Il governo rosso-brunato. VI

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Il terzo pilone ideologico del governo rosso-brunato: il socialismo economico. Non credo vi sia necessità di documentarlo, è sotto gli occhi di tutti. Più rilevante notare che non è nulla di nuovo ma una continuazione delle pratiche (e delle ideologie) di governo dell’economia in uso dall’inizio del secolo scorso ed alle quali si son fatte poche eccezioni. Come gli altri piloni anche questa spiega perché oggi questo sia il vero governo che gli italiani non solo vogliono ma hanno sempre voluto. 

Meglio chiarire, anzitutto, la terminologia. Nel primo articolo ho usato “Socialismo Economico” per definire una delle quattro colonne portanti del sistema di pensiero rossobrunato perché nel linguaggio comune cattura l’idea che voglio trasmettere. Ma è stata una scelta intezionalmente impropria. Sarebbe stato più corretto scrivere “Statalismo Centralistico e Parassitico basato sulla credenza che il Principe può tutto, in particolare generare ricchezza attraverso la sua protezione e la statuizione che i redditi devono essere alti ed i prezzi dei beni bassi in violazione delle leggi del senso comune, oltre che della fisica” … ma, credo siate d’accordo, sarebbe stata una definizione immemorizzabile …

Il fatto è che la teoria economica condivisa dai rossobrunati (un gruppo che, lo ricordo una volta ancora, include oltre agli elettori di M5S&Lega anche una buona fetta degli italiani che ancora votano PD-FI-LeU) ha abbastanza poco a che fare con il “Socialismo” (comunque lo si interpreti: nella sua versione leninista alla NEP o in quella social-democratica della SPD di Brandt e paraggi) che era cosa differente. Anche questa differenza non sto qui a spiegarla, credo sia ovvia per chi mi legge: implicava, in diverse forme, politica industriale, pianificazione, investimenti e progresso tecnologico. Non funzionava? Certo che non funzionava e si è visto, ma era cosa ben diversa dalla politica economica di costoro. La questione di cui mi voglio occupare non è questa – una critica di perché il socialismo, in ogni sua versione sperimentata, non funzioni e produca miseria o, quando va “bene”, stagnazione – bensì quella delle origini italiane di quella particolare forma di “statalismo economico” che il regime rossobrunato persegue. 

Consideriamo le proposte economiche più importanti avanzate dai partiti oggi al governo e dagli “intellettuali” (scusatemi) che li sostengono. In ordine sparso: pensioni facili in violazione di ogni vincolo di bilancio, riduzione delle imposte (via “scala piatta” e “tregua fiscale”) in presenza di aumenti della spesa pubblica, acquisizione da parte dello stato di aziende italiane decotte, restrizione della concorrenza e dell’entrata di imprese innovative, protezione delle micro e piccole imprese inefficienti a mezzo di autorizzazioni de-facto all’evasione fiscale, finanziamento della spesa pubblica in deficit attraverso l’emissione di strumenti monetari (dai minibot alle richieste alla BCE di “cancellare” il debito italiano), aumento dell’impiego pubblico a fini assistenziali, chiusura al commercio estero attraverso l’imposizione di dazi e tariffe, proposte di riduzione legislativa dell’orario di lavoro per “aumentare l’occupazione”, occupazione politica delle agenzie “indipendenti” di regolazione dei mercati affinché compiano i “desideri del popolo”, teorizzazione della “non esistenza” delle differenze nei tassi d’interesse che sarebbero frutto di complotti esterni e della mancanza di “sovranità monetaria” …. 

A fronte di queste “proposte positive” sta – ed è forse più rilevante – una completa assenza d’attenzione a produttività, sistema scolastico e della formazione, ricerca, concorrenza e funzionamento dei mercati, efficienza della PA e riduzione dell’oppressione burocratica sulla vita economica, sviluppo delle infrastrutture in particolare di quelle legate all’uso del digitale ed ai trasporti, accordi a favore del commercio con altri paesi, riduzione della spesa pubblica e relativa riduzione delle imposte … Se provate a leggere quel minimo che, dal mondo rossobrunato, viene prodotto avendo in mente la crescita il messaggio è sempre e solamente uno solo: svalutando e simultaneamente espandendo la spesa pubblica si genera crescita. Non serve altro e qualsiasi dibattito, da qualsiasi tema specifico o prospettiva si sviluppi, alla fine arriva a questa eterna banalità: la “domanda” per i prodotti del lavoro italiano si crea automaticamente inflazionando, ovvero attraverso spesa pubblica monetizzata. Il modello, non ammesso ma chiarissimo, è quello degli anni ’80, ovvero il decennio durante il quale si seminò il declino seguente. 

Mentre, dal punto di vista “teorico per modo di dire”, la posizione dei rossobruni è perfettamente comprensibile sulla base del modello superfisso che Sandro Brusco introdusse in questo blog ben undici anni fa, dal punto di vista storico e culturale voglio sottolineare che siamo di fronte ad una concezione signorile e medievale dell’attività economica. La quale, essendo infatti fissa e fondamentalmente immutabile sia nella sua composizione che nel suo livello, va gestita dal “signore” del contado in modo tale da favorire questo o quel gruppo d’interesse a lui vicino e per redistribuire proventi dagli uni agli altri garantendosi che una parte dei medesimi si fermi nelle sue tasche. In questa concezione il Signore tutto può perché, non esistendo la crescita né la necessità di innovare (quindi di trasferire capitale e lavoro da un posto all’altro e di progettare oggi di far domani delle cose diverse da ieri) egli, il Signore, può muovere risorse, persone, ricchezza e proprietà dove meglio gli convenga al fine di massimizzare il suo potere politico. Poiché il Signore può liberamente “battere moneta” esercitando il suo potere di signoraggio e viviamo in una contea chiusa al resto del mondo, se l’economia non “gira” è per mancanza di “contante” a cui il Signore supplisce battendo moneta e trasferendola ai gruppi sociali di riferimento. Che questo generi inflazione e danneggi altri gruppi sociali (tipicamente i maggiormente produttivi ed innovatori) i quali vengono tassati/ed espropriati non deve preoccupare. L’economia è chiusa, quindi il totale delle risorse disponibili è fisso, nessuno può uscire ed andare altrove o smettere di produrre: nel peggiore dei casi impoverirà, così impara a non compiacere i desideri del Signore.

La politica economica è, in questo folle mondo, strettamente “machiavellica” nel senso idiota del termine: tesa a controllare l’attività economica al fine di acquisire, costi quel che costi, il sostegno della maggioranza degli elettori. Se in questo modello del mondo ci vedete la storia dell’economia nazionale dai tempi delle signorie in avanti (ovvero, dall’inizio della decandenza storica della penisola, sino a prima l’area economicamente più avanzata del mondo) avete visto giusto. Viene da lì, dai rapporti sociali allora instaurati e cristalizzati nella cultura di massa che le elite signorili si sono preoccupate di trasmettere e consolidare nel tempo. 

Che in una società complessa ed avanzata tutto questo sia, letteralmente, impossibile non deve preoccupare perché, e questo lo intendo letteralmente, chi oggi teorizza questa visione del sistema economico non riesce a comprendere come funzioni il sistema in cui invece oggi vive. Chiunque segua il dibattito ufficiale italiano scoprirà che la grande maggioranza delle persone trova incomprensibile che non si possa mandare chiunque lo voglia in pensione a 62 anni, né riesce a comprendere che statalizzare e foraggiare un’impresa inefficiente come Alitalia danneggi il resto del sistema economico. In questo senso, l’ideologia economica del popolo rossobrunato non solo non è “socialista” (nel senso detto prima) ma nemmeno è “fascista” nel senso in cui durante il ventennio alcuni avevano, confusamente, provato a teorizzare un sistema misto mercato-stato che si reggesse sull’accordo fra corporazioni e la supervisione dell’autorità politica. La “supremazia della politica”, nella concezione oggi dominante in Italia, non è né programmazione socialista, né camera della corporazioni fascista: essa è arbitrio del Signore, ovvero del potere esecutivo che agisce per compiacere le domande spontanee della propria base elettorale. 

Da dove viene tutto questo? Viene da un melting pot culturale tutto nostro il cui condimento di base è la visione signorile del mondo menzionata sopra al quale sono stati mescolati, negli anni, elementi di socialismo (proprietà statale), fascismo (centralità della corporazioni), cattolicesimo (assistenzialismo indiscriminato) e keynesismo burocratico (domanda pubblica, controllo e regolazione). L’articolo di Sandro è illuminante da questo punto di vista: fu scritto 11 anni fa ma avrebbe potuto esser scritto 20 anni prima, in piena epoca craxiana: quella era, dalla fine degli anni ’70, la visione del sistema economico comune all’intero sistema politico-sindacale italiano. I tre elementi analitici cruciali per costruire la “cultura economica nazionale” sono quindi: l’economia superfissa, la supremazia della politica sia sul piano redistributivo sia come creatrice della domanda, il machiavellismo idiota secondo cui i rapporti economici possono essere manipolati dal Signore al fine di acquisire consenso. 

Dalla fine degli anni ’60 questi tre principi son comuni (seppur con gradazioni diverse) a tutto l’arco politico-sindacale italiano e recuperano, in nuove forme, il fascismo sociale ed il social-comunismo dell’anteguerra. Ferma restando la grande varietà nelle politiche locali degli stati preunitari, che ovviamente non posso qui discutere ma che cambiano molto poco il quadro generale, nei circa 400 anni trascorsi dal 1600 io vedo solo due interruzioni sostanziali. Una miope e fallimentare (il liberismo post unificazione, che durò forse trent’anni e venne sepolto da Crispi) ed una di successo ma di troppo breve durata (il quarto di secolo del miracolo economico).

Questa, in brutalissima sintesi di cui forse potrei finire per pentirmi ma che credo sostanzialmente corretta, la storia e la cultura economica di massa degli ultimi 400 anni. Perché sorprendersi, dunque, che i rossobrunati dichiarino quel che dichiarano e tentino di fare quel che stan tentando di fare? È tutto perfettamente in linea con quanto le classi dirigenti di questo paese han fatto e predicato da quattro secoli a questa parte. Il “popolo”, alla fine, ha ben appreso la lezione.

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Commenti

Ci sono 6 commenti

La tua visione della storia economica italiana è alquanto datata :-)

- Il tema qui non è la storia economica, bensi la storia di come la  cultura nazionale abbia interpretato e modellato il funzionamento del sistema economico ed il ruolo dello "stato" in esso. Son due cose diverse, basta pensare a come funzionano i mercati finanziari ora vs come il 99,9% delle persone pensa funzionino. 

- Sai che gradisco le correzioni tecniche, quindi sei benvenuto a farmi tutte le osservazioni circonstanziate che hai. 

Più che partire dalle signorie medievali, partirei da Keynes o meglio da come la politica ha interpretato a suo uso e consumo la teoria. Per tante ragioni storiche è prevalsa una cultura dove lo Stato è considerato dai più, il motore della crescita e il supremo gestore del benessere collettivo mentre sappiamo che lo Stato ha essenzialmente il potere di redistribuire ricchezza (principalmente per comperare consenso) e, quando esagera, distrugge il benessere dei cittadini. Viviamo in giganteschi schema Ponzi (o multi level) dove chi perde sempre è la crescita della produttività e quindi la ricchezza comune e dove i futuri cittadini, non potendo sottrarsi, pagheranno il conto.

La differenza è che Madoff va in galera a vita mentre i politici diventano idoli dei talk show.

 

devo dire che, pur essendo poco convinto dell'approccio scelto da Boldrin per ragionare intorno alla genesi e al significato storico del governo rosso-bruno (o minchioleghista, come preferisco io) per ragioni che trovo complicato argomentare nello spazio di un commento, quest'ultimo post è senz'altro ricco di spunti teorici importanti.

personalmente lo leggo anche alla luce del lavoro di James Buchanan sull'eredità politico-culturale del keynesismo (in italiano, La democrazia in deficit). non foss'altro che perché mi sembra che molte delle considerazioni sul "socialismo economico" siano in realtà riferibili a dinamiche molto generali, che hanno riguardato tutti gli stati occidentali a partire dalla nascita della società di massa e dell'autoconfigurazione dello stato moderno come stato sociale.

capisco che "La questione di cui mi voglio occupare non è questa - una critica di perché il socialismo, in ogni sua versione sperimentata, non funzioni e produca miseria o, quando va "bene", stagnazione" , ma sarebbe curioso sapere nel modello proposto quale sia la causa del recente sviluppo cinese dato che per la precedente affermazione non puo' essere " politica industriale, pianificazione, investimenti e progresso tecnologico"?

cioe' , la cina cresce nonostante il  "Socialismo Economico" ?

In Cina non c'e' alcun socialismo da circa 40 anni, ne' economico ne' altro.

Infatti, ha cominciato a crescere 40 anni fa.