Il governo rosso-brunato. III

11 agosto 2018 michele boldrin

I due articoli/capitoli inizali hanno ricevuto un certo numero di commenti e di critiche. Prima di continuare con gli ulteriori capitoli che ho in mente (la mia estate italiana è ancora lunga) discuto qui, brevemente, quelle che mi sembrano le osservazioni più rilevanti.  Certamente altre ne verranno. Grazie a tutti per i commenti costruttivi, anche se critici. 

- Lo spread che metterà fine a tutto. Forse sì, ma io credo (e spero) di no. Certamente i segnali non sono incoraggianti; certamente vedere che basta un niente perché i valori schizzino preoccupa; certamente vedere che il tasso reale d'interesse a cui il governo italiano si indebita è oggi sostanzialmente superiore a quelli a cui lo fanno i governi portoghese e spagnolo, preoccupa ancor di più. E, certamente, tutto questo sta già facendo molto danno agli italiani, anche se il minculpop dei nostri media non lo dice e dà spazio a loschi individui che blaterano di spread che non dovrebbero esserci. Ma, come vado ripetendo da più di un decennio, la soluzione finale con esplosione della baracca e troika al comando potrà avvenire solo se verranno fatti enormi errori da più parti o se - rischio più serio alla luce di certi comportamenti - una delle parti perseguirà ad ogni costo il disastro. Poiché la UE&BCE non hanno alcun interesse materiale in questa "soluzione" e, al redde rationem, finiranno per assorbire perdite pur di non far saltare completamente l'Italia, il problema sta ovviamente dall'altro lato, quello del governo rosso-brunato.

Questo fatto (che UE&BCE finirebbero per assorbire parte delle perdite per evitare comunque il peggio) è fonte di pessime tentazioni per la gentaglia irresponsabile che Lega (in modo particolare) ma anche M5S hanno portato al parlamento e nei paraggi del governo. Quelli sono i veri nemici, quelli vanno tenuti sotto controllo molto attentamente. Non credo, e lo ripeto per l'ennesima volta, che la maniera migliore di tenerli sotto controllo ed eventualmente sconfiggerli sia quella di rincorrere ogni affermazione idiota o pericolosa dei vari Borghi, Bagnai o Minenna. Meno ancora suonare ogni giorno il tam-tam dello spread che sale con un tono che oscilla fra la minaccia ed il compiacimento. Non è questo il terreno su cui chi vuole vincere la guerra con i rosso-bruni dovrebbe scegliere di combattere perché, come Argentina, Grecia e Turchia insegnano, il crollo finanziario può tranquillamente essere attribuito ai malefici poteri stranieri (o interni) accentuando l'isteria sovranista e rafforzando il regime. Detto altrimenti: sul terreno delle scelte economico-finanziarie vanno evidenziati gli effetti dannosi delle politiche adottate (quando ci sono) e va ossessivamente spiegato che le stronzate su BCE, spread e monete parallele tali sono, stronzate. Ma guai a cadere nella trappola di seguire ogni provocazione e, soprattutto, d'invocare il tanto peggio tanto meglio perché così arrivano gli elicotteri. Non arriveranno. 

- Il ruolo di ignoranza, irrazionalità di massa, credenze varie. Dedicherò un capitolo a questo tema, perché sono fra coloro che ritengono esso abbia giocato e giochi un ruolo. L'executive summary, in due parti, è relativamente semplice. Il fenomeno è generalizzabile all'intero mondo "Occidentale", anche se con intensità diverse. Quindi dobbiamo chiederci quali fenomeni culturali, comuni all'intero Occidente, portino all'emergere, in forma nuova, di vecchi irrazionalismi. In Italia mi pare che la cosa acquisti una virulenza particolare ed investa aree che altrove sono sino ad ora rimaste immuni. Quindi occorre anche chiedersi cosa vi sia, di particolare, nella cultura e nel sistema educativo italiano che ci distingue dal resto. Ma la semplice "ignoranza" non risolve nulla: c'era anche 50 o 70 anni fa ed era molto peggiore. Quindi non può essere semplicemente una questione di "ignoranza" (almeno in livello assoluto, questa è diminuita ovunque, anche se in Italia più lentamente che altrove) né di crescita del numero di idioti (ogni misura di QI che io conosca è stabile o si è spostata leggermente a destra). La questione, a mio avviso, sta nel rapporto (i) fra complessità del sistema e capacità di comprenderne il funzionamento (fenomeno generalizzato all'intero Occidente) e (ii) fra tipologia delle conoscenze mediamente acquisite e loro adeguatezza alla comprensione dei processi in corso (qui l'Italia è vittima del suo essere tutt'ora preda d'una cultura funzionalmente inutile e distorcente, quella che altrove ho chiamato la cultura del classico). 

- Il ruolo dei social e della rete in genere. Credo si tratti di un fattore che ha effettivamente giocato un ruolo importante, se non altro perché la velocità con cui certe opinioni o visioni o finti fatti vengono condivisi crea, o non crea, fenomeni sociali. Se la notizia che potrebbe creare panico ci mette due mesi a diffondersi, il panico non si crea. Se ci mette 6 ore il panico si crea e questo ha conseguenze. Ma, di nuovo, il fenomeno è mondiale e, da questo punto di vista, non vedo niente di particolare in Italia. Quindi ci torniamo riflettendo su democrazia rappresentativa nell'era dell'informazione prodotta in modo diffuso, perché il problema è tanto tedesco quanto italiano o giapponese.

- Nord-Sud e l'Italia da disfare per rifarla federalista. Uno dei temi a cui intendo dedicare seria attenzione è quello del come son stati fatti gli italiani, ovvero di come venne costruita (a partire da Crispi ma soprattutto con la Prima Guerra Mondiale e poi con il regime fascista) la "nazione italiana". L'Italia unita del 1860-70 venne inventata da (parte delle) elite italiane (e franco-inglesi) del XIX secolo perché conveniva loro politicamente. L'argomento "economicista/marxistoide" della necessità di costruire un mercato nazionale per rendere possibile lo sviluppo economico del nord Italia, mi è sempre sembrato una cazzata anche quando l'economia non la sapevo; ora ancor di più. L'idea di una "nazione italiana" fu un'idea tutta politica e di potere, perseguita da alcuni gruppi sociali del nord e dalla monarchia sabauda. Venne poi fatta propria da tutte le elite locali che imitarono la siciliana e campana le quali, a partire da Crispi, fecero dell'amministrazione centrale dello stato italiano un proprio feudo. Quanto ne è risultato, 150+ anni dopo, è una specie di anomalous state/nation che andrebbe disfatto per ricucirlo altrimenti, su base federale, all'interno di una Europa federale. Anche se questo non è oggi possibile, credo sia meglio aver ben presente questa irrisolvibile tensione di fondo per capire cosa ci sia di fattibile affinché l'entità nazionale così costruita non continui nel suo confuso declino. 

- Carattere nazionale vs istituzioni. Potrebbe essere che tutto il mio discorrere sul carattere nazionale, sulla cultura ed il sistema d'interessi delle elite italiane sia solo il frutto di una grande, eccessiva, confusione. Ovvero, potrebbe essere che non vi sia alcuna particolarità culturale o socio-economica nazionale che ci differenzia dal resto dell'Europa avanzata e che le particolari dinamiche politiche italiane degli ultimi 40 anni siano il frutto, semplicemente, di un sistema istituzionale (costituzione + sistema elettorale + sistema dei partiti) particolarmente e sfortunatamente distorto. È una tesi diffusa, che io fondamentalmente non condivido. Ho già espresso la mia opinione sul tema in precedenti occasioni (recentemente qui) ma era comunque mia intenzione farci un'ulteriore riflessione proprio alla luce degli eventi occorsi dal referendum istituzionale del 2016 ad oggi. Altro capitolo. 

- Lo spiraglio, ovvero cosa ci avrebbe permesso d'evitare questa fine. Tante cose, a dire il vero. O nessuna: come sappiamo rifare la storia del mondo a botte di controfattuali dà la stessa soddisfazione che andare al cinema per vedere i film di Hollywood dove i buoni vincono sempre ed in modo assolutamente improbabile. Però è vero che, concretamente, uno spiraglio economico non minuscolo ed un'opportunità politica sostanziale, si crearono dopo la crisi del 1992 e soprattutto con la vittoria dell'Ulivo nel 1996. Ma le classi dirigenti italiane non ebbero alcuna capacità di approfittarne e di indicare al paese, con coraggio, la strada delle riforme per entrare nell'euro da leader, a cominciare dal mondo imprenditoriale che continuò a chiedere sconti e favori invece di chiedere coraggio e grandi, radicali, riforme. Le colpe della sinistra, in questa istanza, son maggiori di quelle della destra per la semplice ragione che al governo c'era la sinistra e, soprattutto, perché quel vanitoso idiota di D'Alema ed i suoi soci non capirono un cazzo e persero anni da un lato a cercare di "circuire" BS (che invece andava ignorato e battuto sul terreno dell'azione politica concreta) e dall'altro a cercare di fare le scarpe a Prodi per acquisire il potere. Il governo D'Alema fu un esercizio in futilità e grandeur da straccioni, mentre quello di Amato lo schifo che solo uno come Amato può produrre. Ovviamente poi ritornò BS, in compagnia di Tremonti, e lo spiraglio si chiuse. 

- Quanto grande è stato lo spostamento degli elettori? Reversibile o no? Non lo so ed ammetto che questi articoli siano il frutto di una scommessa intellettuale. Io vedo questo voto, e le tendenze dell'elettorato che si sono ulteriormente manifestate nei cinque mesi seguenti, come il punto d'arrivo di un processo di regression to the historical mean di un paese per il quale il primo dopoguerra (1946-1970, più o meno) fu un grande shock che lo fece deviare (in meglio) dal sentiero intrapreso un secolo prima. Esaurito quello shock positivo, sono progressivamente emersi i caratteri nazionali di lungo periodo che definiscono il rapporto fra "classi dirigenti" e "popolo" che ho provato a descrivere qui. Lo shock positivo si esaurì sia perché andò scomparendo quella (eccezionale) classe dirigente politica che aveva guidato il paese dal 1946 alla fine degli anni '60, sia perché il mondo continuava a cambiare e le classi dirigenti italiane erano incapaci, senza "pressioni esterne", di comprenderlo prima ancora che di gestirlo, e probabilmente nemmeno ne vedevano il vantaggio. Questa incapacità di adattamento e di evoluzione ha causato il declino e la generalizzata corruzione che conosciamo; da essi il risentimento verso quelle classi dirigenti ed il (ri)sorgere di una identità nazionale "sopita ed antica" che chiede d'avere un ruolo del mondo rifiutandosi di accettarne le regole. Perché nessuno gliele ha insegnate. 

Ed infine: 

- Ma è colpa del popolo o è colpa delle elite? Tema annoso, in un certo senso sciocco - nel cercare di capire cosa guidi la storia di un paese mettersi a dare "colpe" a gruppi composti da milioni di persone, raccolte in collettivi che alla fine hanno confini incerti, tende a far degradare la qualità della discussione - ma nondimeno politicamente cogente perché, a seconda di dove penda l'angolo della bilancia, ne segue che l'attività politica abbia o non abbia un senso se intrapresa in una direzione o in un'altra. Ma questa riflessione vorrei lasciarla davvero per ultima, anche perché non son certo di avere delle cose rilevanti da dire. 

5 commenti (espandi tutti)

Questo mi chiedo dopo la rivoluzione del 4 marzo 2018. 

E continuo  a pensare che l’eventualità di uno scoppio dell’economia italiana, adombrato da Michele, sarà dolorosissimo per il Paese perché, anche se non porterà ad una scissione, appaleserà ancor di più il problema della sostenibilità del divario N-S, alla cui riduzione le molte forze politiche che vi si sono applicate hanno perso la battaglia.

Anch’io credo che lo Stato Unitario che abbiamo vissuto sia frutto di un’idea romantica prevalsa in Italia nell’800; idea che ci ha consentito di trascurare l’altra idea, quella di Cattaneo: di uno Stato Unitario Federale. Ma anch’io penso che sia troppo oneroso  ricostruire il Paese in questo senso.

Le romantiche élite liberali dell’Ottocento si sono successivamente rigenerate nei decenni ed hanno governato i gangli dell’economia fino alla fine della II guerra, ma hanno anche generato il ventennio mussoliniano che ha tenuto a bada la popolazione, favorendo il mantenimento di un popolo di sudditi invece che agevolarne il passaggio ad un popolo di cittadini.

Le difficili condizioni economiche di quel ventennio, l’impossibilità di un’opposizione e la scarsa attenzione per le componenti gobettiana, liberal-socialista, laica e azionista, fagocitate dalla crescente ondata comunista alleata con la Chiesa di Roma, ha a sua volta favorito il perpetuarsi della condizione di sudditanza del popolo che credo non abbia mai capito la differenza fra suddito e cittadino, anche perché le élite dominanti non glielo hanno mai spiegato, né l’hanno educato in questo senso: la riforma Casati del 1859 ha stigmatizzato la divisione in classi dell’Italia, non è stata modificata dalla Riforma Gentile che vi ha apportato qualche aggiustamento e non riusciamo tutt’ora ad andare oltre (problema degli studi classici e umanistici vs gli studi tecnici e scientifici).

E un popolo di sudditi vive di clientela, cioè di voto di scambio.

 

Se le condizioni materiali delle popolazioni stanno alla base, in misura non trascurabile, della politica e del consenso che la alimenta, non credo si possa prescindere da alcuni eventi economici strutturali.

Nel secondo dopoguerra, il Piano Marshall ci consentì di riprenderci ma vi furono un ingente trasferimento di risorse umane dal Sud al Nord e dall’Est all’Ovest e una tacita spartizione del Paese in aree di voti di scambio: il Sud alla destra, il Centro alla sinistra e l’Est alla DC. L’area dove vigeva la competizione politica rimaneva solo l’Ovest.

L’influenza degli USA rimaneva determinate per questioni geopolitiche derivanti da Yalta che si concretizzava nell’aggancio delle monete al dollaro.

Il 15 agosto 1971, a seguito dell’abolizione della convertibilità, termina la spartizione originaria ed inizia la competizione per le riforme in Europa, una partita che in Italia non si è mai giocata: è prevalso, con l’appoggio di tutti, il mantenimento del voto di scambio che si è accompagnato al mantenimento funzionale della sudditanza del popolo.

Nel frattempo, alle iniziali iniziative unitarie europee (CECA, Trattato di Roma, Euratom, ecc.), probabilmente maturale elitariamente a Ventotène,  si affianca e prende corpo l’idea della costruzione del Mercato Unico: ad osservarla oggi, la costruzione è proseguita con ritmo incalzante a partire dal 1974 (costituzione del Comitato di Basilea presso la BRI) fino all’Euro. 

Cito questo elemento strutturale perché mi sembra rilevante che si sia puntato decisamente sulla cessione della sovranità monetaria come felice sintesi della cessione di sovranità statuali. Ed io penso che questa cessione sia stata determinante per perseguire un disegno di pace, memori dei milioni di inutili morti del secolo breve.

Discutere e litigare intorno ad un tavolo mi è sembrata fin da subito un’idea condivisibile che ci ha garantito alcuni decenni di tregua, dopo secoli e secoli di massacri fra popolazioni, lanciate spesso allo sbaraglio in una competizione senza regole e anche senza ritorno per i singoli.

Ed io sono anche convinto che questo grandioso progetto della Moneta Unica richieda un lavoro di costruzione e di mantenimento da perseguire con determinazione, perché penso che la sovranità effettuale sia quella  monetaria.

Ma la di là delle mie opinioni personali, un progetto, una costruzione di tale portata che richiede anni e anni di continua messa a punto, andrebbe comunicato con dovizia di mezzi cui i media tradizionali e i governi che si sono sussseguiti hanno rinunciato fin dall’inizio, per cui oggi ci troviamo di fronte a nuovi media invasivi `ove tutti scrivono anche se nessuno legge’ e l’opinione delle masse disinformate fa premio sulle ragioni dei pochi informati.

Solo una cosa: io non credo vi siano stati solo errori di comunicazione, sia nel caso della costruzione della nazione italiana che in quello, ora bloccato, della costruzione europea. 

D'accordo con la risposta di Michele Boldrin alla mia osservazione. Aggiungerei che, per non cadere in un discorso generico e inconcludente, conviene identificare specifiche responsabilità di specifici settori dell'élite riguardo a specifici difetti della popolazione. Ad esempio - menziono un tema su cui sto facendo qualcosa - è responsabilità dei vertici accademici dei corsi di matematica non fare abbastanza per produrre insegnanti di matematica all'altezza del compito di avviare i giovanissimi e le giovanissime alla comprensione e alla padronanza dei fondamenti più elementari della matematica e del ragionamento matematico (un effetto politicamente rilevante di questa mancanza è la diffusa incapacità o riluttanza a ragionare in termini di % statistiche piuttosto che di dati aneddottici, dovuta al fatto banale che tantissimi non acquisiscono mai una sufficiente padronanza del concetto elementare di %, come di tanti altri concetti altrettanto elementari e basilari). A cascata, c'è poi la responsabilità di quegli insegnanti di matematica, purtroppo non pochi a giudicare dai risultati, che si rassegnano ai mediocri tran tran tradizionali, assurdamente obsoleti e scarsissimamente efficaci, nell'insegnamento di questa come di altre materie. Gli insegnanti di matematica delle scuole medie, si potrebbe obiettare, forse non sono a pieno titolo élite, dato anche il modesto stipendio e l'ormai modesto prestigio sociale. Il punto è che sono comunque un'importante cerniera di un meccanismo di trasmissione culturale top/down. Lo sono ancor più i dirigenti scolastici e, ripeto, i responsabili della formazione professionale degli insegnanti. Nel rilevare ciò che funziona male, utile rilevare anche ciò che invece funziona bene o chi si adopera per il meglio: menzionerei l'Invalsi, i cui test di matematica, largamente osteggiati, sarebbero un potenziale potente contributo al miglioramento didattico, se la loro funzione fosse apprezzata e valorizzata dagli insegnanti per migliorare o cambiare radicalmente contenuti e approccio didattico (come sostenuto tempo fa da Marco Bollettino in un articolo pubblicato qui); e i singoli insegnanti e gruppi di insegnanti attivi nella ricerca di innovazioni didattiche efficaci. Purtroppo la bilancia pende pesantemente dal lato peggiore.

Quanto ho detto sommariamente per uno specifico settore potrebbe essere utilmente detto, certamente in termini diversi, per vari altri. Penso, per menzionare un caso su cui altri qui hanno competenze che io non ho, ai giornalisti economici, e più in genere ai tanti giornalisti che scrivono, o parlano in TV, di questioni socio-economiche.

Quello che mi ha sempre raccontato a scuola. Unire in unica nazione tutte gli staterelli di lingua italica, mi e' sempre sembrata un ottima idea. Ovvio che poi c'erano differenze importanti tra nord e sud ma queste ci sono anche in altre nazioni, come in Germania o in Spagna. Tra l'altro ormai queste differenze si sono sempre di piu' ridotte, grazie alle migrazioni del dopo guerra, la TV, internet. 

 

Mi intrometto in una discussione meno tecnica di altre e che quindi incoraggia ad intervenire anche un non economista come me.

Sarei d’accordo con le linee generali del quadro disegnato dal prof. Boldrin. Di seguito svolgerei alcuni commenti a margine, per lo più di dettaglio e sicuramente in ordine sparso.

 

Opposizione.

Dopo ogni elezione, uno dei refrain più comuni, sui giornali e nel dibattito pubblico, è rappresentato dalle litanie sull’opposizione che non c’è/appare ancora disorientata dalla sconfitta/si deve organizzare per il bene della democrazia e Paese/deve essere capace di proposta e non solo di protesta/deve comunque aprire una riflessione seria sulle cause della sconfitta. Normalmente, il sottotesto di queste riflessioni suggerisce che la suddetta opposizione farebbe bene a starsene a capo chino ed in silenzio sino a completamento degli auspicati e catartici processi di metabolizzazione della sconfitta.

Immancabilmente, il coretto di editoriali pensosi circa lo stato di salute dell’opposizione e la sua legittimazione a prendere la parola se non dopo avere compiuto la fatidica meditazione sul famoso “messaggio uscito dalle urne” è ripartito anche dopo le ultime elezioni e la formazione del gabinetto Conte.

Ora, a parte il fatto che cacciare fuori queste banalità personalmente mi è sempre sembrato un espediente a basso costo da parte di presunti opinion maker ed editorialisti vari per accattivarsi le simpatie dei nuovi vincitori, maramaldeggiando un po’ con i perdenti, nel caso specifico osservo che se il “modellino” elite/popolo disegnato dal prof. Boldrin funziona e se queste ultime elezioni hanno segnato un cambio di regime (ed a mio avviso le due cose sono ambedue vere), l’opposizione non risulta incisiva/non riesce a farsi sentire non perché non abbia elaborato abbastanza la sconfitta ma perché, molto più semplicemente, non esiste più nella società, come constituency.

Più precisamente, al di là dei gruppuscoli votati alla testimonianza (che ci sono e ci saranno sempre, ma non contano nulla elettoralmente) esistono per lo più frange sfiduciate di elettorato, che sentono di essere rimaste “indietro” rispetto all’evoluzione del quadro politico e sono in cerca di un riposizionamento. E queste non si riportano indietro cambiando comunicazione e nemmeno cambiando i contenuti della proposta politica, perché ad essere venuta meno non è la fiducia nelle idee, ma la fiducia nella capacità di un pezzo della classe politica di rappresentare un efficace punto di riferimento di un determinato blocco sociale sul mercato dello scambio politico-elettorale (quello descritto da Boldrin).

Conclusione: un embrione di eventuale futura opposizione credibile (nel senso di potenzialmente atta a divenire, un giorno maggioranza), va cercato all’interno delle forze che adesso compongono la coalizione governativa. Personalmente, visto il materiale, ideologico e umano, a disposizione, non saprei a che santo votarmi, ma cercare tra le vecchie forze (Pd, FI) ha la stessa logica che frugare in un obitorio.

 

Federalismo.

Concordo sul fatto che si tratti di un’idea ormai sostanzialmente “bruciata”, ma andrei anche oltre. Bisogna riconoscere che ogni iniezione di “decentramento” ha portato nel nostro sistema moltiplicazione dei centri di spesa, confusione di ruoli tra i diversi livelli di governance, dosi crescenti di irresponsabilità fiscale, crescita incontrollata del ceto politico. In particolare, ogni addizione di “autonomia” ha portato il Mezzogiorno a mostrare il peggio di sé, con danno enorme per tutto il Paese.

Occorrerebbe stabilire se si sia trattato unicamente di problemi di design istituzionale fatto male, o se sia l’idea stessa del decentramento ad essersi rivelata unfit per l’Italia, ma è questione molto complessa e richiederebbe ben altra analisi.

Per parte mia mi limito a lanciare una, mera, provocazione/ipotesi storiografica: non è che già la prima attuazione del regionalismo (1970), comportando un improvviso ampliamento del ceto politico e la necessità di cooptare forze nuove dentro la classe dirigente che, fino ad allora, aveva dato grosso modo una buona prova, abbia contribuito a mettere le basi per l’avvio del declino?

Intuitivamente, non mi sembra così fuori luogo ipotizzare che in un Paese come l’Italia con una classe dirigente storicamente chiusa e di lentissimo ricambio, presidiare le nuove istituzioni con personale politico all’altezza non sia stato uno scherzo (anche qui: soprattutto nel Mezzogiorno).

 

Corruzione.

Questo è un punto su cui nell’analisi di Boldrin credo che ci sia troppa enfasi ed appena un accenno di corrività all’analisi mainstream.

Il punto non è, ovviamente, negare che la corruzione esista o che rappresenti un problema (anche se, personalmente, sospetto che alla fin fine il fenomeno sia proporzionato alle dimensioni del settore pubblico: ridotto quest’ultimo, si ridurrebbe fisiologicamente anche la corruzione). Il punto è non cadere nell’equivoco per cui, in un sistema organizzato come l’Italia, basterebbe sostituire i corrotti con persone perbene per fare funzionare tutto.

 Una ricetta del genere sarebbe:

 i)                    stupida, come qualsiasi programma politico che, per funzionare, richieda che l’intera collettività sia composta solo di santi;

 ii)                  falsa, perché non è vero che un sistema organizzato come l’Italia possa funzionare, anche se messo a persone perbene.

 Non credo che Boldrin abbia inteso fare affermazioni del genere, ma mi pare il caso di cominciare a dire (più) chiaramente che l’enfasi posta in certe analisi per cui l’Italia si aggiusterebbe mettendo il burocrate buono a posto di quello corrotto è, sostanzialmente, truffaldina.

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