua chiusura a tutto il resto del mondo, che sarebbe meno grave se gli italiani fossero al centro di un impero, si trovano invece al fondo di un continente in precipitoso declino morale, intellettuale ed econmico.)

Sottoporla a continui chocs terapeutici rende piu' caotico ancora di quel che ' il suo quadro istituzionale. Due punti che mi sento di suggerire: identificare e alla svelta, una dozzina di universita' e un paio di dozzine di corsi di laurea che serviono a dar lavoro a bidelli e segretari, mentre i docenti, in tutt'altro affacendati, stanno a Roma o a Milano e vanno in treno due volte al mese in qualche sperduto locale a speigare i fondamenti della "comunicazione" "del "territorio" e idiozie connesse all'ipotesi di una infinita crescita degli assessorati provinciali alla  cultura. Gli studenti sperano di diventare v. Sgarbi mancando dei perversi talenti del personaggio, finiranno a postulare vari sindaci per organizzare il festival del radicchio post moderno e simili.

Secondo: una crescita radicale delle rette e delle tasse, persino con la possibilita' di un rimborso alla fine e fine in tempo e non "fuori corso" del corso prescelto.

Mi scuso se sono un sempliciotto, ma in tutto il mondo dove mi hanno assunto, nessuno mai fece un "concorso" nessuno del governo ci mise il becco con un leguleio (e parlo di universita' proprieta' di governi) e nulla accadde.

Intanto la stratificazione dei provvedimenti e dei tagli che si è abbattuta sull'università  in modo sconclusionato e caotico, da parte dei consiglieri vari e funzionari ministeriali (incompetenti o in malafede) e dei ministri (in altro affaccendati e in continuo avvicendamento) ha definitivmente distrutto l'Università.

Sì signori, l'Italia si avvia, nei prossimi 10 anni, a non avere più una università, né pubblica né privata.

Lo certifica l'ultimo documento del Consiglio Nazionale Universitario (CUN), organo indipendente di indirizzo e controllo del ministero. La cosa è nota a chiunque stia dentro al sistema, ma qui è certificata ufficialmente. Per invertire la tendenza e tornare in qualche tempo ai livelli di eccellenza (sì di eccellenza, l'ho già dimostrato molte volte) del passato basterebbero circa 300 Milioni/anno per i prossimi 10 anni, ma nessuno vuole tirarli fuori, né i privati né il pubblico.

Tanto, un paese come l'Italia, cosa se ne fa dell'Università?

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